The Shins, Wincing the Night Away

Gli Shins non sembrano quel genere di band di cui pensi che possano cambiarti la vita. Il loro statuto ontologico è incompatibile con gli sconquassi dell’anima. Con buona pace di Natalie Portman che nel film La mia vita a Garden State di Zach Braff dice di New Slang: «Dovete sentire questa canzone: giuro che vi cambierà la vita». Gli Shins, a prima vista, sembrerebbero una tipica indie band Usa che unisce al basso profilo una capacità di cesellare melodie in maniera quasi imbarazzante. Vengono inseriti in una linea di continuità che comprende Modest Mouse, Neutral Milk Hotel, Olivia Tremor Control, Yo la Tengo, ma dei primi non possiedono l’estro e l’imprevedibilità, dei secondi l’insostenibile carica emotiva, degli Olivia l’afflato sperimentale inserito a perfezione nel tessuto pop delle canzoni, degli ultimi la genialità, la vocazione mimetica, la padronanza di linguaggi diversi. Loro, gli Shins di Portland, si muovono con il piglio degli artigiani di genio in un ambito smaccatamente pop, tra coloriture sixties, increspature da Inghilterra anni Ottanta e sensibilità melodica indierock, di cui anzi sono i custodi più accreditati degli anni zero.

Eppure il disco di quattro anni fa, Chutes Too Narrow, era bello bello. Il nuovo, l’attesissimo Wincing the Night Away pubblicato su Sub Pop, poteva sembrare al contrario un trionfo assoluto di medietà, il rovescio della medaglia di una band che non deraglia ma cesella, smussa, lambisce, arrotonda. Che cerca la melodia perfetta – e in Chutes Too Narrow ce n’erano, altrochè – e trova melodie perfettine. Non ci sarà mai nessuno che verrà a dire che è un disco brutto (non lo è) ma nemmeno che è un capolavoro. Eppure dopo molti ascolti si dimentica il primo giudizio (album quintessenzialmente discreto) e ci si arrende all’idea che la band di James Mercer abbia tirato fuori, nonostante tutto, un grande disco. Meno perfetto e fulminante del predecessore, più curato e leccato e hi-fi e in definitiva meno riuscito. Ma il piacere va ricercato proprio nella grana grossa della melodia, nel dettaglio degli arrangiamenti, nella cura amorevole che c’è dietro a queste canzoni che sono, perlopiù, grandi canzoni. Come Australia, ad esempio, inizio sbarazzino/cantonese alla Cure e poi sostenuta su di una melodia assolutamente perfetta (e diamine, il ritornello non vi uscirà dalla testa, con quell’inserimento azzeccatissimo del banjo). O Phanton Limb, il singolo sfavillante, o l’iniziale Sleeping Lessons, che galleggia e cova la tensione fino ad esplodere con l’ingresso della batteria ed un senso di moderata “grandeur” (qualcosa che può ricordare i Flaming Lips, insomma). Non mancano i punti di debolezza (convincono poco ad esempio la “stinghiana” Split Needles o Black Wave, oniricheggiante ma poco incisiva). E forse sì, l’album acquisisce – con la produzione mainstream di Joe Chiccarelli – rotondità e sfaccettature ma risulta troppo leccato. Ma anche in un album che non è un capolavoro, che ha delle debolezze, riconosci la grandezza di una band che, allo stato attuale, è la migliore in quello che fa. 7

2 Risposte to “The Shins, Wincing the Night Away”

  1. I-am-Rock » Blog Archive » The Shins - Wincing the Night Away (2007) Says:

    […] On Repeat Anche in un album che non è un capolavoro, che ha delle debolezze, riconosci la grandezza di una band che, allo stato attuale, è la migliore in quello che fa. Voto:  […]

  2. On Repeat Chart 2007: la ventottesima posizione « On Repeat Says:

    […] sulla stagione musicale che stiamo vivendo. Questa la necessaria premessa. Poi, come già scrivevo qui, per me gli Shins sono una delle più grandi band degli anni zero, e solo il fatto che per il terzo […]

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