
Non saprei spiegare con parole esatte la geometria dell’amore musicale. Il modo in cui un disco riesce ad avvincere fin dall’inizio. In alcuni casi già a partire dal modo in cui suona la cover, o anche solo dai primi dieci secondi del primo pezzo, quelli che potrebbero dare immediatamente il senso del disco. Credo che possa risolversi in un misto di familiarità e spaesamento – parlo degli amori fulminanti, di quelli inaspettati. Riconosci alcuni elementi che però sono calati un contesto che te li fa apparire nuovi, più affascinanti. Li fa suonare diversamente. Con i Ruby Suns più o meno è successo così. Dentro c’è una tale vertiginosa creatività e una imprevedibilità di direzioni che è praticamente impossibile aspettarsele tutte. Eppure ci si muove in territori familiari, amichevoli. Che si riconoscono al volo. Provate per comodità a immaginare le intuizioni della Elephant Six e degli Olivia Tremor Control in particolare (pop e psichedelia a spasso nel tempo calate in un contesto di stravaganze assortite e perfino deragliamenti rumoristi), ma con un suono che risulta più meticcio ed esotico. Ovvero: nell’anno in cui sembra che per suonare attuali si debbano avere nel proprio suono influenze world music (presenti i Vampire Weekend?), il disco dei Ruby Suns viene presentato – da Sub Pop che l’ha pubblicato – come un album di world music calato in un contesto pop carico di riverberi e di psichedelia. Al di là di trend e pseudotrend è esattamente così. C’è l’Africa in Ole Rinka e Kenya Dig It?, la musica Maori in Tane Mahuta, c’è ovviamente la Nuova Zelanda e c’è la California ed è un disco che prende mille direzioni a cui non riesci a stare quasi appresso, eppure suona tutto così straordinariamente compatto che per poco non si grida al miracolo. L’album di questo trio neozelandese (Ryan McPhun, Amee Robinson, Imogen Taylor) è complesso, ultrastratificato ma ricco di melodie meravigliose che non hanno nulla da invidiare ai nomi chiamati in causa per raccontare la band: Mercury Rev, Panda Bear, Animal Collective. E a volte propone accostamenti bizzarri. La psichedelia rarefatta di Morning Sun sfocia nella seconda metà del brano in un pezzo quasi technopop anni ottanta – e la cosa, sia detto per inciso, suona clamorosamente bene. Per quanto mi riguarda è lo strike out pop di questo inizio 2008. Insomma, come ve lo devo dire che Sea Lion è un album proprio bello?