Primavera Sound e Barcellona: qualcosa tipo un report

Giugno 11, 2009 by onrepeat

(In attesa di poter recuperare anche foto e video del Primavera, vi lascio con questo post straordinariamente lungo, ma veramente, veramente lungo)

Essere arrivati a Barcellona il giorno della finale di Champions League – quella che si è disputata a Roma e che il Barcellona ha vinto – aveva generato dubbi e preoccupazioni. L’ostello si trovava in Rambla de Catalunya, a due passi dal centro nevralgico del casino, cioè della piazza dove era stato installato il maxischermo per la visione collettiva, e già dalle 18 c’erano un po’ di persone che si erano piazzate lì con frigorifero per tenere in freddo le birre, che la sera era calda e lunga. Il clima di festa fin dal pomeriggio dava l’idea della possibile bolgia – amplificata per mille – che ci sarebbe stata la notte in caso di vittoria del Barca.  I racconti di chi aveva già vissuto i bagordi barcellonesi legati al calcio avevano acuito le nostre perplessità (chiamiamole così). E infatti lo scenario a notte fonda raccontava di scooter rovesciati a terra e di piante sradicate, di tifosi ubriachi, felici e molesti in giro fino a tardi, per tacere del resto. È da un po’ che non amo più il calcio e non mi piace praticamente nulla di quel mondo. L’idea di trovarmi lì in mezzo all’inizio mi infastidiva e preoccupava. Però in fondo non è stato male girare in città durante la partita, quando tutti erano rintanati dentro i locali con il naso rivolto verso lo schermo. Quando il Barcellona ha segnato il primo goal eravamo per strada in cerca di un posto dove mangiare – in alcuni locali proponevano “menù partita” abbastanza sospetti e costosi – e abbiamo visto la gente correre e spuntare da ogni parte, gridare, suonare trombette, invocare il nome di Eto’ (che penso abbia segnato il primo goal)… In definitiva non era possibile rimanere indifferenti a quello spettacolo. C’era una città interamente concentrata su quello, chiassosa e colorata. C’era una bella atmosfera, densa di elettricità, carica di una tensione che – depurata di degenerazioni e aspetti negativi – alla fine mi sono goduto pure io.

Per la serata in generale c’erano stati segnali benaugurali già di pomeriggio. Quando siamo arrivati a Barcellona – il motivo, ricordiamolo, era partecipare al Primavera Sound, di questo si parla – abbiamo incontrato altri ragazzi sardi. Uno di questi ci ha raccontato di un tizio che gira in bicicletta per le Ramblas completamente nudo. Con abbronzatura integrale. Questo tizio è stato fermato diverse volte, messo in prigione, multato, ma lui continua a girare nudo sbattendosene del tutto. Nulla lo ferma. Deve girare in bicicletta nudo, va a capire perché. Dice chi lo ha visto che sia molto dotato e che non abbia, come si suol dire, niente da nascondere. Il segnale benaugurale è stato proprio questo: non appena siamo arrivati nelle ramblas ci siamo girati e una delle prime cose che abbiamo visto sono state le chiappe versione nature del tipo che girava ignudo nella sua bicicletta. Lo abbiamo visto solo da dietro. Ma inutile dire che è stato un gran bel momento.

La sera c’erano alcuni concerti legati al Primavera Sound. Intelligence da una parte, Zu e Dalek da un’altra. Abbiamo optato per Zu e Dalek. Si pensava che la finale di Champions avrebbe dirottato tutto il potenziale pubblico dell’Apolo per strada a festeggiare. Dimentico sempre che al mondo non ci sono solo calciomani invasati, ma anche persone che vanno a sentirsi un concerto degli Zu, piuttosto. Bene. Non avevo ancora sentito gli Zu dal vivo e ora ho capito perché sono considerati forse la più grande live band italiana. Prima di loro hanno suonato i Dalek, un notevolissimo duo avant-hip hop con suoni molto pesanti, tra industrial, noise ed elettronica. Alla fine ho fatto pure una foto col tipo dei Dalek, quello che si occupa dei suoni. Quello più cattivo, con testa rasata e canotta bianca a nascondere un corpo tatuato e abbastanza grassoccio. Quello che accompagnava le scariche dei suoni con movimenti ondeggianti del corpo e con la bocca aperta, a voler dare l’impressione che il suono uscisse fuori da lui, dalla sua bocca. Curiosamente dopo la fine del concerto degli Zu – con featuring dei Dalek, che con i romani hanno condiviso uno split e che pubblicano per la stessa etichetta – è iniziato un dj set reggae che ha prodotto un leggero sfasamento musicale. Siamo usciti fuori e la serata è proseguita altrove. E poi appuntamento per il giorno dopo per andare al primo giorno di Primavera Sound al Parc del Forum.

