Non potevo non farlo. Nonsischerzapiù lancia il giochino, indiessolvenza lo rilancia e io raccolgo con entusiasmo.
La guest list di Pitchfork virata sull’ombelicale. Anziché aspettare che facciano l’intervista (un esempio: questa, la prima che ho beccato), te la fai da solo. Ecco qui. (Sotto segnalo un post freschissimo su Dente)

>> Canzoni preferite dello scorso anno

Shins, Australia. È una canzone assolutamente perfetta, e poi riesce ad appagare in pieno il mio lato Scrubbs/J.D.

Deerhoof, Plus 81. Choo choo choo choo choo beep beep.

M.I.A., Paper Planes. Canzone caramellosa e cantilenante costruita su un sampler di Straight to Hell dei Clash. Tormentone personale e canzone di cui ancora oggi non posso pensare di poter fare a meno.

Panda Bear, Bros. Una melodia pop folkeggiante (il correttore automatico di word insisteva sul “folleggiante”, non aveva torto) mandata in loop per dodici minuti. Un pezzo tutto pieno di echi e di spazi. I Beach Boys che escono fuori da una strana incrostazione temporale.

Burial, Raver/ Battles, Atlas. Epocali.

>> Vecchie canzoni preferite in questo momento.

Microphones, The Glow Pt 2. Mi è venuta in mente subito perché l’ho messa in radio qualche settimana fa ed è uscita la ristampa del disco proprio in queste settimane su K Records.

Neutral Milk Hotel, Oh Comely. Più o meno stessa motivazione, quest’anno si celebrano I dieci anni dall’uscita di In an Aeroplane over the Sea…

Mercury Rev, Holes. Perché frugando sull’hard disk sono entrato nella cartella dei Mercury e questa canzone è così miracolosamente bella che l’ho dovuta ascoltare tre volte di seguito per capacitarmene.

Scott Walker, Farmer in the City. È il pezzo più normale di Tilt, uno dei dischi meno normali della storia del – ehm – “rock”. Un pezzo sostenuto da melodie di archi che crescono sotto la voce stentorea e sofferta di Scott. La dedica è tutta per Pierpaolo Pasolini.

The Streets, Let’s Push Things Forward. Reggae stilizzato da videogame, trombe mariachi di una desolazione infinita, Mike Skinner che rappa le sue cose. Per ricordare come il grime all’inizio fosse una cosa davvero molto bella.

Gun Club, For the Love of Ivy. You look just like an Elvis from hell. Il punk più viscerale che si impasta con la tradizione più remota del blues, con il voodoo, con l’alcoolismo terminale di Jeffrey Lee Pierce. Uno dei pezzi più psicotici che io ricordi.

>> Nuovo gruppo preferito.

Fuck Buttons. Non lo definirei un gruppo, essendo un duo. Ma non andrei così sul sottile.

>> Canzone preferita di sempre.

Non lo so, ma quando ci penso la prima che mi viene in mente è Where Is My Mind? dei Pixies. Boh?

>> Miglior concerto visto di recente.

Vabbé, quello dei Sunny Day Sets Fire al Mine festival.

>> Ultimo bel film visto.

Questo se lo spartiscono Non è un paese per vecchi e Il petroliere.

>> Ultimo bel libro letto.

Un bel po’. Diciamo allora, l’ultimo libro-della-mia-vita letto, La strada di Cormac McCarthy

>> Negozio di dischi preferito

Sound of the Universe a Soho, Londra. Non ci vado spesso, però.

>> Miglior acquisto dell’anno scorso.

T-shirts, soprattutto.

>> Miglior cosa combinata quest’anno.

La devo ancora fare.

>> Locale preferito

No, a questo non rispondo. Vado spesso al Preep, però.

>> Show preferito al momento.

Grey’s Anatomy!

>> Videogioco preferito al momento.

Non gioco più da anni, se dovessi riniziare mi butterei sul Super Mario degli esordi. Oppure su quei giochi bidimensionali che si trovavano a centinaia per il commodore su quelle vecchie cassettine che si compravano in edicola.

>> Programma radio preferito

E qui come si fa? Però quando ero tredicenne ascoltavo il DJ Time.

>> Suoneria

Sarà un po’ noioso ma la mia suoneria trilla e basta.

