Un’intervista ai Casino Royale di un paio di mesi fa…

(In occasione del concerto cagliaritano dei Casino Royale venerdì 9 marzo alle 22 al Transilvania, posto una intervista fatta a Michele Pardo per la radio nel dicembre dell’anno scorso. Ma domani tenete d’occhio il giornale, perché ne esce un’altra, stavolta ad Alioscia… Questa intervista la potete leggere anche qui, su Novamagazine)

Nove anni. Nove anni mica sono pochi, specie oggi in cui i rivolgimenti nel “rock” sono tanti e repentini e vorticosi e perfino inafferrabili. Ere geologiche, quasi. Eppure dopo nove anni di confino sul web e di attività defilata i Casino Royale mostrano ancora una freschezza innegabile. Non sono più quelli di CRX, vero, disco del 1997 di cui si disse con una battuta che fosse il miglior disco del 2006 da quanto era “avanti” rispetto ai tempi in cui fu composto. Però Reale– disco dell’attesissimo ritorno, quasi insperato – è un po’ di più di un’ottima ripartenza. Forse un disco privo di grandi slanci in avanti, ma perfettamente in grado di parlare al presente grazie alla grande curiosità di Alioscia e soci e alla loro capacità di assorbire stili, riferimenti, luoghi musicali attuali (come la fascinazione sottile verso certe reminiscenze punk-funk) che annullano quasi completamente le distanze temporali. Un disco con cui riprendere confidenza, confidando in sorprese future. Ne abbiamo parlato con Michele Pardo, chitarrista e uno dei tre membri originali rimasti.

Da CRX del ’97 a Reale di oggi sono passati nove anni. Ci racconti cosa è successo nel frattempo?

Nove anni in cui non siamo stati sotto i riflettori dei media, però non abbiamo mai smesso di fare quello che abbiamo sempre fatto. Abbiamo sviluppato una nostra attività da indipendenti dopo aver chiuso il contratto con la Polygram, la nostra etichetta Royality records con cui abbiamo fatto parecchi numeri un po’ di anni fa, tra cui Sud Sound System e ora per ultimo Ezra, un giovane ragazzo molto talentuoso. Abbiamo aperto il nostro sito internet attivo dal 2000, una sorta di vetrina per mostrare alla gente che eravamo ancora attivi. Per esempio abbiamo pubblicato in esclusiva per il web alcuni singoli, con cui abbiamo cercato di sviluppare una sorta di dialogo artistico con i nostri ascoltatori, nel senso che lasciavamo scaricare alcune parti di questi brani per essere remixati.

Però ad un certo punto avete sentito l’esigenza di tornare.

Questa sorta di stand by – noi li abbiamo chiamati i nostri arresti domiciliari – un po’ è dipeso dall’uscita di Giuliano dal gruppo. Ci siamo presi un momento di riflessione e di attesa. A un certo punto abbiamo però sentito l’esigenza di porci prima di tutto come band dal vivo: due anni fa abbiamo fatto un piccolo tour un po’ anomalo, una decina di date quasi in tutta Italia, più che altro per testare se c’era ancora la voglia di stare insieme e vedere come sarebbe stato andare sul palco senza Giuliano. Eravamo totalmente affiatati e in pista. Da quel momento è nata la voglia di tornare con un disco, e da qui è nato il rapporto con la V2 e la nascita di Reale.

Come vi siete sentiti quando avete iniziato a realizzare il disco, dopo tanto tempo di “arresti domiciliari”?

Abbiamo provato una grande emozione, per davvero. Ci siamo ritrovati con uno spirito da saletta prove come nei primi dischi. Abbiamo scritto i pezzi alla vecchia maniera, proprio suonando in sala tutti insieme, quasi coralmente. È stato prima di tutto un divertimento. Penso che si senta, perché è un disco che comunica abbastanza velocemente quello che provavamo durante le registrazioni.

Voi avete detto in effetti di aver voluto realizzare una sorta di disco in studio dal vivo. Tra l’altro dopo essere stati reduci da esperimenti di elettronica “pura” come Royalize.

Dietro ogni disco dei Casino c’è sempre stata un’architettura di suoni e di tecnica di composizione e di registrazione. Questa volta abbiamo deciso che ci sarebbe piaciuto riprendere lo spirito live che avevamo all’inizio. Abbiamo davvero suonato i pezzi tutti insieme, diretti da Howie B che era una sorta di nostro conduttore. Sono esigenze del momento che sentiamo di dover esprimere. Non siamo mai stati pressati sul lato artistico da nessuno e facciamo un po’ quello che abbiamo in testa.

Dopo aver spinto sempre “oltre” il vostro discorso musicale, Reale suona in qualche modo stabile, molto equilibrato. Una stabilità raggiunta oppure un modo per fare il punto della situazione, riprendere confidenza e ripartire?

Ali quando parla di questi disco dice sempre che è un disco nuovo di cose vecchie. Io non sono completamente d’accordo, però trovo che lo descriva bene. Abbiamo fatto un discorso a ritroso delle nostre abitudini compositive, ci siamo di nuovo rimessi a scrivere le canzoni a partire da un giro di chitarra e un’idea melodica. È un disco stabile ma è anche molto moderno. Quando sento il singolo passare in radio, sento che è un pezzo che suona molto diverso da tutto quello che senti in radio. Questo è un obbiettivo che riusciamo quasi sempre a centrare. Abbiamo un suono che ormai è possibile definire un suono dei Casino Royale.