Iniziamo dalle band che non ho sentito e che avrei anche sentito. Andrew Bird. Bowerbirds. Jay Reatard. Wooden Shjips. The Tallest Man on Heart. Girls. Phoenix. Dannate sovrapposizioni. Ma meglio parlare di quello che ho sentito. Allora. Gli Women. Preceduti dall’hype della nuova ondata lo-fi statunitense, da pezzi fighissimi come Black Rise ma da un album forse un po’ inconcludente, ero curioso di vederli all’opera per capirne la reale consistenza. Ok, ho detto, sono qui, ora fatemi vedere di cosa siete davvero capaci. Detto tra noi, i ragazzi sono molto capaci. Il live era equamente diviso tra pezzi pop e sortite più sferraglianti. Un mix che potremmo chiamare math-pop, o math dei poveri, o math per studenti delle elementari (questa mi sa che l’ho rubata a uno che era con me e che non ha apprezzato). Ottimo piglio strumentale, arzigogolamenti vari però tutti incanalati all’interno di pezzi abbastanza definiti. Non male. Sul serio. L’hype ci può stare.

Dopo gli Women c’è stata la fila più lunga e alienante della storia. Per acquistare da bere occorreva recarsi a delle macchinette. Bisognava mettere i soldi, digitare le bevande e in cambio si riceveva il bigliettino per ottenere la consumazione. Solo che le macchinette si inceppavano di continuo. Alcune erano spente. Altre non accettavano i soldi. Davano solo resto in banconote e io che avevo un biglietto da 100 correvo il rischio di trovarmi con una tasca con un rigonfiamento imbarazzante. Dentro un gazebo dove l’aria di umanità diventava sempre più, come dire, intensa. Ma la serata aveva ancora in serbo delle cose importanti. C’erano i Lightning Bolt. Speravo suonassero per terra, all’altezza del pubblico come fanno di solito, circondati da gente invasata che si lascia trascinare da un live raccontato come uno dei più potenti in circolazione. Non è successo, ma non mi sono lamentato granché. I Lightning Bolt fanno un live impressionante. Il batterista Brian Chippendale suona la batteria come se avesse sei braccia, e contemporaneamente canta con un microfono infilato in bocca, celato sotto una maschera colorata. La voce esce fuori distorta, incomprensibile e disturbante. Mentre Brian Gibson al basso riesce a tirare fuori dei suoni che saturano l’aria e colpiscono alla base dello stomaco. Qualcosa che sta tra hardcore ipercinetico, metal di serie b, noise lancinante. L’effetto generale è un po’ inquietante, anche se l’inquietudine è stata leggermente attenuata dal sole che non era ancora tramontato.

Dopo i Lightning Bolt abbiamo cercato di sentire almeno un po’ del concerto degli Yo la Tengo, una band verso cui provo un affetto enorme. Gli Yo La Tengo che mi cambiarono un po’ la vita, almeno quella musicale, con And Then Nothing Turned Itself Inside Out nel 2001. Però suonavano poco prima dei Jesus Lizard, e i Jesus Lizard sono i Jesus Lizard, e allora non c’era storia. Una intro alla Yo la Tengo con base ritmica ripetitiva e Ira Kaplan libero di andare avanti con le sue svisate di chitarra, con un approccio molto teatrale e rochenròl che non mi sarei aspettato da uno come lui. Poi qualche pezzo più pacato, pausa con foto di gruppo (eh?) e poi Stockholm Syndrome, che ho cantato tutta con nodo alla gola finché non sono dovuto scappare per correre al palco dell’Atp. I Jesus Lizard. Concerto della vita. David Yow è arrivato sul palco con delle birre in mano, le ha poggiate a terra, ha iniziato a guardare il pubblico con sguardo di sfida, sarcastico e beffardo, e si è tolto la camicia, rivelando una pancia imbarazzante che faceva pendant con i capelli ormai radi alle tempie. L’immagine era quella di un uomo di mezza età depravato e decadente. Un guitto sardonico che impersonava perfettamente il suo ruolo e quello che la gente si aspettava da lui – cioè quello che in definitiva è e che non può non essere. La band è praticamente perfetta: precisa, potente, chirurgica. E lui al centro è libero di muoversi, contorcersi, sputare, piegarsi, gridare, gesticolare, gettarsi sul pubblico – e lo ha fatto almeno quattro volte, spinto indietro dalla security e strattonato dal pubblico mentre continuava a cantare, con la gente che lo tirava a sé (per la cronaca, gli ho toccato il didietro: spero mi porti fortuna). Certo, avevo dietro di me un tizio che grondava sudore sul mio collo e mi cantava tutte le canzoni all’orecchio (tutte) cercando di imitare la voce di David Yow. Certo, un altro tizio grosso e sudato alzava le braccia al cielo e rivolgeva l’ascella contro il mio naso. Certo, qualche esagitato era lì soprattutto per strattonarsi con la gente (e certo, notare queste cose non è che sia proprio “rock’n’roll”). Però immaginate cosa significa vedere una band simile, con un impatto simile, quando aver sentito Goat a sedici anni ha cambiato praticamente la mia prospettiva sul rock in generale. (Piccola noticina: vedendo i JL ho pensato, “Capovilla, ma dove vuoi andare?”).

