Intervista ai Giardini di Mirò

Dividing opinions, dice il titolo. Già perché continua ad esserci chi vede nei Giardini di Mirò una band derivativa, capace di suonare post rock quando andava il post rock, indietronica quando poi l’indietronica risultava essere il suono cool, più diretti e “rock” oggi, in cui si prediligono ossature scarne e ritmiche compatte di reminiscenza vagamente post punk. E c’è chi invece applaude convinto, in alcuni casi con una certa esaltazione da militanti dell’indierock. Qui si sta democristianamente in mezzo. Perché i Giardini di Mirò – pur con i loro limiti – sono riusciti a tirar fuori un album bello, dalle influenze ancora scoperte ma realizzato in modo che alla fine, in fondo, tutto suoni molto giardinidimirò. Dividing Opinions è un album importate, il più importante di questo primo scorcio italiano del 2007. Un album che risulta la summa e la compressione di tutte le esperienze passate in un formato più quadrato, asciutto, rigoroso. Dagli esordi strumentali nel solco tracciato da Mogwai e Goodspeed You! Black Emperor all’abbraccio di influenze indietroniche tedesche di inizio anni zero fino alla dimensione raggiunta oggi, dove tutti i retaggi, gli ascolti principali e le tensioni dei Giardini vengono mediati con una scelta di essenzialità che alla fine paga: il disco riesce unitario, molto omogeneo, ben amalgamato. Ne abbiamo parlato con Corrado Nuccini, chitarrista e voce insieme a Jukka Riverberi.
Quali sono le “opinioni che dividono”?
È un’idea generale che sta dietro all’album. Il fatto di fare musica non termina nell’atto stesso di fare musica ma è qualcosa che riguarda anche la condivisione della passione, del sentimento di portare avanti questa attività. Il che vuol dire esserci a 360 gradi, e quindi schierarsi, essere presenti. Questo tipo di attitudine potrebbe anche dividere le opinioni. Siamo contro l’idea un po’ pressappochista e qualunquista dell’attività della musica. E questa può essere un’interpretazione. Poi l’idea è nata anche in un periodo politico un po’ particolare, in cui c’era la famosa Italia divisa in due, tra berlusconiani e non. Quindi c’erano una serie di motivazioni che ci hanno spinto a scegliere questo titolo, che rappresenta un momento storico e personale abbastanza definito.

Un lato “politico” che sembra emergere anche dalla foto scelta per la copertina, che rappresenta gli scontri di piazza in Reggio Emilia del 1960, quando cinque manifestanti persero la vita.
È sempre difficile però parlare di far emergere un lato politico. Non so se la musica in sé debba tirar fuori lati politici, magari anche forzando questo tipo di interpretazione. Noi non siamo un gruppo politico, e non credo che entreremo mai in una dimensione di politica barra retorica. Siamo un gruppo attento a questo tipo di cose ma l’impegno politico è sempre un impegno mediato. Non facciamo pezzi politici, ma sostanzialmente canzoni d’amore, e quindi non c’è un riscontro. La scelta della copertina è stata fatta perché riguarda un fatto che noi sentiamo importante, che riguarda la tradizione della nostra città – anche se poi parlare di tradizione per una situazione in cui ci sono stati dei morti è sempre un po’ difficile.

Voi all’inizio eravate solo una band strumentale, la voce è comparsa dopo. Come è nata l’esigenza di aggiungere anche questo elemento?
Un’evoluzione del gruppo, per cui ad un certo punto ci si stanca a fare le solite cose e si sentono degli stimoli nuovi, che sono naturali. Del resto sono percorsi che prima fai e poi solo in un secondo momento ti dai una giustificazione per cui li hai fatti, per cui non saprei dirti perché abbiamo deciso di introdurre la voce. Ad un certo punto ne abbiamo sentito la necessità. Di fatto siamo stati strumentali sono nel nostro primo periodo, quando perdemmo il cantante prima di aver inciso qualcosa. Ci trovammo così senza cantante e dato che non avevamo trovato una persona che la sostituisse allora decidemmo di andare avanti solo strumentali. Ma quando abbiamo trovato una persona, ovvero Alessandro Raina che riusciva ad incastrarsi bene con noi, abbiamo aperto la nostra vena “nazionalpopolare” e abbiamo cantato…

E come vi siete trovati tu e Jukka nella veste di voci, stavolta?
Ci siamo trovati in una situazione un po’ particolare, perché comunque dopo l’uscita di Alessandro abbiamo cercato diverse soluzioni e quella che ci sembrava la più coerente era questa, perché io e Jukka portiamo sempre le basi, le idee strutturali dei pezzi. In pratica siamo quelli che scrivono i pezzi, quindi era normale fare il passo in più. Non riuscivamo a trovare qualcuno che riuscisse a saltare su con il carro in corsa e quindi abbiamo pensato che fosse più conveniente provare in questa maniera. Ci abbiamo provato, i risultati sono questi e alla fine siamo contenti.

