Due vecchie interviste agli Afterhours

[Due interviste a Manuel Agnelli, una del 2005 una del 2006, la seconda fatta prima del concerto cagliaritano: entrambe uscite sul giornale. Anche in questo caso, ne avevo una versione più lunga che non trovo più…]

afterhours.jpgIl 2005 è stato un anno intenso per gli Afterhours di Manuel Agnelli. La band capofila del rock italiano ha pubblicato un nuovo album, Ballate per piccole iene, accolto con grande entusiasmo dalla critica nostrana e segnato dalla presenza di ospiti internazionali del calibro di Greg Dulli, Hugo Race e John Parish, vecchio chitarrista di PJ Harvey. Poi il consueto appuntamento annuale col Tora Tora!, il lavoro alla versione inglese dell’album che presto sarà distribuita in tutto il mondo, l’intenso tour… Infine l’undici settembre gli Afterhours hanno accompagnato Dulli e l’inarrivabile Mark Lanegan alla prima uscita mondiale dei Gutter Twins, la band nata dalla collaborazione dei due artisti americani.
Una bella soddisfazione, no Agnelli?

Assolutamente. Sono due artisti importanti che ci piacciono moltissimo. Poi le collaborazioni con Greg stanno diventando sempre più assidue: il tour con i Twilight Singers, l’album degli Afterhours… Alla fine è stato naturale coinvolgerci in questo progetto, anche per via della profonda amicizia che ci lega. Si sta dimostrando una grande scuola, è un metterci in gioco in continuazione, trovare nuovi stimoli.

Lei sarà coinvolto nell’album dei Gutter Twins?

Mi hanno chiesto di suonare le tastiere, è ovvio che mi piacerebbe moltissimo, poi vedremo…

Gli Afterhours hanno pubblicato quest’anno l’album dal respiro più internazionale, con la produzione di Dulli, il mixaggio di Parish. Quanto ha influito nella sua composizione il fatto che fosse destinato anche all’estero?

All’inizio veramente noi pensavamo solo a fare l’album. L’opera è nata prima di decidere di farne uscire anche una versione per l’estero. Poi abbiamo iniziato a collaborare con Dulli, che ha portato con sé idee, leggerezza, e ci ha infuso un grande senso di sicurezza e tranquillità. È stato lui ad insistere per far uscire l’album anche fuori dall’Italia. Diceva che sarebbe stato un vero peccato non farlo, credeva molto nel nostro progetto. Così abbiamo cominciato a pensarci seriamente. Abbiamo iniziato a tradurre dei brani, abbiamo contattato John Parish e Hugo Race. È stato tutto molto naturale, un lavoro fatto tra persone che si conoscevano e si stimavano personalmente. Forse abbiamo avuto ragione, perché la One Little Indian – per intenderci, l’etichetta di Bjork – ha avanzato l’offerta di distribuire l’album in tutto il mondo.

Oltre per la lingua, ci saranno differenze tra le due versioni?

Intanto è bene precisare che i testi non sono stati tradotti, perché non era possibile farne una traduzione letterale, e poi l’inglese suona molto diverso dall’italiano. Un paio di brani avranno arrangiamenti leggermente differenti. L’abbiamo fatto senza un motivo particolare, così, per gioco. E poi l’album è stato masterizzato in maniera diversa, e quindi “suona” diverso. In più c’è la cover di “The Bed” di Lou Reed cantata con Dulli, che duetterà con me anche nella versione inglese de “La vedova bianca”.

Cosa vi aspettate dalla stampa estera?

Diffidenza. Invece tra musicisti non è così. Anzi, durante i tour all’estero abbiamo conosciuto tanti artisti che hanno ascoltato i nostri lavori (e quelli di altri artisti italiani) con grande curiosità e disponibilità. Tra musicisti c’è grande propensione allo scambio, alla collaborazione. Invece la stampa mostra molto scetticismo verso la musica che viene dal sud Europa. Lo stesso vale per gli addetti ai lavori. Ma io credo fortemente in questo disco, io come tutti quelli che vi hanno lavorato. Poi, la cosa migliore che deriverà dalla sua pubblicazione all’estero sarà la possibilità di suonare fuori, dove non siamo nessuno. È un po’ come ricominciare da zero. E credo che ci divertiremo molto.