Che begli occhi che hai/ chissà come mi vedi bene

Capita a volte di farsi passare sotto gli occhi le cose senza prestarci particolare attenzione. Prendiamo Dente. Quando è uscito il suo disco ho letto in giro, in rete, sui giornali, parecchie recensioni entusiastiche, ma dalla descrizione che ne veniva fatta non mi è mai venuta voglia di ascoltarlo. Molto semplicemente. Pigrizia e pregiudizio (le due p). Poi ho saputo che sarebbe dovuto venire in Sardegna e ne ho approfittato per recuperare.

Dente. Accidenti a lui. Chitarra e voce e poco altro. Erre moscia e cantato sottile, leggero leggero. Canzoni indimenticabili come Baby Building o Canzone di non amore. “La semplicità del latte e del caffé”. “La genialità delle parole”. Non è solo questo. È un tocco personalissimo eppure saputo, che ti richiama alla memoria tutta una tradizione di canzoni italiane prese di qua e di là ma in particolare da Lucio Battisti, e poi uno ci mette dentro – perché cerca di giustificare anche attraverso ascolti più, come dire, politicamente corretti – Elliott Smith e certo lo-fi statunitense. Dente gioca con una poetica buffa e malinconica, velata e ironica (“ti prego torna… ti prego torna… ti prego torna… ti prego torna… da dove sei venuta”), leggera e carica di nostalgia, e la supporta attraverso un talento pop e comunicativo molto sviluppato. Cantautorato italiano “per natura e per principio”. Ma anche, ovviamente, “canzone pop” e “canzone di non amore”. Come da dichiarazione d’intenti.

Allora diamo qualche informazione. Dente è Giuseppe Peveri ed è parmense o giù di lì. Ora sta a Milano. Ha pubblicato un paio di dischi, di cui ho ascoltato solo Non c’è due senza te, uscito l’anno scorso per Jestrai. È stato registrato praticamente in casa e praticamente tutto da solo. Dente suona, produce e ha anche realizzato la grafica del disco. Non c’è due senza te è un disco che ascolti naturalmente. Lo lasci andare e ti accompagna senza disturbare, fino a quando magari un verso non cattura la tua attenzione (“che invidia l’intelligenza/ che sta vicina ai testicoli”) o una canzone non riesce a commuoverti con una dolcezza istintiva, semplice che in questo caso più che altrove non coincide certo con banale (“quanto ti ho voluto e quanta voglia ho/ di darti un bacio sulle stelle/ saltare il compito di matematica/ farti un disegno sulla pelle”). Un bel disco di canzoni da scoprire, porgere, condividere, cantare anche.

Quest’anno è uscito un ep che veniva regalato ai concerti ed è andato esaurito. Intanto però si può anche scaricare su amodente.it. Si intitola Le cose che contano ed è un po’ diverso rispetto a quello che ha fatto in precedenza, perché qui si perde l’autarchia quasi assoluta delle registrazioni casalinghe in favore di alcune collaborazioni eccellenti. Il risultato finale è da band e si mantiene su buoni livelli, anche se la registrazione suona complessivamente più pulita (il che è un bene). Molto bella la title-track: la potrete sentire anche questo sabato live in studio per la nuova puntata di On Repeat, insieme a Baby Building e Canzone di non amore. (No, tutto questo discorso non era solo finalizzato a pubblicizzare la puntata, spero si sia capito).

Divagazione inutile. Dente canta ad un certo punto “Niente ci può toccare” ed è un motivo che c’è anche in Bugo, in Gelato giallo (“niente ci può sfiorare, niente niente”, “niente ci può scalfire, niente niente”) ed è una figura che mi commuove profondamente, perché è legato – secondo me – a quello che possono rappresentare (oddio) l’amore e la coppia in una immagine ideale, cioè una sfera di inscalfibilità, completezza e autosufficienza. Solo che in Bugo c’era la chiosa “niente ci può scalfire, tranne quello che ci circonda”, qui invece è categorico “niente di niente di niente di niente” e del resto, “a differenza di questa canzone noi non finiremo mai”, dice Dente. Chiusa divagazione inutile. (La foto di Dente è stata scattata al Mine da Sanny)

