Grinderman, Grinderman

planb.jpgForse si potrebbe cominciare a parlare dei Grinderman dai nuovi baffoni western di Nick Cave e dalle stempiature che creano varchi tra la sua capigliatura corvina. A livello di immaginario il nuovo aspetto – western, va da sé, ma anche decadente – ha scatenato molte discussioni. Oppure da quel capolavoro che è Electric Alice, il terzo brano del primo, omonimo album della nuova band dell’australiano insieme a Warren Ellis, Martyn Casey e Jim Sclavunos: un omaggio ad Alice Coltrane che suona come una allucinazione del deserto, su di una base swingante ed una chitarra che suona a strappi e che poi sfocia nella title-track, con una chitarra viscerale che affonda nello stomaco. Oppure dal nome di questa nuova band, che viene da un verso di Memphis Slim (“While everything is quiet and easy/Mr. Grinder can have his way”) e che costituisce un po’ dell’identità della band: wire.jpgomaggio ruvido, scorticato, senza mediazioni al blues, alla sua anima dannata e alla capacità di dare forma ai tormenti, raccontare storie dolenti, beffarde, senza tempo. Ma la notizia principale forse è che Nick Cave rinuncia alla prima persona dopo approssimativamente una trentina di anni. Da quando cioè girava tra Melbourne, Londra e Berlino insieme a quel gruppo di teppisti e tossici che rispondeva al nome di Birthday Party. Non è solo una questione di etichetta. È che stavolta ha voluto riniziare a lavorare come band, forte di un noi che significa: Nick Cave e tutti gli altri alla pari. Dopo aver sperimentato questa formazione per dei concerti con i Bad Seeds ridotti all’osso si è accorto che si era innescato un nuovo processo creativo. Si sono recati in studio senza niente pronto, al Metropolis di Londra, a lavorare insieme su alcuni brani che poi sono confluiti in questo disco che ha già ottenuto forti consensi, per così dire trasversali. Nessuna crisi di mezza età, ma semplicemente il gesto di un’artista che ha deciso di rimettersi in discussione, scendere da quel piedistallo dorato in cui era stato posto (in cui si era posto) e provare una nuova avventura, forte dell’inquietudine artistica e di una visione. Insieme a tre artisti che sono vecchie conoscenze dei Bad Seeds, la band per ora solo accantonata: uno strepitoso Warren Ellis all’opera su vari strumenti (notevoli il violino e il bouzouki elettrico), Martin Casey al basso e Jim Sclavunos alla batteria. Nick Cave, tanto per gradire, suona la chitarra, il che sarebbe un’altra notizia. Lo si può sentire nel primo singolo, No Pussy Blues, quasi una dichiarazione d’intenti, in cui maltratta la chitarra, la agita, la scuote, la fa deragliare, e che è “l’urlo nel buio dell’uomo qualunque” irretito dal consumismo sfrenato. Ed è proprio questo il segno del nuovo corso. Libero dalla perfezione formale dei precedenti album e da un percorso che un po’ lo aveva imballato, Nick Cave con la sua band riscopre sostanzialmente la libertà e l’irrequietezza del rock e la disperazione del blues. Quando parte l’iniziale Get It On ci trovi un Nick Cave sproloquiante, tirato e percussivo come da molto tempo non era più, su di un tappeto di chitarra corrosivo e quasi garage. Un Nick Cave urgente, insomma, ma senza nostalgia del passato. Non sarà quello faulkneriano degli anni ottanta e nemmeno quello tormentato delle sacre scritture degli anni novanta, ma è un Nick Cave vivo, e questa è davvero una grande notizia. 8

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