Il concerto dei Jesus Lizard è stato praticamente quello della mazzata. Sfiniti abbiamo provato ad abbozzare qualche danza con The Bug. Era un live che aspettavo con curiosità e interesse ma l’ho retto molto poco, giusto il tempo di tre o quattro pezzi che ho vissuto – ahimè – con sempre maggiore insofferenza e voglia di buttarmi a terra per rifiatare (e poi, vi voglio vedere, a voi, a passare con nonchalance dai Jesus Lizard all’elettronica metropolitana da melting pot londinese tipica di Kevin Martin/ The Bug: mica facile).

È arrivato il turno dei My Bloody Valentine. Non sono mai stati una band da mio empireo del rock, lo ammetto. Grande stima, riconoscimento della loro grandezza, ma sono cresciuto con altre cose. All’inizio il live mi ha un po’ annoiato. La noia era associata anche al fastidio verso alcune persone moleste che sentivano il concerto vicino a me (sono intollerante? Non solo: erano vere rotture di palle). Poi però sono rimasto completamente invischiato dalla potenza del suono della band di Kevin Shield. Ipnotizzato dai pezzi più ripetitivi, saturi – as usual – di feedback e distorsioni, con muri di chitarra compattissimi che foderavano le orecchie che pure erano protette dai tappi prontamente consegnati all’ingresso (“vi serviranno per i My Bloody Valentine”, dicevano). Ho finito il concerto letteralmente entusiasta. Poi sono fuggito per sentire gli Horrors. Ero curioso, mi dicevo: vediamo che fanno, se dal vivo reggono, se sono una montatura o no. Diciamo innanzitutto: sono una band inglese – e questo dice più o meno tutto. Il senso del personaggio, del look, una certa strafottenza, la giovane età e la convinzione di essere al centro del mondo, il pop come concetto generalissimo, un po’ di paraculaggine, ci ho visto più o meno queste cose. Poi. Avrei linciato il bassista con le movenze tutte finalizzate a tenere il ciuffo in un certo modo (madonnasantaddio) mentre il cantante invece si sfanculava con il fonico che evidentemente non assecondava le sue bizze e le sue richieste. Però la band c’ha il tiro. Suona bene, sul palco sta bene, riesce a districarsi tra i pezzi più ruvidi e garage-orientated a quelli del nuovo corso con brani krautmotorici e più suggestivi, meno pestoni. Dai, bravi. Corsettina per sentire Wavves, che aspettavo con impazienza. Ma. Dal vivo non è mica granché. Quando fa i suoi versi – uuuuh uuuuuh uuuh, tipo così – a volte non ce la fa con la voce. I suoi pezzi bandiera – ormai degli inni generazionali, diciamocela tutta – non sempre gli riescono bene. Poi mi sono detto che forse non ho più l’età per riconoscermi in pezzi come “così annoiato”, “nessuna speranza ragazzi”, con quello slackerismo da ventiduenne che mette insieme nichilismo e ironia. Ma le canzoni sono indubbiamente forti. Sono micidiali. Le ho cantate. Le ho ascoltate tanto a casa e nell’iPod. Solo che il ragazzo è uno sbruffoncello. È arrogante ed è evidente che si è montato la testa. Ad un certo punto, nel bel mezzo del concerto, ha preso la chitarra, l’ha mollata lì sul palco e se n’è andato, lasciando tutti più o meno di sasso. Si scoprirà poi che aveva litigato con il batterista, che la cosa è continuata anche dopo e che il giorno successivo hanno annullato il resto della tournée europea, tornandosene mestamente negli Usa. E vabbé.

A questo punto la mia esperienza al Primavera Sound 2009 è praticamente finita. Sono stato lì solo un giorno e non ho voglia di pensare di nuovo alle band che ho perso gli altri giorni. Data la stanchezza per quella sola giornata dubito che mi sarei goduto molti concerti in seguito. Per dire, quella notte alle quattro ha iniziato a suonare Squarepusher. Alle quattro. E si è messo pure a fare cose complicatissime. Indubbiamente fighe, lo ammetto, ma mettersi a fare drum’n’bass suonata, con batterista virtuosissimo, alle quattro e mezzo del mattino, mi sembrava quasi oltraggioso. Bravo eh, però avevo sonno e volevo solo prendere la metropolitana e ricoverarmi a letto. E così fu.