foto di nicola massa

Diciamo subito che se l’idea (una delle idee) dell’A Beatiful Mine era quella di fare un festival in Sardegna cercando di solleticare una audience continentale anche con l’idea del sole del mare delle spiagge, bisognerebbe tirare in ballo la Sfiga per raccontare del modo in cui il sole è sparito in prossimità dell’evento, lasciando solo un vento incessante e qualche pioggerellina sparuta. Il mare e la spiaggia, va da sé, sono venuti meno. Bisogna dire comunque che l’aspetto climatico non ha rovinato il festival organizzato da Zahr, Here I Stay e Rockit alle miniere di Piccalinna a Montevecchio. Non lo ha rovinato perché la location era straordinaria, l’organizzazione è stata buona e i concerti – molti concerti – sono andati decisamente bene. Preciso subito che non ho nessuna intenzione di scrivere un report, però vorrei fare qualche considerazione veloce. La prima è che c’era bisogno davvero di un festival del genere che iniziasse ad impostare un discorso simile, ovvero quello di creare una situazione in cui band italiane e internazionali potessero incontrarsi in una location meravigliosa e in un’isola come la Sardegna – che, come si sa, si dice, si è detto e ripetuto fino alla nausea (non per questo è meno vero) è fuori dai circuiti dei concerti e dei festival “che contano” e in questo modo si cerca di colmare una lacuna vistosa, penalizzante. In questa sfida sta il senso di una scommessa importante, da supportare con convinzione. Poi ovviamente si può - e si deve - discutere delle singole scelte: Il Teatro degli Orrori per la terza volta in Sardegna in un anno (piacciano o meno, s’intende), la mancanza di una impronta decisiva che rendesse riconoscibile il festival, o qualche scelta di scaletta durante il secondo giorno. Ma queste sono cose – soggettive – che non hanno certo compromesso la riuscita finale del festival. Del resto si trattava di una prima edizione e il pubblico ha risposto bene: qualcosa come milleduecento ingressi in due giorni per un festival appena nato è un buon risultato. Direi che la scommessa è stata vinta, e questo da slancio per una seconda edizione l’anno prossimo. Naturalmente nei prossimi giorni occorrerà fare dei bilanci e anche rispondere alla domanda: quante persone hanno preso la nave e l’aereo per venire in Sardegna per il festival?

Poi alcune band, velocemente. Bravissimo Dente (questo sabato tra l’altro va in onda il live su On Repeat registrato giovedì), che si dimostra non solo uno scrittore di canzoni davvero talentuoso – sempre in bilico tra ironia, leggerezza, malinconia – ma anche uno che sa tenere il palco benissimo anche se sta da solo e le canzoni si basano su chitarra e voce. I Plasma Expander sono una conferma, i Golfclvb hanno fatto davvero un gran concerto, i Sunny Day Sets Fire sono stati i migliori, i Rollerball molto, molto interessanti anche se tra alti (momenti che colpivano allo stomaco) e qualche (relativo) basso, i Me Succeeds forse non hanno sulle corde un intero concerto, nonostante alcune canzoni decisamente carine.

La foto in alto è di Nicola Massa.

Nel mentre che si definiscono i programmi per questa settimana (weekend a Montevecchio per l’A Beautiful Mine Festival, registrazioni in studio quasi certe di due live e una intervista a una label italiana che ci piace parecchio) si pensa anche al futuro prossimo venturo. E inizio ad annunciarvi che durante la puntata del 24 maggio andrà in onda su On Repeat una lunga intervista a Flavio Soriga. Ve lo annuncio ora perché abbiamo appena finito di registrare (volevamo fare una diretta da almeno un paio di mesi, non ci siamo mai riusciti, abbiamo rinunciato e registrato oggi all’ora di pranzo). Ci siamo divertiti parecchio, tra reading, musica, news e qualche battuta, quindi vi consiglio di non perdere per nessuna ragione al mondo questo appuntamento. Nel frattempo, vi invito a leggere questa mia intervista uscita ne Il Sardegna qualche giorno prima dell’uscita del libro, Sardinia Blues.

