Un paio di pezzi su Arezzo Wave e sul vincitore sardo…

[Dato che il mio resoconto sulla finale sarda di Arezzo wave uscirà dopodomani, intanto posto due pezzi: quello sulla semifinale cagliaritana, e quello sul vincitore di ieri, Giovanni A. Sechi, di cui già scrissi]

La semifinale cagliaritana di Arezzo Wave
Le selezioni del Love Festival Italia Wave, la rassegna che nasce dalle “ceneri” di Arezzo Wave (più o meno, visto che non è mai defunto), hanno dato il loro primo verdetto: i finalisti cagliaritani che si contenderanno la finale di marzo di tutta la Sardegna per conquistarsi un posto quest’estate a Firenze al concorso nazionale, sono i Fagundu. La band cagliaritana ha superato le preferenze delle altre band in concorso, ovvero Insensitive, Almamediterranea, Inkarakua e Doctor Zep (gli altri, i Fun Key, si sono ritirati per protesta contro il luogo scelto per ospitare la semifinale, il Transilvania), e rimane in attesa degli altri finalisti, che verranno fuori dalle selezioni che si svolgeranno fino a marzo in tutta la Sardegna. Alla fine i Fagundu sono piaciuti soprattutto grazie all’attualità del suono, in bilico tra electro e psichedelia ma in grado di ammiccare a molti suoni odierni (certe sfumature punk funk del terzo brano, che potrebbero essere esplorate maggiormente) e che hanno regalato una performance molto intensa con la lunga cavalcata di New Entry, brano incalzante che ne ha rivelato capacità tecniche e orizzonte sonoro. Quello che forse manca loro è una presenza scenica e una coesione interna in grado di dare l’idea della band e non solo di persone che suonano insieme sullo stesso palco. Aspetto che invece non mancava agli Almamediterranea, una delle band favorite e anticipata da un certo “hype”, che hanno dimostrato di essere – rispetto ai Fagundu – una band molto più trascinante e pirotecnica, animata dalle doti istrioniche e dal carisma di Roberto Usai, intorno a cui ruota il progetto dove confluiscono i suoni del Mediterraneo, un meticcio ribattezzato med-rock. Prima che il Transilvania vibrasse al ritmo in levare della Banda Bassotti, tra danze, trombe, antagonismo politico, divertimento, le band si sono alternate sul palco con venti minuti a disposizione per dimostrare le loro capacità. Hanno cominciato gli ottimi Fagundu appunto, seguiti dagli Insensitive, una band di rock al femminile troppo legata a certi modelli usurati – tipo Evanescence, Guano Apes – che ne fanno un progetto di metal melodico dal respiro molto corto. Poi gli Almamediterranea, che hanno regalato la performance più divertente, con il pubblico impegnato in balli, trascinato dall’impatto della musica, dalla capacità di tenere la scena di Usai e della sua band. Poi gli Inkarakua, che si sono presentati come “nient’altro che ragazzi di borgata”, che hanno dimostrato di cavarsela bene nel loro ambito (hardcore metal), con un’ottima tenuta sul palco ed una capacità di coinvolgere il pubblico molto buona. Infine i Doctor Zep di Mathias Reiter, vecchia conoscenza del rock cagliaritano, che hanno giocato eccessivamente con l’immagine di “rockstar” vecchia maniera (per così dire). Questa edizione di Italia Wave è stata finora un successo, come hanno ricordato i responsabili sardi della fondazione, Martino Zedda e Moreno Arca. 63 band iscritte (un record), e un nuovo concorso chiamato Elettrowave.
[Andrea Tramonte, pubblicato ne Il Sardegna il 4/02/2007]

Intervista con Giovanni A. Sechi
Durante la semifinale di Arezzo Wave che lo ha visto trionfare, il pubblico ha contestato e fischiato la sua performance. Il problema a volte è trovarsi di fronte un pubblico integralista – come a volte sa esserlo, fatalmente, quello rock – che non apprezza musicisti con una visione e una sensibilità diversa e che non si limitano a scaricare rabbia e adrenalina sotto il muro di chitarre elettriche. Giovanni A. Sechi, vincitore appunto della semifinale di Lanusei e uno dei finalisti che si contenderanno la vittoria a Cagliari il 16 marzo, preferisce il pianoforte e la voce, vero e proprio strumento dalle enormi potenzialità, in grado di vocalizzi isterici sulle orme di una Diamanda Galàs con una spiccata vena espressionista, come si può sentire ad esempio ne Una disperata vitalità, brano che fa parte di un progetto dedicato a Pier Paolo Pisolini. Questo brano è stato suonato durante la semifinale insieme a Supplica a mia madre, ispirato ad un canto tradizionale armeno, e Canto funebre, per cui ha scelto come sottofondo un canto di un rito funebre del salentino ormai scomparso, “documentato in un cortometraggio di Cecilia Mangini. Come suoni – spiega Sechi – ho scelto invece un approccio rumoristico: per esempio il pianoforte preparato (il rumore raschiato), la batteria tribale che mi ricordavano certi lavori di Berio”. Classica contemporanea, sperimentazione ma anche popular music in senso lato. A guardare le sue influenze indicate su MySpace si scopre un orizzonte sonoro tutt’altro che scontato: la già citata Galàs, certo, ma anche gli Xiu Xiu, Nick Cave, perfino Alan Sorrenti, Einsturzende Neubauten. E Marco Parente, il cantautore a cui spesso viene accostato. “Parente ha fatto dei bellisismi lavori, per me è un onore essere paragonato a lui e suonare con lui è stata una grande opportunità. Ma in realtà sento più vicino ad altri artisti”. Giovanni Sechi ha solo 19 anni, viene da un “minuscolo paese della Sardegna” e c’è chi scommette sul fatto che potrebbe fare molta strada. Intanto è uscito da poco l’ep intitolato Una disperata vitalità, un omaggio a Pasolini e a vari poeti del Novecento, come Umberto Saba, Kavafis, Sandro Penna. “L’esigenza del progetto era quella di soddisfare una mia curiosità di ricerca riguardo i testi. Ho cercato di valorizzare al massimo che che potevano essere le interpretazioni dei testi. E in ogni caso maneggiare uno scritto di Saba o Pasolini richiede che una persona si interroghi su molte cose”. Dalle canzoni campate in aria (come definì le improvvisazioni del suo primo ep autoprodotto, Canzoni in distruzione) ai progetti “colti” di oggi, in attesa che compia un percorso di maturazione e chiarisca meglio la sua identità musicale.
[Andrea Tramonte, pubblicato il 24/02/2007 ne Il Sardegna]

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