Ma del viaggio andrebbero ricordate altre cose. Gli inconvenienti. Le cose buffe. Come pensare di arrivare Montjuik a piedi (per giunta alle due del pomeriggio). Come cercare una ricarica Vodafone per due ore sballottato tra un centro commerciale e l’altro, fino a quando non ho trovato un centro ufficiale dove ho fatto una fila di 40 minuti (dato che una ragazza si è fatta spiegare la storia della telefonia mobile dalle origini ai giorni nostri e il commesso ci stava pure provando con lei), nel timore – irrazionale – di non riuscire più a tornare a Cagliari… E poi le cose belle, come il quartiere gotico alle cinque del mattino. E la dieta delle patate, i panini schifosi, le colazioni costose, le falcate velocissime in giro per la città, i negozi di abbigliamento in cui ho lasciato il cuore. E il tipo che ha cercato di derubarmi e il signore che si è messo a cantare flamenco alle cinque e gli ubriachi molesti ma sostanzialmente innocui. E l’arrivo in ostello con lo shock dell’odore della camerata. E il giro per i locali dell’ultima notte. E la canottiera verde. E le foto scomparse e miracolosamente riapparse. E le persone con cui ho condiviso i giorni lì. E i pakistani che cercavano di venderti la Estrella Damm in lattina ovunque tu fossi (“sexy beer”, già!). E altre cose che però ora non sto qui a raccontarvi.