Il 17 maggio invece andranno in onda tutte le cose registrate prima e durante il festival. Se tutto va come deve andare, sarà una cinquantesima puntata praticamente pazzesca. La butto lì: Dente live in studio, Le Man Avec Les Lunettes live in studio (con l’anticipazione di qualche pezzo del nuovo album), intervista in studio alla My Honey Records.

Questo sabato va in onda una replica, ancora da decidere. E appena possibile invece torneranno in studio i Golfclvb per il live che vi avevo promesso.

Mattia Coletti live su On Repeat

Ci sono delle puntate che sembrano nascere male già da prima di arrivare in radio. In questo caso ci metterei dentro: telefonate, problemi di – diciamo così – benzina, orari ridotti di cui si viene a conoscenza all’ultimo, a cui aggiungerei anche la mia scarpa biancorossa (qualcuno sa perché, cit.). Comunque alla fine, nonostante le premesse, la quarantanovesima puntata non è andata male affatto. C’era ospite Mattia Coletti con piccola intervista e due pezzi live in studio, e poi una scaletta lo-fi e cantautorale americana (purtroppo per via del tempo a disposizione sono rimasti fori un bel po’ di nomi che volevo farvi ascoltare). La settimana prossima andrà in onda una replica – ancora da decidere – perché saremo tutti in miniera, ma la cinquantesima puntata in compenso dovrebbe essere molto ricca. Quasi sicuramente registreremo dei live con ospiti in studio, e poi un po’ di interviste dal Mine. Monteremo e manderemo in onda come puntata del 16 maggio.(In questi giorni non ho aggiornato il blog per fastidiosissimi problemi di linea)

Mattia Coletti, Submarine live @ On Repeat
Mattia Coletti, Tennessee live @ On Repeat
Vic Chesnutt, Debriefing
The Microphones, The Glow Pt. 2
Daniel Johnston, Lonely Song
Beck, Sleeping Bag
The Mountain Goats, Best Ever Death Metal Band in Denton
Silver Jews, Train Across the Sea
Bonnie Prince Billy, Cursed Sleep
Smog, Goldfish Bowl
Cat Power, American Flag

Questa puntata è durata solo un’ora ma in un’ora appena siamo riusciti a farci stare due interviste telefoniche decisamente sfiziose: quella a Max Collini degli Offlaga Disco Pax e a Ufo degli Zen Circus (& Brian Ritchie). Si è parlato dei dischi rispettivi, Bachelite (Santeria) e Villa Inferno (Unhip). La prima e ultima intervista telefonica risaliva addirittura alla prima puntata. In genere preferisco avere gli ospiti in studio, però d’ora in poi potrà capitare di avere anche qualche telefonica, specie quando non c’è la possibilità di avere la band in studio subito. Che poi dalle interviste è emerso che Offlaga e Zen verranno a suonare a Cagliari d’estate, quindi magari ci scappa pure l’ospitata in via Barone Rossi…

Questa è la scaletta. Vi dico subito che sabato avremo ospite Mattia Coletti accompagnato dai Plasma Expander. E che poi faremo un excursus musicale molto interessante, con cantautori americani, lo-fi, folk e neofolk.

Offlaga Disco Pax, Lungimiranza

Offlaga Disco Pax, Onomastica

Zen Circus, Punk Lullaby

Zen Circus, Figlio di puttana

Baustelle, Alfredo

Bastelle, Abbabula

Dei Baustelle dicono che sono “lo stato dell’arte della canzone italiana”. La verità è che oggi la band di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi è l’unica in Italia in grado di stare in equilibrio – un equilibrio precario - tra successo popolare e acclamazione critica, tra l’heavy rotation di Charlie fa Surf e una formula musicale realizzata con spirito ultrapop e spessore colto, citazioni nonchalant e patina accattivante, snobismo e urgenza comunicativa. Con testi che interrogano, anche impietosamente, i nostri tempi, che illuminano “la nostra cognizione del dolore”. Amen, quarto disco di una carriera fortunata, dovrebbe essere quello della consacrazione popolare definitiva. Grazie all’intelligenza del loro approccio: non è facile far ballare un pezzo che invita a seguire l’esempio di Baudelaire, o infilare spunti di critica sociale in un pezzo che cita il Tenente Colombo, o essere così dannatamente commuoventi in una canzone che parla di Alfredo, il bambino che cadde nel pozzo di Vernicino. Sabato hanno suonato a Sassari al Teatro Verdi alle 21 come anteprima del Festival Abbabula, organizzato da Le ragazze terribili. (Del concerto poi vi dirò)

Bianconi, lei ha detto che Amen è un disco sul declino civiltà occidentale moderna.

