The Good The Bad & The Queen, S/t

cover the good the bad & the queenNella copertina Londra brucia: l’immagine è quella dell’incendio che la colpì nel 1666. London’s burning, e ti viene da pensare alla canzone dei Clash, quella che diceva “London’s burning with boredom now / London’s burning dial 99999”. Ci pensi anche perché nel disco in questione – The Good, The Bad & The Queen – c’è di mezzo Paul Simonon, che dei Clash fu il magnifico bassista, l’uomo fissato in un attimo incredibile, una promessa di eterna giovinezza e ribellione nel momento di spaccare il suo basso sulla copertina di London Calling. Il disco a cui ha partecipato – poi si dirà con chi – è nelle sue parole la musica che si fiuta percorrendo le strade di Nothing Hill, zona West London, tra i mercati di Portobello Road e suoni e colori delle comunità caraibiche e giamaicane, in quella tensione irripetibile tra multiculturalità, incontro ed emarginazione che si sta incrinando con l’invasione sempre più prepotente delle “celebrità”. Lì Simonon dipinge e ha casa, a pochi isolati da Damon Albarn, quello dei Blur e Gorillaz e ora dominus di questa band che non ha nome ma che tutti chiamano con il titolo di leoniana memoria: The Good, The Bad & The Queen, appunto, in uscita oggi dopo un’attesa piena di curiosità ed eccitazione. Il progetto risale a tre anni fa, quando Albarn andò a registrare alcune sessioni in Nigeria da Tony Allen, sessantaseienne batterrista di Fela Kuti e padre dell’afrobeat, insieme a quello che poi sarebbe stato il chitarrista della band, Simon Tong (Verve, Blur, Gorillaz). Insoddisfatto di quelle registrazioni, Albarn sarebbe tornato in Inghilterra ad occuparsi del secondo episodio della sua band virtuale, i Gorillaz, per poi riprendere in mano il progetto l’anno scorso con l’arrivo determinante di Simonon. Mancava giusto un produttore di grido per completare il quadretto da supergruppo eccezionale: l’hanno trovato in Danger Mouse, l’uomo che mischiò il White Album dei Beatles con il Black Album di Ja-Z nel geniale Grey Album e mister Gnarls “Crazy” Barkley. Alla fine il disco è stato registrato al Roundhouse di Camden, per aggiungere suggestioni al progetto. Con tali premesse era lecito aspettarsi grandi cose. E infatti: il risultato è un ottimo disco di moderno pop inglese (anche, naturalmente, nelle spruzzate etniche) ricco di melodie molto “Albarn”, che riannoda i fili con un certo passato (i Blur più pacati e intimi) senza dimenticare cosa c’è stato nel frattempo. Un album che suona come un’amara riflessione sullo stato dell’arte nella Londra di oggi e che sprigiona una certa luce iridata, una malinconia luccicante ed una dolenza che è anche un dolcissimo veleno che percorre le viscere. Un dub-pop atmosferico mediamente scuro, dove più di tutto risaltano scrittura e voce di Albarn, valorizzate da una produzione impeccabile, dalle atmosfere morriconiane sparse qui e là (ascoltate Soldier’s Tale, ad esempio), da una scrittura certosina eppure mai ridondante. Tra citazioni (nella bellissima Kingdom of Doom, è un abbaglio o c’è un po’ di London Calling?) e pezzi fenomenali (Green Field, scritta per Marianne Faithfull, o il singolo Herculean), l’album è un classico istantaneo anche per come riesce a gettare uno sguardo pacato ma dolente sull’Inghilterra di oggi. Nella consapevolezza che “it’s the blessed routine for The Good The Bad and the Queen”. Stavolta Londra brucia di amarezza, chiamate il 99999. 8

Questo pezzo potete leggerlo anche qui

2 Risposte to “The Good The Bad & The Queen, S/t”

  1. On Repeat Chart 2007: la ventesima posizione « On Repeat Says:

    […] delle canzoni è solida e il team notevole. Il disco è dolente, dolentissimo. Come scrivevo qui (oddio, mi autocito…): “il risultato è un ottimo disco di moderno pop inglese (anche, […]

  2. Document Says:

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