Uzi e costumi # 5

Giugno 2, 2009 by onrepeat

mimbIntervista alle Music Is My Boyfriend, di Velvetuzi. “Non so esattamente come sia successo” Mi dice Claudia aKa Spettinè che mi siede accanto sul divanetto di un locale cagliaritano qualche giorno fa:  “Proprio qui, durante un dj set, Apple mi ha detto che avremmo dovuto farlo anche noi e la stessa sera abbiamo scelto il nome e abbiamo in qualche modo sparso la voce. Beh, un paio di settimane dopo avevamo la nostra prima serata: noi tre, i pc, un programma per mixare e stop. Incredibile, no?”
Loro sono le Music Is My Boyfriend ovvero un trio tutto al femminile di selectors che si sta facendo notare per le scoppiettanti selezioni variegate dal retrogusto vintage contornate da bolle di sapone, ciuffi anni 80, occhiali colorati e altre amenità a seconda del mood della serata. Le ragazze saranno fra le protagoniste, venerdì 5 giugno, della serata dell’Onrepeat Network al Calypso a Cagliari insieme a Mynerdpride, Neeva e Sensational Gianni (“Ci vestiremo da Gamberoni Interstellari!” dicono ridendo). Carla aKa DJ Nostalgic ordina della frutta, Manuela (Dj Apple) arriva trafelata da un appuntamento universitario e Claudia (DJ Spettinè) sorseggia serafica un caffè: a guardarle da lontano sembrano simili, anche fisicamente, ma il risultato è dato dall’ottimo incastro di personalità differenti.
Come funziona con la scelta dei brani? C’è libertà individuale o le playlist personali vanno vagliate dal trio in toto?
N: All’inizio io mi occupavo della parte vintage e loro due della parte indie/electro, quella che io chiamo “la parte seria”, perché hanno gusti piuttosto simili fra loro. Il boss è Spettinè (ride indicandola) ed è quella che, quando esagero, mi censura di più.
S: Ehi, dilla tutta!
N: In realtà quando la serata è avviata si diverte lei per prima coi miei pezzi. Mi guarda dalla pista e mi urla: “OK! ESAGERA!” e lì metto delle robe assurde.
A: C’è un piccolo consulto pre-party nella mia saletta/laboratorio ma mai nulla di troppo definito!
Quali sono i vostri ascolti al momento?
A: Musica da aperitivo come i Four Tet (ride), poi Moderat, Junior Boys e i The Horrors, ho appena scaricato l’ultimo!
S: Più o meno le stesse cose: io e Apple abbiamo lo stesso background…
N: Io sono sempre la più nostalgica e ora sono in fissa con Non Stop Erotic Cabaret dei Soft Cell!
Tutti abbiamo nell’ipod una compilation imbarazzante. Qual è il pezzo più brutto che fa bella mostra di sé nel vostro?
S: Io ho un passato da fly-girl per cui troveresti ancora delle playlist hip-hop becere! E poi adoro J-Lo, è una mia debolezza…
N: Non posso negare di avere dei pezzi dance piuttosto imbarazzanti… Talora li metto pure durante i set: sono irresistibili!
A: Mmm… Non saprei… non mi viene in mente nulla!
S: E quella compilation che avevi in macchina l’altro giorno?
A: Oddio! SI! Un insieme di Africa Unite, Negrita e Gwen Stefani…Terrificante!
Chi vi piace della scena isolana? Chi andate a sentire volentieri?
A: Neeva e Signora Franca! Poi Monica Serra, il lavoro che fa con Simon Balestrazzi è ottimo!
S: Come gruppi soprattutto i Raw Rave Groove, The Flying Sebadas e Feel Dizzy a cui auguriamo il successo che meritano. Anche i Golfclvb dei quali aspetto il nuovo lavoro. Fra l’altro adoriamo fare i set dopo l’esibizione di un gruppo che ci piace!
Le vostre serate sono in genere progettualizzate anche dal punto di vista estetico. Chi se ne occupa?
N: Tutte insieme direi, i temi sono sempre molto pop e colorati. Abbiamo fatto il Ciuffo-Party e io ero vestita da Jane Fonda nel periodo aerobico con un ciuffone laccato fantastico. Ce n’è sempre una nuova: dalla distribuzione di Big Babol a quella di coriandoli…
S: 15 Kg di coriandoli!!
A: La proprietaria del locale ci avrà odiate…
N: Abbiamo idee un po’ esagerate talvolta, non sempre proponibili, annotiamo tutto quello che ci viene in mente e poi, se si può, lo facciamo.
S: La parte “visiva” più seria la cura Apple che ha appena vinto una borsa di studio allo IED. Siamo orgogliose di lei!
A: (arrossisce) Quando mi fanno i complimenti non so mai cosa dire! In genere proiettiamo le mie foto (http://www.flickr.com/photos/petitapple/ ) ma sto iniziando a pensare anche a delle videoinstallazioni.
Come definireste il vostro stile personale?
S: Io e Apple abbiamo gusti piuttosto simili. A volte ci compriamo le stesse cose involontariamente. Entrambe siamo shabby-chic e, ultimamente, piuttosto colorate!
N: Io adoro il vintage, senza dubbio, e sono molto istintiva, ho un sesto senso molto spiccato in fatto di moda, capita spesso che compri delle cose che ora sono difficilmente indossabili ma fra un anno o due saranno completamente sdoganate. In genere poi, quando sono sdoganate, non mi entusiasmano più perché sto già pensando alla prossima mossa… Al momento sto subodorando un ritorno della maglia corta con ombelico in vista: ora è impensabile ma vedrete…
Avete delle icone? Dei modelli di riferimento in fatto di stile?
A: Audrey!
S: A me piace molto Chloè Sevigny: è sempre perfettamente a suo agio con quello che indossa.
N: Chloè piace anche a me ma ultimamente adoro una fashion blogger francese (http://www.thecherryblossomgirl.com/ ). Le bloggers francesi, in generale, sono una fonte di ispirazione.
Qual è il più grande fashion faux pas secondo voi?
A: Leggings con pantaloncini corti sovrapposti. C’è un limite a tutto!
S: Stivali bianchi texani… Mi pare siate tutte d’accordo.
N: La noia e quindi l’omologazione. Non c’è nulla di più triste! Apprezzo di più un errore di stile fatto in buona fede, un errore originale… Dio salvi la diversità!
E ora cosa succederà?
S: Siamo all’inizio e dobbiamo imparare molte cose. Per ora siamo delle selectors ma vorremmo migliorare anche nel mixaggio: ascoltiamo con molto piacere i remix e ci piacerebbe lavorare su qualcosa del genere.
A: Adoriamo le serate, la gente, vorremmo continuare così e lavorare per fare di più. Introdurre nuove cose nei nostri set come le videoinstallazioni di cui ti parlavo prima per esempio.
N: Abbiamo già dei debiti per l’acquisto del controller (ride), ci divertiamo moltissimo e siamo sempre onorate quando ci chiamano per le serate. Vogliamo migliorare: ecco cosa succederà!

Nasce l’On Repeat Network

Maggio 26, 2009 by onrepeat

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È con grande orgoglio – come si dice in questi casi – che vi presento un nuovo progetto legato ad On Repeat. Ecco il comunicatino.

Premessa

On Repeat è prima di tutto una trasmissione radio, ideata e condotta ogni sabato su Radio Press a Cagliari da Andrea Tramonte. Una trasmissione che in poco più di due anni di vita si è focalizzata soprattutto sulla musica indipendente e non solo indie, su tutta la musica bella e attuale, viva e urgente, in grado di parlare ai (dei) nostri tempi. Con incursioni nel mondo del fumetto, della letteratura, delle culture pop, del web.

Cosa è l’On Repeat Network

L’On Repeat Network è la naturale espansione di On Repeat nel mondo degli eventi e della comunicazione. È una rete, appunto, che coinvolge persone e talenti differenti, con la volontà di creare situazioni diverse in grado di mettere insieme musica live, spettacolo, mostre e libri. In collaborazione con altre associazioni e realtà con cui ci piace, da sempre, avere rapporti.