Riascoltandolo direi di si. Non era stato programmato, nel senso che non mi sarebbe mai successo di sedermi a tavolino e decidere di fare un disco sul “declino della civiltà occidentale”. Però viviamo in un tempo in cui c’è il senso della fine di un sistema di valori, siamo tristi e infelici e mi è venuto naturale scrivere testi simili.

Il senso della fine emerge ne Il liberismo ha i giorni contati. Ma li ha davvero?

Stando ai risultati delle elezioni direi di no. Però l’organizzazione totale delle nostre esistenze senza regole non funziona. Economicamente sì, però ci rende infelici. Il liberismo ha fallito come il socialismo reale.

Domanda fintamente ingenua: ma si può parlare in una canzone pop di “morte del mercato per autoconsunzione”?

Secondo noi che lo facciamo si. Il bello delle canzoni pop è che puoi dire qualsiasi cosa, è un mezzo molto malleabile. È l’unica ragione per cui continuiamo a farle.

Amen ai primi ascolti lascia un po’ storditi per l’estrema ricchezza degli arrangiamenti.

Volevamo un disco complesso, monumentale, barocco, con molte stratificazioni, carico di tante cose. Lo abbiamo pianificato così, volevamo divertirci, sperimentare. Nasce pomposo fin dall’inizio.

Cosa significa per una band raggiungere un pubblico vasto?

Fin dagli inizi non ci siamo posti nessun limite ad un eventuale successo di massa. Scriviamo canzoni e più grande è il pubblico, meglio è. Nella musica indipendente italiana c’è un vizio grave, che è quello di dire: facciamo la nostra musica e la facciamo solo per quelli che possono capire. Io la vedo in altro modo, io la mia musica voglio buttarla in pasto a tutti.

Perché Amen?

Ci sembrava che Amen fosse una parola simbolica per un disco che canta della perdita del sacro in tutte le sue possibili forme.

C’è perdita del sacro, eppure la religione è molto presente nel dibattito politico. Non è un paradosso?

Lo è, perché nelle società in cui il sacro viene a mancare, fioriscono le sette, le chiese ufficiali si intromettono nelle vicende politiche. C’è chi cerca di sfruttare questa mancanza.

Il disco è molto pessimista, eppure una forma di riscatto possibile sembra esserci in Baudelaire, in quel “bisogna scrivere/ verso l’ignoto tendere”.

Baudelaire indica una possibile via, specie se sei ateo come me e non hai la certezza della salvezza ultraterrena e devi sforzarti di trovare dei modi per dare senso alla vita. Il pezzo dice: prendi esempio da Baudelaire, e da altri personaggi elencati, come Pasolini, Piero Ciampi. È un inno alla vita, anche se paradossalmente tutti gli artisti citati sono morti giovani. Ma bisogna prenderli ad esempio perché hanno scritto, hanno vissuto la propria vita come se fosse un romanzo, hanno cercato la bellezza e l’arte.

Invece L’uomo del secolo sembra filtrare nostalgia verso un passato contadino.

Non so se si tratta di nostalgia. È una canzone che parla di mio nonno, che ha visto susseguirsi vari mondi ed è arrivato all’ultimo che non lo capiva più. Esattamente come non lo capisco io.

Prima cantava “voglio essere Gainsbourg”, oggi i Baustelle fanno musica pienamente italiana.

Amiamo la musica italiana, la sua tradizione, le cose buone che ci sono (e ci sono). Certo forse il meglio viene da prima degli anni sessanta, ma non abbiamo mai negato il nostro amore per i cantautori delle nostre generazioni.

Charlie fa Surf, il primo singolo, è stato giudicato un po’ ambiguo: c’è chi dice che non si capisce se sia a favore o contro la gioventù di oggi.

Non è contro i giovani, o meglio: è una canzone contro questa società che produce dei giovani siffatti. Io semmai provo pietà verso di loro, empatia. Del resto, nonostante le questioni anagrafiche continuo a sentirmi come loro.