All’inizio eravate considerati i Mogwai italiani, la risposta italiana al post rock, per così dire. Però il post rock con il passare del tempo è diventato genere come altri, perdendo il carico di novità e stupore che aveva agli inizi. Anche per questo avete abbandonato in parte quei “codici”?
È una lettura che in parte condivido, ma come ho detto prima i gruppi non seguono logiche del genere. Non ci siamo detti ad un certo punto che il post rock era diventato di maniera, quindi diventiamo altro: non sono ragionamenti che si fanno. Siamo grandi ascoltatori di musica tutti quanti. È indubbio che quando abbiamo cominciato a suonare era esploso il post rock, c’erano tutti quei gruppi che suonavano in maniera innovativa e noi ne siamo stati influenzati. Però successivamente sono uscite tante altre influenze e a noi è bastato raccoglierle e metterle insieme. Credo che nell’ultimo disco si sentano almeno tre o quattro componenti importanti. Si va dal retaggio post rock alle influenze dei suoni inglesi tipo shoegaze all’elettronica tedesca, al krautrock.

Infatti vengono in mente i Notwist. Ma anche la Morr, o i Blonde Redhead. Possiamo sviscerare un po’ i vari riferimenti dell’album?
Come dicevo siamo un gruppo di grandi ascoltatori, abbiamo tante influenze. Secondo me c’è anche la new wave e c’è il suono noise anni novanta, dai Blonde Redhead ai Sonic Youth. C’è una vasta gamma di influenze che hanno portato a creare il suono che emerge nel disco. La nostra principale abilità credo che sia quella di mettere il collante tra le varie anime. Non abbiamo fatto un disco fatto di episodi, l’episodio krautrock, l’episodio shoegaze, l’episodio postrock, ma qualcosa che risulta, alla fine dei conti, omogeneo.

Infatti viene spesso messo in rilievo che questo sia il vostro disco più compatto. E anche il più comunicativo, diretto, “pop” con tutta l’elasticità del termine.
Quando si parla di pop io sto sempre tra l’estasiato e lo schifato. Non credo pop perché non abbiamo le caratteristiche, il classico strofa ritornello strofa. Abbiamo sicuramente un suono che è più intelligibile. Più diretto, innanzitutto come scelta produttiva. Punk… Not Diet era un disco barocco perché aveva all’interno tantissimi arrangiamenti, perché volevamo sempre sovrabbondare. In questo disco abbiamo pensato di razionalizzare un po’ di più il suono e renderlo più diretto, in modo da farlo arrivare prima. Per cui se c’è una chitarra che apre, è quella chitarra che rimane. Poi abbiamo cambiato batterista, Francesco che è anche il nostro produttore, ed è riuscito a tirar fuori un suono molto preciso. Se ci doveva essere un arrangiamento c’era l’arrangiamento, se ci doveva essere la voce c’era la voce. Questo ha fatto sì che il disco risultasse più compatto. Poi abbiamo fatto un’altra scelta, quella di limitare il minutaggio. Abbiamo escluso un paio di pezzi e questo ha fatto sì che l’ascolto fosse più facile dall’inizio alla fine. Il disco necessita di un ascolto completo per capirlo, perché l’intreccio dei pezzi ha un suo significato che va al di là dei pezzi stessi.