L’On Repeat Network al Calypso.

Il primo banco di prova dell’On Repeat Network sarà la cura e la direzione artistica di ogni giovedì notte al Calypso, locale situato alla settima fermata della spiaggia del Poetto a Cagliari. Ogni settimana si alterneranno le migliori band sarde e diverse band dall’Italia, con seguito di dj set che andranno avanti tutta la notte.

Non solo concerti, comunque. Perché prima dei live ci sarà – ogni volta che sarà possibile – anche la registrazione di uno speciale di On Repeat da lì, tra i divanetti del locale, di fronte al pubblico, con intervista alla band che poi suonerà sul palco. Lo speciale verrà trasmesso il giorno dopo su Radio Press.

IL PROGRAMMA

L’inaugurazione ufficiale della serata sarà il 18 giugno, ma avremo due preview parties nelle settimane precedenti:

VEN 5 GIUGNO: live di Mynerdpride + Neeva & Sensational Gianni + dj set di Music Is My Boyfriend

GIO 11 GIUGNO: dj set di Arpxp e Acirne

GIO 18 GIUGNO, inaugurazione! live dei Love Boat + speciale On Repeat con intervista alla band + dj set all night long.

(Presto annunceremo il programma delle altre serate, con – tra gli altri – Rippers, Golfclvb, My Awesome Mixtape, No Seduction e molti altri da confermare…)

www.myspace.com/onrepeatnet

Singer is a crook, whoa-ey-oh

Maggio 22, 2009 by onrepeat

Ed ecco infine l’ultimo flyer di On Repeat, realizzato – come nel caso degli altri due – da Michele Zuddas aka Boringvision. Qui la presentazione della campagna e il primo flyer, qui il secondo flyer.

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Dusty Kid, A Raver’s Diary

Maggio 22, 2009 by onrepeat

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Non è da poco avere praticamente ogni fine settimana impegnato a suonare in giro per il mondo, aver remixato gente come Moby o Armand Van Helden, pubblicato singoli suonati nei dancefloor di mezzo mondo e a soli 26 anni essere considerato uno dei nomi forti della musica elettronica italiana. Eppure la situazione di Paolo Alberto Lodde in arte Dusty Kid è esattamente questa: quella di producer e compositore cagliaritano di fama internazionale e pure testa d’ariete della ricezione della musica elettronica sarda in giro per il pianeta, in un periodo – peraltro – in cui il fermento a cui si assiste nell’Isola è di grande rilievo e interesse. In questi giorni è uscito il primo album vero e proprio, A Raver’s Diary, per l’etichetta tedesca Boxer recordings e darà vita già da questo venerdì ad una lunga tournée mondiale, con date a Berlino, Tokio, Londra, Barcellona, Leeds, Parigi, Roma… “Fare un album per me era un sogno e volevo un concept che lo giustificasse, altrimenti sarebbe stato solo una raccolta di singoli senza una concatenazione tra di loro”, spiega Dusty Kid. “Volevo che avesse un senso dall’inizio alla fine, che fosse un viaggio, che portasse l’ascoltatore in un mondo diverso per la durata intera del disco”. Il concept è legato all’immagine del rave e più che altro cerca di rappresentare il modo di vedere il rave dal punto di vista di Paolo, con immagini sonore legate alla sua percezione personale. “In effetti è il “diario di un raver”, non “diario del raver”. Ci sono suoni e idee che vogliono rendere conto dell’atmosfera di un rave, ma dal mio punto di vista. E peraltro con una visione piuttosto romantica”. Non a caso il disco presenta atmosfere molto variegate, da quelle techno che aprono il disco in modo squassante, a momenti più tranquilli che identificano tappe e situazioni diverse. “Ho preferito fare una cosa che passasse dai momenti in cui un ragazzo arriva al rave e magari sente delle cose pesanti, con un certo impatto, ad altri momenti come quelli del viaggio di ritorno in macchina, magari al tramonto del giorno dopo, quindi con un tono più tranquillo…”. Il disco in effetti si chiude con un pezzo praticamente pop, “Nemurs (Wall of Guitar)” con un ritmo piuttosto pacato a sostenere il suono di una chitarra, con Dusty Kid stavolta impegnato anche a cantare. C’è da dire inoltre che la sua musica è molto più complessa di come a prima vista potrebbe sembrare. Ci sono dentro stratificazioni sonore che attingono a piene mani da una cultura musicale che dal dancefloor passa con disinvoltura alla classica – del resto Dusty Kid ha studiato al conservatorio – agli ascolti rock e psichedelici che si porta dietro fin dalla primissima giovinezza. Tutto questo contribuisce a creare dei pezzi molto ricchi, dal piglio decisamente ballabile ma che si dimostrano appaganti anche ad un ascolto consapevole. “C’è un pezzo, The Fugue, che cerca di ricreare una fuga barocca alla Bach all’interno di un’atmosfera completamente diversa. Ritenevo che fosse una cosa estremamente psichedelica. Ma in tutti i miei pezzi c’è dietro una costruzione molto ricca”. Basta prendere come metro di paragone “America”, una delle vette del disco, diciassette minuti di musica che sono stati raccontati come un “viaggio western di Morricone che monta su un cavallo techno”, o qualcosa del genere… (Pubblicato ne Il Sardegna qualche tempo fa)

