Nuova intervista ai Casino Royale…

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Quando sei stato una delle band italiane fondamentali degli anni Novanta, il tuo ritorno discografico dopo nove anni di assenza è come minimo un evento. Insperato, per giunta. I Casino Royale lo hanno fatto sospirare ma poi è arrivato. Una nuova partenza con cui guardare con rinnovato slancio al futuro, dopo un passato in cui la band di Alioscia e Michele Pardo ha portato avanti con inquietudine il suo percorso musicale. Cominciato proprio venti anni fa: fiati e ritmi in levare e poi il cortocircuito degli inizi degli anni novanta, quando nasce la scena hip hop in Italia e al contempo si produce una collisione di stili e linguaggi di ogni genere, dub, elettronica, rap, urban, il sound di Bristol, fino all’apoteosi di Crx del 1997, disco si cui si disse essere il migliore del 2006 da quanto era avanti con gli anni. Poi la crisi, Giuliano “The King” Palma lascia per dedicarsi ai Bluebeaters e i “reduci” si dedicano a progetti più defilati, giocano con la drum’n’bass e aprono una label, la Royalize. Infine il ritorno insperato, appunto: con un disco (Reale, prodotto da Howie B) che suona come puro “royale sound”, servito a riprendere confidenza senza traumi, ma confezionando un lavoro di assoluta qualità. Ora la tournée, che arriva a Cagliari. L’appuntamento è venerdì al Transilvania, dalle 22. Dice Ali: «è bello vedere ai concerti insieme i quarantenni cresciuti con noi, i venticinquenni che ci hanno conosciuto con Crx e i nuovi che ci hanno scoperti solo oggi».

La voglia di tornare in studio è tornata proprio da una serie di concerti, giusto?

Avevamo composto un po’ di brani e c’era la voglia di tornare a suonare dal vivo, perché volevamo testare i feedback della gente. Ci dicevano, “ma quando tornate con un nuovo disco?”. Abbiamo ricevuto commenti entusiasti sul web. Ecco, durante quella piccola tournée ci siamo resi conto che c’era un casino di gente che ci aspettava, nonostante l’avessimo organizzata in maniera indipendente, sul web, col solo passaparola.

Per un po’ vi siete dedicati solo alla musica sul web, roba elettronica perlopiù.

Sì, però anche se il mercato discografico è in cambiamento e la musica è liquida non siamo riusciti a fare granché, perché in Italia funziona che devi fare il disco, sennò sparisci. Poi le cose virali sul web funzionano molto specie quando non hai niente da perdere. E i Casino Royale avevano fatto delle cose a un certo livello. Noi siamo stati un grande piccolo gruppo con standard alti. Un classico gruppo da major con attitudine indipendente. Anche per questo ci siamo detti che non aveva più senso continuare a investire per raccogliere poco.

Quindi il lavoro su un disco nuovo.

Dovevamo tornare a dedicare del tempo alla sola composizione. Non potevamo più gestire tutto in maniera autonoma, perché quando lavori da indipendente sei focalizzato su quello che sta attorno e perdi di vista la musica. Quello che contava era fare un nuovo disco dei Casino, così abbiamo cercato una label che ci supportasse. Che poi è stata la V2, perché aveva fiducia nel nostro potenziale e apprezzava quello che avevamo fatto.

Avete lavorato con un produttore come Howie B, che ha avuto per le mani U2 e Bjork…

Abbiamo scelto di lavorare con lui anche perché avevamo bisogno di un coach per mantenere equilibri che si sarebbero sbilanciati. Quando fai elettronica è difficile fare un lavoro davvero collettivo. Lui ci ha imposto di lavorare come una band.

Ma alla fine perché avevate lasciato?

Il periodo di Crx è stato di grande sperimentazione e frustrazione. Ancora oggi viene considerato attuale, ai tempi invece era prematuro. È stata la nostra croce e anche la nostra dote, il fatto di stare sempre un po’ avanti. Potevamo diventare un gruppo mainstream ma facevamo cose sempre più difficili e questo era vissuto male dalla casa discografica, che ci faceva pressioni per fare cose più facili. Avvertivamo un senso di sfiducia verso di noi. Abbiamo rotto il contratto con la Polygram e intanto Giuliano Palma aveva deciso di lasciare il gruppo, perché voleva fare le sue cose dove trovarsi a suo agio: non aveva più voglia di mettersi in discussione. È stato un trauma perché c’era dietro un’amicizia di lunga data. Siamo andati un po’ in pappa con il cervello, insomma, ma conservando l’idea che l’esperienza dei Casino non fosse morta. Abbiamo rielaborato il lutto un po’ lentamente.

Il disco nuovo suona come una codificazione del vostro stile. Che ne pensi?

Penso che abbiamo fatto un lavoro di recupero di sonorità e colori anche abbastanza vecchi. Ma questa secondo me è un’attitudine attuale, cercare di sottolineare determinati aspetti del nostro background, di almeno venti trent’anni di storia. Ma se ti faccio sentire il lavoro di remix fatto con Howie sembra di sentire roba di Detroit, o dubstep che se la senti a Londra si riempie la pista. Ma oggi i Casino si sentono a loro agio a suonare come una band.

Ma infatti c’è sempre la capacità di leggere l’attualità. Certe cose punk-funk alla Dfa ad esempio…

Un amico me lo ha fatto notare. Ma io non li LCD Soundsystem ad esempio non li avevo ancora ascoltati. Credo che si tratti di un fatto generazionale. Sono dei flussi che senti nell’aria, contestualizzare certe sonorità come quelle che dici nella musica di oggi.

Passata la crisi post-parto dopo la fine del disco?

Indubbiamente. Sapevo che sarebbe passata, ci ero già passato con tutti i dischi. Dopo che fai un disco quasi non lo riconosci, lo devi ancora digerire, è solo dal vivo che i pezzi diventano tuoi, e poi diventano della gente che se ne appropria e allora anche il tuo giudizio cambia.

Venti anni. Un bilancio?

Abbiamo preso una cifra di mazzate nei denti e siamo stati costretti a ricominciare quasi come fossimo un gruppo nuovo. La forza è sempre rimasta. Il motivo per cui io considero i Casino un gruppo di successo non è il riscontro economico, ma quello che la gente ci dà e quello che noi riusciamo a dare alla gente. Quando mi dicono “il vostro gruppo mi ha cambiato la vita” mi trovo quasi in imbarazzo perché anche per me è stato così, con altre band. I Clash mi hanno cambiato la vita e devo ringraziare loro più che i miei genitori. Pensare che noi abbiamo rappresentato qualcosa per un paio di generazioni mi ripaga di tutto.

[Andrea Tramonte, pubblicato oggi 06/03/2007 su Il Sardegna E Polis]

Leggi anche l’altra intervista ai Casino Royale

3 Risposte to “Nuova intervista ai Casino Royale…”

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