(la foto è di nicola massa)

Più o meno i migliori ascoltati in questo primo 2008. L’ordine è assolutamente casuale.

Xiu Xiu, Women as Lovers (Kill Rock Stars). Uno che ha dichiarato (testualmente) di voler “violentare tutta la bella musica”, ha già detto più o meno tutto quello che di essenziale c’è da sapere sulla sua attitudine e sul suo approccio al suono. Immaginate una new wave involuta in equilibrio precario tra sperimentazione, cacofonia ed emotività spinta a livelli quasi imbarazzanti, con “canzoni” ricche di abbozzi melodici sempre, invariabilmente corrosi dall’acido solforico. Il nuovo disco – il sesto ufficiale, tralasciando live, ep e raccolte - riesce a bilanciare piuttosto bene le spinte verso quello che con qualche difficoltà potremmo anche chiamare “pop” (No Friend Oh!), con quella che rimane la cifra peculiare degli Xiu Xiu, una intimità sofferente sbattuta in faccia all’ascoltatore (vedi In Lust You Can Hear The Axe Fall), con la voce di Jamie Stewart spinta – come spesso accade - ai limiti della nevrastenia. Sentite quanto sono belle le ballate Black Keybord e Master of Dump, o F.T.W, che inizia folkeggiante e poi soccombe sul finale, o l’atmosfera post punk e minacciosa di White Nerd che pure riesce in qualche modo a suonare accattivante. L’ascolto però è sempre difficile e sofferto: dall’album di una band che ha scritto un pezzo come “Ian Curtis Wishlist” era abbastanza prevedibile. E c’è anche una cover di Under Pressure dei Queen in duetto con Michael Gira.
Guarda il video di I Do What I Want, When I Want (in cui ho realizzato tra l’altro che Caralee McElroy, la cugina di Stewart, è veramente carina).

Hercules and Love Affair, Hercules and Love Affair (DFA). Di questo disco ho già detto. Posso solo aggiungere che è una delle cose che ascolto con maggior piacere in questo periodo, quando cammino per strada con le cuffiette bianche che spuntano da sotto la maglietta, quando vado in palestra, e dire che se gli LCD Soundsystem (e diverse altre cose) mi hanno riconciliato con la dance da un punto di vista rock, questo disco invece mi riconcilia con la dance da un punto di vista dance. Che poi vi chiederete cosa vuol dire. Vabbé.
Qui Andrew Butler spiega il disco pezzo per pezzo.
Guarda il video di Blind, praticamente il singolo dell’anno, con un Antony alla voce che non potrebbe essere più bravo.
Guarda il video di You Belong.

Ruby Suns, Sea Lion (Memphis Industries/ Sub Pop). Anche di questo disco avrei già detto. Aggiungo solo che in questo periodo è passato un po’ in secondo piano ma che rimane pur sempre un buon disco di pop lussuoso, psichedelico e bizzarro che a conti fatti è il pop che piace di più da queste parti. E le influenze word quest’anno sono particolarmente attuali.
Guarda il video di Maasai Mara

These New Puritans, Beat Pyramid (Angular Recordings Corporation/ Domino). Quando uno pensa che il revival post punk non abbia più granché da dire, escono fuori band come i These New Puritans a smentire l’assunto. Considerate che io non sono esattamente un inglesofilo, almeno per quello che riguarda la maggior parte delle band che tirano avanti la baracca dell’industria discografica d’oltremanica, quella sostenuta – per intenderci - dal sensazionalismo alla NME. Senza poi stare qui a fare discorsi (che condivido) del tipo che le band inglesi di oggi vivono di singoli molto accattivanti ma alla prova dell’album non reggono granché. Qui comunque oltre l’hype e i singoli (impeccabili) c’è di più. Una sfrontatezza tutta inglese che stavolta riesce a catturare fin dall’inizio, riff secchi e angolari – come da copione – sostenuti però da ritmiche più imprevedibili, corpose e nonchalant che li avvicinano molto più ad una idea di dance suonata dal vivo (del resto le band inglesi di oggi fanno della ballabilità una priorità irrinunciabile) e quindi tendenzialmente in bilico tra pseudo nu-rave, Bloc Party e un po’ di fenomeni grime. Insomma: buona parte delle tendenze che si agitano oggi in Inghilterra. Probabilmente non dureranno, ma oggi sono i migliori in quello che fanno.
Guarda il video di Elvis
Guarda il video di Sword of Truth

Fuck Buttons, Street Horrrsing (ATP). Di questo disco ho parlato qui. Confermo la grandezza dell’album, anche se non condivido l’invito del loro nome – specie da quando esistono anche le spillette di On Repeat.
Guarda il video del live di Sweet Love For Planet Earth (un capolavoro) al SXSW.