L’ottantaseiesima puntata

Maggio 22, 2009 by onrepeat

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Di questa puntata no. 86 di On Repeat ci sono almeno due cose da segnalare. La prima: sono tornati in studio i Takoma – duo sardo-londinese di folk contemporaneo, quello che attinge dagli stilemi della tradizione americana e li contamina con suoni elettronici e bizzarrie assortite – per presentare il loro primo ep omonimo e autoprodotto. La seconda: l’uso smaccatamente privato della trasmissione, con una selezione di canzoni e band in programma al Primavera Sound solo perché ci devo andare anche io… Almeno però si trattava di bella musica. Questa la scaletta:

Takoma, Sunny Day Woman – da Takoma (Autoprodotto, 2009)
Takoma, Blue Gold live su On Repeat
Jesus Lizard, Mouth Breather – da Goat (Touch & Go, 1991)
Liars, Tumbling Walls Buried Me in the Debris with ESG – da They Threw Us All in a Trench and Stuck a Monument on Top (Gern Blandsten, 2001)
Sonic Youth, Leaky Lifeboot (for Gregory Corso) – da The Eternal (Matador, 2009)
Deerhunter, Nothing Ever Happened – da Microcastle (Kranky, 2008)
Yo la Tengo, Madeline – da And Then Nothing Turned Itself Inside-Out (Matador, 2001)
Jay Reatard, I Know I Place – da Singles 06/07 (Matador, 2008)
Black Lips, Bad Kids – da Good Bat Not Evil (Vice, 2007)
Art Brut, Dc Comics and Chocolate Milkshake – da Art Brut vs Satan (Cooking Vynil, 2009)
The Horrors, Sea Withing a Sea – da Primary Colours
Bat for Lashes, Glass – da Two Suns (Parlophone, 2009)
The Pains of Being Pure at Heart, Come Saturday – da S/T (Slumberland, 2009)
Bowerbirds, In our Talons – Hymn for a Dark Horse (Dead Oceans, 2008)
Spiritualized, Do It All Over Again – da Let It Come Down (Arista Records, 2001)

Scarica il podcast!
Prima parte
Seconda parte

Uzi e costumi #4

Maggio 10, 2009 by onrepeat

di Velvet Uzi. Cari amici onrepeatici, diciamolo sottovoce ma l’estate è alle porte. Trovandoci in un isola nel bel mezzo del mediterraneo dovremmo sfoggiare da tempo abitini bianchi e ballerine (le signore) e completi in lino e cappelli panama (i signori) invece fino ad aprile abbiamo imprecato alle fermate degli autobus perché ci si rompeva l’ennesimo tragico ombrello a quadratoni rossi acquistato a “Tutto 1 Euro” mentre il solito idiota accelerava sulla pozzanghera riversando litrate di fango su di noi, il pensionato sotto la pensilina, un gatto randagio e tre emo (protetti dai loro ciuffi).

L’estate, come dicevo, è alle porte e reca con sé solleoni, acqua di mare, giornate più lunghe e, da qualche anno nel nostro ameno isolotto, porta pure i festival musicali.

Oltreoceano ci precedono con il Coachella, famoso evento musicale californiano, piuttosto interessante sia per materiale musicale che per materiale umano datosi che coinvolge perfino alcuni fashion bloggers solitamente snob e portali di una certa caratura come il super-mainstream style.com (la Condè Nast per intenderci).

Trovo molto interessante il fatto che eventi del genere, un tempo riservati ad una “nicchietta”, trendy  per certi aspetti ma non nel senso vogueistico del termine, suscitino l’attenzione degli addetti ai lavori. La storia musicale e quella della moda scorrono parallele da molto tempo ma ora più che mai sembrano essersi coese rispetto al passato.

Nei 90 una stilista ora iperesposto come Marc Jacobs si fece notare anche per la sua assidua frequentazione di concerti più o meno alternative riscaldato da flanelle grunge e accompagnato da supertop del calibro di Helena Christensen e ora, si sa, la storia si ripete con Nostra Signora Dell’Hipster Agyness Deyn che non si muove senza Henry Holland (e, per i pettegoli, nemmeno senza il nuovo boyfriend Alex Greenwald dei Phantom Planet giacchè pare che Albert Hammond Jr sia ormai out (soooo 2008!).