Ma ci sarà spazio ancora per l’innovazione, per le sterzate nel vostro sound?
Quello che ci è stato spesso rinfacciato è che da un disco all’altro cambiamo tutto quanto. Questa è un’esigenza che c’è sempre stata e che sono sicuro ci sarà anche in futuro. Ora non so dire come, ma il sale della nostra attività artistica è proprio quello di non fermarsi mai, cercando sempre una nuova dimensione che ci stimoli a fare cose nuove, importanti per la musica italiana.

Avete espresso delle preoccupazioni (per così dire) sulla possibilità di parlare ai sedicenni di oggi. Ad un paio di mesi dall’uscita ci siete riusciti o no?

È ancora presto per dirlo. Probabilmente a gennaio febbraio uscirà il secondo singolo, forse Royale’Sound, che abbiamo visto in queste prime date dal vivo che è già quasi diventato un classico: quello potrebbe essere un suono che ha più presa sui più giovani. È più immediato, tribale, ipnotico. Prova era un pezzo più radiofonico, raffinato. Ci sono dei numeri all’interno del disco che si adattano a diversi tipi di ascoltatore. Poi sai, per arrivare alla nuova generazione che magari non ci ha conosciuto nei Novanta, bisogna avere anche la fortuna di capitare al momento giusto nel modo giusto.

Prima abbiamo citato Howie B. Come è stato lavorare con lui? Raccontaci un po’ questa collaborazione.

Non avrei mai previsto una cosa del genere: è stato estremamente facile e piacevole. L’ultimo volta, parlo di Sempre più vicini con Ben Young, c’erano stati forti attriti, tra di noi e con lui. Forse perché era la prima volta che lavoravamo con un produttore vero e proprio, e c’era da parte nostra un po’ di inesperienza professionale. Questa volta è stato come attraversare la città e trovare tutti i semafori verdi. Lui è è un personaggio dalla professionalità infinita, ha iniziato a lavorare quando aveva 14 anni negli studi a Londra facendo il ragazzino che portava il tè al produttore e agli assistenti, quindi è un uomo che dello studio conosce tutto quanto. È abituato a lavorare con le band – e lavorare con degli ego come quelli di Bono o The Edge ti fa fare le ossa per affrontare qualsiasi tipo di situazione! – e umanamente abbiamo trovato un amico. Poi economicamente ci è venuto incontro: è un puro che fa le cose perché gli piacciono e non sta a guardare quanto guadagna da un lavoro. Nel nostro caso ci ha scelto perché gli erano piaciuti i nostri provini.

Come si può qualificare l’apporto che vi ha dato?

L’aiuto più grosso che ci ha dato è stato quello di dirigerci come può fare un direttore d’orchestra. Ha lavorato molto sui provini, ha tolto il superfluo e lasciato solo l’essenziale. Se poi senti il disco, ci si accorge che gli elementi dei pezzi sono veramente pochi, scremati dall’eccessivo. Dopo la registrazione ha lasciato tutto molto vicino a come era stato registrato. è stato il sesto casino royale, un membro della band.

Ecco, a proposito di membri della band. Prima abbiamo evocato Giuliano Palma. Come è stato il primo disco vero senza di lui?

Non c’è stato un vero cambiamento. Patrick, che già era un nostro musicista e ora sta suonando con gli Africa Unite, ha sostituito in maniera egregia il lavoro che faceva Giuliano. Da un certo punto di vista ci siamo accorti che per la scrittura dei pezzi è stato usato lo stesso metodo di prima. Ali scriveva i testi e le melodie che poi venivano adottati dal cantante, in quel caso Giuliano stavolta Patrick. La voce di Giuliano veniva usata come uno strumento, uno strumento eccezionale: tutti sappiamo che qualità canore ha. Chiaramente ci piacerebbe rincontrarci in futuro. Le nostre strade si sono divise per delle scelte artistiche, ma sul piano umano il rapporto non si è incrinato.

Nel corso di questi dieci anni la musica è cambiata. Prima quello che vi caratterizzava di più erano certe affinità con la scena di Bristol, ma anche la capacità di mischiare dub, hip hop, funk, rock, in quello che venne chiamato crossover, a volte spigoloso ma sempre molto urgente. Ora invece? E quali nuovi impulsi credete di aver assorbito?

Secondo me anche questo disco è di crossover. Lo sento a distanza di un paio di mesi da quando è stato registrato e ci sento cose che non ci sentivo prima: ad esempio i Talking Heads. Ecco, è un disco che ha tirato fuori molto la nostra adolescenza musicale. Tutto il punk, ma anche la new wave, il punk funk americano.
In effetti si fantasticava di coinvolgere come produttore James Murphy degli LCD Soundsystem…
James è molto amico di un nostro caro amico romano. Ci siamo messi trasversalmente in contatto con lui. Murphy era un papabile tra i produttori. Speriamo di lavorarci in futuro: se si riuscirà a commissionare qualche remix uno vorrei farlo con lui. Il suo suono mi ha veramente ispirato. Quando ho sentito gli LCD Soundsystem ho capito che quel suono degli anni ottanta poteva essere rivisto non in maniera revivalistica, ma avere un taglio nuovo che rispecchia il 2006.

Magari un remix di Milano Double Standard…

Hai capito! Vedrai che riusciamo a metterci in contatto. Sono sicuro che sia una persona con cui viaggiare sulle stesse lunghezze d’onda.

L’anno prossimo saranno venti anni. I bilanci si fanno alla fine e voi avete appena riniziato, ma…
La cosa che più mi piace quando mi guardo indietro è vedere come il progetto è rimasto integro, pur cambiando radicalmente, anche in contraddizione con le scelte precedenti. Ma ha avuto sempre come cuore l’autenticità. E questo si sente.

09/12/2006 per Radio Press

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