Nick Cave & the Bad Seeds, Dig Lazarus Dig!!! (Mute). “Anyone who says Nick Cave is in need of a career resurrection is full of shit.” (via). Non aggiungo altro, se non che: del disco (e dei miei patetici turbamenti) ho parlato qui.
Guarda il video di Dig, Lazarus, Dig!!! (che pure continua a convincermi meno di tutto il resto)

Evangelista, Hello, Voyager (Constellation). Direte che questo è il solito disco spaccamarroni per patiti dell’avanguardia che un po’ se la tirano. Probabilmente. Però Carla Bozulich è una interprete straordinaria, personalissima, sofferta, che due anni fa ha realizzato uno dei dischi più intensi che capiti di ricordare in questi anni. Da quel disco, che si intitolava Evangelista, è nata una band con lo stesso nome che mette insieme la Bozulich con un po’ di componenti dell’etichetta collettivo. Tra asperità noise e violenze assortite (Smooth Jazz, Truth Ss Dark Like Outer Space) e parentesi più pacatamente notturne (Lucky Lucky Luck) con tanto di “whoo-hoos” civettuoli, tra violini sinistri (For the L’il Dudes) e lacerazioni che ricollegano direttamente al disco solista (i pezzi posti in apertura e chiusura di disco), questo novo progetto merita davvero più di un ascolto – ma solo a patto che abbiate un po’ di voglia e tempo da dedicare a musica decisamente non facile, non compiacente, con accattivante, per niente consolatoria.
Guarda qualche video di Carla Bozulich

Baby Dee, Safe Inside the Day (Drag City). Dall’America profonda al cabaret mitteleuropeo il passo non è poi così lungo, se uno ci mette in mezzo Tom Waits e il modo in cui lui ha saputo coglierne le connessioni più profonde. Baby Dee nel pezzo migliore del disco, The Earlie King, si rifà alla lezione waitsiana (ma dentro ci sentite anche John Cale e David Tibet) in maniera superba, con un pezzo corrosivo di un/una performer di grande classe, decisamente appartato/a. Per il resto, tante ballate tristi come da copione, ma anche pezzi da Brodway stracciona (The Only Bones That Show) e perfino un tango (Bad Kidneys). Nel disco c’è ospite anche Will Oldham, la cricca è quella freak newyorkese di Antony, con il patrocinio di Current 93.
Guarda un video live con David Tibet (Idumea, dall’ultimo album di Current 93)

Vampire Weekend, Vampire Weekend (XL). Indie pop caraibico, nientemeno, suonato con una freschezza da non crederci da quattro figli di papà della Columbia University, tanto bravi ragazzi con maglioncini colorati e facce pulite. Terzomondismo senza esagerare, Africa più millantata che reale, David Byrne e Peter Gabriel in versione twee, pezzi da due minuti come A-Punk che ti intossicano fin da subito e che puoi riascoltare all’infinito, tanto non ti stancano mai. Dovrebbero starmi antipatici, non posso che amarli.
Guarda il video di A-Punk
Guarda il video di Mansard Roof

Isobel Campbell & Mark Lanegan, Sunday at Devil Dirt (V2). Di questo disco ho parlato ieri
Qui c’è un’intervista ai due
Guarda
il video di Ramblin’ Man (dal disco precedente). Per vederlo dovete loggarvi su youtube perché lo segnala come contenuto inappropriato, essendo particolarmente – diciamo così – sexy.