I riflettori delle redazioni-moda comunque non vengono mai puntati a caso dato che le foto delle ragazze del pubblico saranno l’archetipo di molti servizi di moda che occuperanno le pagine delle riviste patinate nei prossimi mesi e ispireranno insospettabili creatori haute-couture (remember Karl?), gli stylist della young hollywood come Rachel Zoe e le debosciate figlie di Bob Geldof che applaudono la beneficienza di papà fra un soggiornino in rehab e un’incursione da Chanel.

Chissà che quest’anno qualche fashion blogger isolano non immortali i look del pubblico festivaliero sardo: non che manchino ray-ban d’ordinanza e ballerine in tela… Qualche coraggiosa oserà un headpiece come la socialite Arden Wohl (dovremmo parlare del termine “socialite”: ragazza ricca in giro per locali= socialite, ragazza povera in giro per locali= fancazzista) o un vezzoso ombrellino à la Dita?

Ah, e se cambiasse (di nuovo) il clima bimbi miei e dovesse piovere ben venga il fango… Accantoniamo la Coachella-Inspiration e diamo il benvenuto al Glastonbury-Trend!

L’ottancinquesima puntata

Maggio 10, 2009 by onrepeat

Siamo tornati alle due ore canoniche dopo alcune settimane di, chiamiamola così, pigrizia radiofonica (i primi caldi, diciamo), con due ore straricche di musica (business as usual!) spaziando dal migliore garage rock italiano all’indie italico che piace a noi a certo indie pop stracciamutande alle band di punta del nuovo andergroun statunitense. E cose varie. Questa è la scaletta.

Love Boat, Baby Don’t Worry – da Imaginary Beatings of Love (Alien Snatch! Records, 2008)
Dente, A me piace lei – da L’amore non è bello (Ghost Records, 2009)
Le Man Avec Les Lunettes, Summer Song – da Plaskaplaskabombelibon (My Honey/ Zahr, 2008)
Comaneci, In a Week – da Girl Was Sent to Grandma’s in 1914 (Madcap Collective, 2009)
Blank Dogs, Blue Lights – da Under and Under (In the Red, 2009)
Wavves, Friends Were Gone – da Friends Were Gone (Fader, 2009)
Comet Gain, If I Had a Soul – da Broken Record Prayers (What’s Your Rupture, 2008)
Vivian Girls, Tell the World – da Vivian Girls (In the Red, 2008)
Camera Obscura, Forests and Sands – My Maudlin Career (4AD, 2009)
The Wave Pictures, Strange Fruit or David  – da Instant Coffee Baby (Moshi Moshi, 2008)
Burial & Four Tet, Moth – da Moth/Wolf Cub (Boomkat, 2009)
Mahjongg, Mercury – da Kontpab (K Records, 2008)
Phoenix, Listzomania – da Wolfgang Amadeus Phoenix (V2, 2009)
Micachu & the Shapes, Just in Case – da Jewellery (Rough Trade, 2009)
Beck, Green Lights – da Green Lights/Pay no mind (2009)
Japandroids, Young Hearts Spark Fire – da Post Nothing (Unfamiliar, 2009)
No Age, Cappo – da Nouns (Sub Pop, 2008)
Dinosaur Jr, I Want You to Know – da Farm (Jagjaguwar, 2009)
Movie Star Junkies, Little Boy – da Melville (2008)
Feeling of Love, Hand Clap Girls – da Petite tu es un hit (Yakisakana Records, 2009)

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Prima parte
Seconda parte

Il secondo flyer di On Repeat…

Maggio 3, 2009 by onrepeat

È uscito finalmente anche il secondo flyer di On Repeat, seconda tappa di una campagna di cui vi ho già parlato qui e che si chiuderà a breve con l’uscita di un terzo flyer…

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L’ottantaquattresima puntata

Maggio 3, 2009 by onrepeat

No Seduction, Spend Money, Stay Cool – da Spend Money, Stay Cool (2009)
Cut Copy, Far Away (Hercules and Love Affair Remix) – da Far Away (2008)
Lemonade, Big Weekend – da Lemonade (True Panther, 2008)
Dusty Kid, Nemur (Wall of Guitars) – da A Raver’s Diary (Boxer Recordings, 2009)
Micachu & the Shapes, Worst Bastard – da Jewellery (Rough Trade, 2009)
Blank Dogs, No Compass – da Under and Under (In the Red, 2009)
zZz, Running with the Beast – da Running with the Beast (Anti, 2009)
Hatcham Social, Crocodile – da You Dig the Tunnel, I’ll Hide the Soil (Fierce Panda, 2009)
Bill Callahan, My Friend – da Sometimes I Wish We Were an Eagle (Drag City, 2009)

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