Il discorso del minutaggio contenuto è importante, perché capita spesso che molti artisti, date le capacità dei cd, danno libero sfogo alla loro creatività (così si dice) a discapito però della fruibilità e anche del rispetto per l’ascoltatore.
Assolutamente d’accordo. Basta chiedersi chi al giorno d’oggi ha tempo in una giornata di ascoltarsi ottanta minuti dell’ultimo cd di Beck. Adesso, per quando Beck sia un genio della musica, un innovatore, ottanta minuti in una giornata non li ha nessuno. Da poco ho ascoltato due dischi che confermano l’idea. Uno dei Sodastream, uscito per Homesleep, che dura pochissimo e lo ascolti dall’inizio alla fine. Questo facilita la familiarità coi pezzi e con le melodie e comincia a risultarti molto gradevole prima di un disco difficile in cui devi entrare con tanti ascolti. L’altro è di De Andrè, Volume 8, molto breve ma è fatto di canzoni stupende e scivola via molto bene.

Questa maggiore fruibilità potrebbe portarvi ad estendere il vostro pubblico. Avete delle ambizioni in questo senso?
No, siamo assolutamente disillusi, nel senso che non crediamo all’idea stereotipata di successo, per cui sei di successo solo se sei Tiziano Ferro. Esistono tante altre dimensioni che sono di assoluta dignità e noi vogliamo restare dentro quelle. L’evoluzione che vedo è quella di un gruppo che tra qualche mese si porrà il problema di registrare nuove cose e lo farà alla solita maniera, guardando a quello che ha da dire. Cerchiamo di fare le nostre espansioni di mercato, ma questo non comporta un cambiamento di stile o cercare di suonare più pop. Nel nostro caso non ci farebbe guadagnare, ma perdere ascoltatori.

Voi siete considerati una delle band di punta del indie rock italiano. Cosa significa essere una band indie in Italia?
Il termine indie rock è usato molto spesso in maniera non appropriata e a volte è legato ad un fenomeno di moda. In realtà dovrebbe rappresentare un fenomeno di alternativa a dei modelli come quelli major che sono alla luce dei fatti fallimentari. Credo dovrebbe essere un indice di alternativa a qualcosa che c’è e che non va bene. In realtà sta diventando veramente molto clichè, al momento credo non voglia dir niente. Noi facciamo del rock d’autore, sofisticato, di non facile approccio, ma non mi definirei indie rock. Pubblichiamo per un’etichetta indipendente, questo sì, però difficilmente mi ci vedrei all’interno dell’ambito indie rock. Quindi siamo la band di punta di qualcosa che non esiste.

Una cosa che colpisce è che avete una discografia molto ricca, ma solo tre album “ufficiali”. Come mai non vi confrontate spesso con il formato album?
Innanzitutto perché la musica ci piace molto, e quindi ci piace fare anche delle cose atipiche per il mercato discografico normale, come provare a sperimentare album di remix. Poi anche perché fare un album per un gruppo vuol dire fare qualcosa di veramente importante, che resta. E con la sovrapproduzione che c’è oggi non credo che sia utile fare un disco ogni sei mesi. Meglio fare un disco ogni tre anni e metterci dentro tanta sostanza.

Il disco è uscito da un po’. Hai avuto modo di riascoltarlo?
Dopo che esci dal processo di produzione in cui lo senti miliardi di volte non è che hai proprio tantissima voglia di ascoltarlo. E adesso ho più in mente le versioni come vengono suonate dal vivo. Comunque è un disco che dal primo momento mi ha lasciato soddisfatto. Non era mai capitato, sono sempre stato molto dubbioso. Ero convinto che sarebbe stato un disco che poteva andare bene, così è stato quindi sono contento.

Quali sono i colleghi italiani che sentite più vicini?
Ce ne sono tanti. Ci sono le persone che hanno iniziato a suonare con noi, come Yuppie Flu, Julie’s Haircut, poi ci sono anche gruppi legati alla nostra città tipo Offlaga Disco Pax, che nel nostro panorama sono assolutamente unici. Uno dei miei gruppi italiani preferiti di sempre sono i Massimo Volume.

A proposito della vostra città, gli Offlaga hanno portato all’attenzione di tutti l’esistenza della statua di Lenin a Cavriago.
I miei genitori abitano in piazza Lenin, la conosco bene!

Trasmessa il 03/03/2007, ma registrata il 15/02/2007
Rielaborazione scritta dell’intervista trasmessa durante la prima puntata di On Repeat.

Il sito dei Giardini di Mirò
Il myspace

I blog di Corrado Nuccini e Jukka Reverberi
Leggi anche questo post di Jukka per capire alcune cose sulla promozione della musica sul web – la stessa “strategia” usata dai Giardini in questi mesi.

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