Una curiosità: l’album migliore dell’anno, finora?

Direi quello degli Arcade Fire. Li ho sentiti dal vivo qui a Milano perché me li ha consigliati il loro tour manager, che è lo stesso dei Twilight Singers. Sono divertenti, supercreativi, densi. Una barca di anni ottanta, ma sul versante intelligente! (2005)

Dopo la rigenerazione internazionale, il tour mondiale, il disco in inglese, la conferma del loro ruolo guida nel rock italiano, tornano gli Afterhours, in concerto questa sera all’Anfiteatro romano di Cagliari. Come dire: dai concerti statunitensi in cui erano una novità a quelli in cui il pubblico canterà a memoria tutte le loro canzoni. “Adesso però siamo molto più contenti di vivere una situazione italiana. Prima era una situazione dorata, ma come una gabbia: ora che possiamo uscire e vivere altre situazioni siamo molto più sereni”, spiega Manuel Agnelli.
Deve essere stimolante suonare in altri paesi dove non vi conosce nessuno.

È vero. È stata un’esperienza emozionante, soprattutto negli USA, dove abbiamo fatto forse il concerto migliore della nostra carriera. Un pubblico che non ci conosceva ma che ci ha accolto alla grande: è una cosa che ti rende orgoglioso, che ti dà delle conferme, anche alla luce dell’esperienza e della consapevolezza maturata in questi anni. Il pubblico americano, con tutto il rispetto, non è quello della Thailandia. È il paese del rock’n’roll. Abbiamo capito che il problema non siamo noi, ma stare nello stesso luogo per troppo tempo. Finisci col non rappresentare più una novità. Noi abbiamo i numeri, la freschezza e il linguaggio per parlare ad un pubblico nuovo.

Come è stato accolto dalla critica straniera il disco in inglese?

Intanto devo precisare che tra la stampa americana e inglese c’è una grande differenza. La stampa e il pubblico americano sono molto curiosi. Quando si è sparsa la voce su internet che non eravamo male venivano a sentirci davvero in tanti. Riguardo la stampa, abbiamo avuto recensioni imbarazzanti da quanto erano positive: nessun pregiudizio, quindi. La stampa inglese è difficile perché è trendy, segue le mode. Se fai parte del trend ti prendono in considerazione, altrimenti non esisti. Ma non sappiamo come andrà perché il disco in Inghilterra esce in ottobre. Abbiamo trovato preconcetti invece in Germania, dove ci si stupiva che in Italia ci fossero gruppi come noi. Alcuni hanno detto che l’Italia è famosa per gli spaghetti e non per le chitarre.

Nel nuovo album dei Twilight Singers c’è una versione de La vedova bianca, di cui peraltro Greg Dulli è coautore…

Sì, per me è un grande onore. Ho anche cofirmato un altro brano, The Conversation. Parecchie date in America le abbiamo fatte d’apertura a loro, a Mark Lanegan… In futuro continuerà la collaborazione con Dulli a livello live, di produzione, di scrittura. Lui è la dimostrazione del fatto che da parte di certi artisti non ci sono preconcetti di nazionalità.

Questo è stato un periodo di grande attenzione mediatica, un po’ l’apice della vostra carriera. Crede che ci siano ancora dei margini di miglioramento?

Lo spero. Avere questa dimensione complementare è stato davvero fondamentale, ci ha dato nuovi stimoli e nuovo entusiasmo. Anche i nuovi ingressi in formazione hanno portato idee, uno spirito di gruppo che mancava da tempo. Ha contribuito a farci recuperare energie ed entusiasmo. (2006)

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