È del tutto evidente che Mark Lanegan non si preoccupa di ascoltare i miei consigli e i miei rimbrotti amorevoli. Non che avessi qualche dubbio in proposito, però potrebbe capirlo anche da solo che dovrebbe smetterla di cantare dappertutto fuorché dove dovrebbe cantare: in un disco di Mark Lanegan. Solo nell’ultimo anno è comparso nei dischi di: Soulsavers, Twilight Singers, Queen of the Stone Age, Gutter Twins, e ora nel secondo capitolo della collaborazione insolita (almeno così appariva due anni fa) con Isobel Campbell, ex Belle and Sebastian. Il disco si intitola Sunday at Devil Dirt ed esce su V2 come il precedente. Il fatto è che stavolta lo sbuffo del tipo “ma cribbio, ancora una volta!” o del tipo “io ora so fin troppo bene chi è Mark Lanegan” è stato subito stoppato dalla bellezza mozzafiato del pezzo di apertura, una Seafaring Song che è un folk impalpabile arricchito da arrangiamenti di archi veramente straordinari. Qualcosa che val la pena di ascoltare, riascoltare e riascoltare ancora, perché è musica che fa vibrare corde profonde, a volerla accogliere. E il disco è più o meno tutto a livelli di eccellenza. Citerei en passant – ma giusto perché la sto ascoltando ora in cuffia – Back Burner, che è un blues torbido, percussivo, quasi incandescente, o una The Raven dove Lanegan spinge la voce su bassi insostenibili.

Ora, qual è il punto? Il disco precedente, Ballads of Broken Seas all’inizio mi è piaciuto molto – ogni cosa in cui mette bocca Mark Lanegan mi piace, fossero anche i Mad Season – poi ho iniziato ad avere dei dubbi e ad interrogarmi sulle motivazioni profonde che potevano aver portato una indiepopchick scozzese che aveva intitolato un disco “amorino” a giocare alla dark lady insieme ad un uomo che ha intitolato un disco “whiskey per lo spirito santo”. Alla fine il senso di “maniera” ha prevalso. Un elemento che poi è stato messo in rilievo anche da altri. Va detto comunque che Ballads of the Broken Seas era pur sempre un disco assolutamente rispettabile in cui metteva bocca Mark Lanegan. Il fatto è che stavolta i dubbi vanno cordialmente a farsi fottere. Le mie lamentele ora appaiono puerili, perché questo disco alla fine non suona visceralmente come un disco-di-mark-lanegan ma è comunque notevole. E in un’annata finora non esattamente eccitante, sono contento di potermi aggrappare ai miei favoriti musicali che hanno avuto l’accortezza di non deludermi per niente (e qui penso anche a Nick Cave, il cui ultimo disco cresce sempre di più).

Si parla dell'A Beautiful Mine Festival

Puntata in diretta con ospiti Here I Stay e Zahr (più collegamento telefonico con Fiz di Rockit) per presentare il festival A Beautiful Mine, in programma il 9 e 10 maggio alle miniere di Piccalinna a Guspini. Da segnalare che ancora una volta avere insieme Mattia e Luca – con tutte le persone che poi erano in studio – ha portato all’inevitabile momento destabilizzante, a un paio di minuti di delirio puro. Abbiamo messo le band in programma al festival – a parte Nerve Central e Old Brown Shoes, che non hanno ancora registrato nulla – e poi due pezzi in chiusura assai diversi tra loro.

Sabato 26 ancora non so cosa accadrà, ma è possibile che ci siano un paio di interviste telefoniche per presentare due dischi importanti usciti in questi ultimi mesi in Italia.

Il 2 maggio invece viene Mattia Coletti, accompagnato dai Plasma Expander.

(E a proposito del festival, sono quasi confermate le presenze in studio di due dei protagonisti, e poi noi di On Repeat saremo lì e magari registreremo anche qualche intervista da mandare in onda poi. Stei tiun)

Le Man Avec Les Lunettes, In All the Christmas Trees
Me Succeeds, Riemerling
Dente, Le cose che contano
Il Teatro degli Orrori, Dio Mio
Rollerball, Cesena
Rosolina Mar, L’ora di religione
SikitikiS, L’ultima mano
Golfclvb, Autostop
Rippers, From Home
Sunny Day Sets Fire, Wilderness
Plasma Expander, Toccata Loud

Isobel Campbell & Mark Lanegan, Seafaring Song
Black Lips, Veni Vidi Vici