Intervista a Bugo

Canta di un plettrofolle, di un gelato giallo e del “ggeell” che è finito (“io non esco se non ho il mio ggeell), della fantascienza che è noiosa “ma mi riporta indietro a quel messaggio che diceva tanto di noi”. Tra l’altro. Con quella poetica fatta di cose minime, scazzi e vuoti, leggerezza e tenerezza, umorismo paradossale e dolcezza tra le righe. Bugo al secolo Cristian Bugatti, ovvero uno dei personaggi più controversi e intelligenti del panorama cantuatoriale italiano degli ultimi anni. Capace di cominciare come trovatore lofi di provincia con un quattro piste e un talento sghembo (Beck + Will Oldham dal profondo nord) fino all’approdo alla Universal e ad una scrittura di canzoni più sicura. Sarà in concerto a Cagliari allo Zero Café venerdì dalle 22, aperto dai sassaresi Primochef del Cosmo. Porterà con sé quel bagaglio ricchissimo di canzoni che ha iniziato a mettere insieme un po’ di anni fa, quando ha pubblicato il suo primo sette pollici per la Bar della muerte di Bruno “Ovo” Dorella, uno dei campioni dell’”andergaun” italico. Cose fragili e sbilenche, bozze registrate un po’ così, con estetica “low fidelity” appunto.

Tra l’altro quando sei passato ad una major, hai intitolato il tuo disco Dal lofai al cisei. Cosa cambiò di preciso?

In realtà quel disco l’ho concluso nei primi mesi del 2002, prima di firmare con la Universal. Loro lo hanno sentito fatto e finito e l’hanno preso così com’era. È vero, i primi dischi erano più lofi, mentre questo era di qualità migliore. Il fatto che io abbia firmato è stata una coincidenza perfetta. L’idea del titolo è venuta scherzando, ma in realtà non l’ ho visto come un vero passaggio. Forse quello dal mondo del “sono un disoccupato” a quello dell’“ho un lavoro”. Alla fine qualcuno mi ha dato dei soldi per fare quello che ho sempre fatto. Poi cerco di cambiare in tutti i dischi. Anche l’ultimo disco è diverso dal precedente.

Ti riconosci nelle prime cose? Quelle più sghembe, bozzettistiche?

Le ascolto con molto piacere. Anzi ogni tanto mi viene voglia di riprendere il quattro piste che usavo allora. Il fatto è che all’epoca i soldi erano quelli che erano. Ogni mezzo ha un approccio diverso. Se hai un quattro piste a cassette è diverso che fare un disco in uno studio di registrazione. A volte mi chiedo quanto si ascoltino le canzoni e quanto invece si ascolti il suono.

Contano più le canzoni?

Certo, se no non sarei arrivato dove sono. Mi hanno sempre etichettato come cantautore lofi, ma io sono un ragazzo sanguigno, non mi è mai interessato fare un disco lofi per atteggiamento, ma solo per mancanza di soldi. Il mio piccolissimo successo dipende dal fatto che ho delle canzoni. Molti ragazzi non sfondano perché non le hanno. Non basta l’assolo dissonante. Puoi avere il suono sporco, ma se fai schifo fai schifo.

Cos’è lo “sguardo contemporaneo per le cose lontane” di cui parli in Millennia?

Parlavo di un momento in cui mi ero perso. Succede di avere nella vita periodi in cui ci sente persi nel mare. Avevo perso il senso delle cose che erano vicine a me. Avevo la presunzione di riuscire a vedere le cose lontane, ma non riuscivo a vedere quelle vicine.

Ancora testi. “Che lavoro fai” parla di un tema attuale, “hai un contratto o non l’hai avuto mai”…

Sono giovane, parlo coi ragazzi, i miei amici, e vedo quello che stiamo vivendo. L’ho scritto due anni fa, prima che il tema del precariato diventasse così forte. Non sfrutto l’onda. È un brano personale che coinvolge tanta altra gente. Anche se ho un contratto questo non mi permette di vivere serenamente. E questo è il mondo in cui vivo, ne parlo.

Il disco contiene pezzi densi e seriosi. Approfondirai questo aspetto?

Alcuni dei brani che sono nati tanti anni fa. “Una forza superiore” l’ho scritto sette anni fa. Adesso era il momento giusto per metterlo in un disco. Ho tirato fuori molta emotività. Sono stato sempre un ragazzo molto serioso, anche quando ho fatto le cose divertenti. Anche per fare le cose divertenti bisogna essere seri. Per criticare tutte le cazzate che ci circondano.

C’entrano anche le chitarre più vigorose? O è colpa di Giorgio Canali?

Ho sempre amato il lavoro di Giorgio, quello molto emotivo con i Verdena. Lui era perfetto per esprimere quello che volevo esprimere. Le chitarre così ruvide poi erano una bella scossa rispetto all’elettronica del disco precedente.

Oggi i paragoni che si fanno più spesso sono con Battisti, Gaetano e Celentano.

Dicono che assomiglio a Battisti quando vado in alto con la voce. Ma a me non importa. Sono molto diverso da lui. Lo stesso vale anche per Gaetano e Celentano, che pure apprezzo di più. Li trovo più fuori dalle righe. Battisti è stato il cantautore della classe media italiana, Gaetano e anche Celentano erano più ribelli.

Tu sei cresciuto con ascolti hip hop. Perché secondo te oggi piace così tanto?

È una moda. Lo pompano perché vende. Ma è un genere americano, e andrebbe fatto da italiano. Jovanotti è bravo perché lo fa in una maniera italiana. Noi cantautori dovremmo fare sempre qualcosa di diverso, non importa bello o brutto. La roba hip hop oggi la trovo atteggiata. Anche se mi piace in Fabri Fibra l’uso della parola. Amo scrivere i testi e l’hip hop è bello perché ha questo interesse nei confronti della parola.

Parteciperesti a San Remo?

Certo. Fa strano perché lo dico io, ma andrei su qualsiasi palco. Quando sarà il momento e se sarà, andrò. Chi va a Sanremo è un paraculo, allora lo sarò anche io.

Cosa è rimasto e cosa è cambiato in te in questi anni?

È rimasto il mio nome e la mia voce. Ma in 6 anni si cambia e io avevo paura di rimanere una macchietta. Quando i ragazzi mi chiedono di fare “Spermatozoi” vedono il Bugo del 99, ma quel Bugo non c’è più perché non ho più venticinque anni. Sono un ragazzo di 33 anni leggero, che ha ancora voglia di scherzare, ma con qualche malinconia in più.

[Andrea Tramonte, pubblicata oggi 07/03/2007 in forma molto diversa ne Il Sardegna, E Polis]

Leggi anche l’intervista ai Casino Royale (anche questa) e ai Giardini di Mirò

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