Intervista a Vinicio Capossela

[Non ho ancora deciso se trasmettere anche Capossela, durante la quinta puntata di On Repeat tutta italiana. Però ne approfitto per postare anche qui un’intervista che gli ho fatto per i quotidiani E Polis, poi pubblicata sul web anche qui. Sotto trovate anche il pezzo di presentazione del concerto cagliaritano uscito ne Il Sardegna]

ovunqueproteggi.jpgNon ci vuole una giuria per stabilirlo ma solo la nuda sequenza dei fatti: Vinicio Capossela è l’artista italiano dell’anno. Un disco bellissimo e coraggioso, una tournée di successo dove la musica si faceva travestimento, rappresentazione, racconto visionario, la raccolta dei suoi testi per Einaudi, un cd-dvd da poco uscito con il film della tournée (Nel niente sotto il sole), e non ultima la targa Tenco per il migliore album del 2006. Un Capossela mai come questo anno mistico e viscerale, trascendentale e epico, mostruoso e tenero, che si avvia verso un 2007 a questo punto imponderabile (nuovo libro? cd in primavera?).
Capossela, che anno è stato?

L’anno delle conseguenze. È stato come girare da solo per tanto tempo, come un pellegrino, a caccia di mosche di insetti di segni, e poi tornare e mostrare in giro quello che ho trovato. Però a quel punto uno si trasforma e da scrittori si diventa uomini di spettacolo, si fa la rappresentazione di quello che si è raccolto. Un anno ludico, certamente più intenso. Anche se non so se da più soddisfazione scrivere in intimità o perdere quella intimità e condividerla con molti.

Goffredo Fofi l’ha definito cantore, poeta e sciamano. Si riconosce?

Uno è dotato di due occhi per guardare l’esterno ma non per guardare se stesso. Credo di essere sostanzialmente un uomo di spettacolo, nel senso che mi interessa la spettacolarizzazione delle parole, dei sentimenti, e anche del corpo. Uno “spettacolo portabile”. Uno sciamano è uno che cerca di interpretare segni, premonizioni, uno che ti inganna, che fa da intermediario con le forze oscure, o che cerca di ripararti un ginocchio. Un cantore è uno che racconta una storia. Il poeta uno che affina il proprio sentire e lo distilla nei versi. Figure che si mostrano e che hanno una propria mostruosità. Io cerco di fare tutte queste cose.

Einaudi ha raccolto i suoi testi in volume. Come vivono senza voce e musica?

Non so. Avevo molta curiosità di vedere su carta i piccoli racconti di prefazione ai dischi e agli spettacoli. Dedico molto tempo alla scrittura e la considero una cosa che non va cantata. I testi vanno usati un po’ come all’opera, con il libretto che segue la trama però fa parte di quell’opera. Senza è solo una guida, un menù al ristorante.

Nel niente sotto il sole
è una citazione qoheletica. Tra l’altro il film è introdotto dalla voce di Guido Ceronetti, autore della traduzione più bella dell’Ecclesiaste.
Sentirlo declamare in ebraico con la sua voce da indovino è un’emozione enorme. Quanto al titolo, è l’immagine più forte che apre il Qohelet, l’idea del penare sotto il sole. È un’immagine anche un po’ western e un po’ biblica, nel senso di una narrazione fatta di sterpi, di predicatori, di urla che vengono dal deserto e dall’antichità. Il Qohelt dà la vertigine della futilità del tempo. Dà l’idea di quanto siamo infinitesimi, di civiltà che cadono, del cammino della polvere, di tutto che va ad un’unica fossa.

Nel film la musica si fa racconto visionario e rappresentazione: travestimenti, scenografie, e poi esterne realizzate in luoghi come la Sardegna, Ostia…

Nelle immagini volevo che risaltassero i luoghi del cammino compiuto, che si riverberano nei suoni. Scene girate sotto il sole, presso la tomba di giganti a Thomes o a Ostia vecchia. Il fatto di entrare e uscire nella narrazione, meno legata al palcoscenico, rende più vivo il racconto.

Alcuni brani come Non trattare o Brucia troia dal vivo suonano molto più spigolosi e apocalittici.

Quando vengono registrati i brani sono ancora implumi, non hanno ancora messo il pelo che gli viene quando vengono suonati. Dal vivo si ispessiscono. Nel momento in cui un brano lo si fa in concerto quella sua forza prende una fisicità diversa. Suonare dal vivo significa fisicizzare la musica.

Il film del live ha tre figure chiave: il mito, l’illusione e la frontiera.

Il mito è qualcosa che ha un potenziale simbolico che appartiene a tutti, che non ha tempo e lo si può vedere nel cielo, nelle costellazioni, in tutto quello che l’uomo si è inventato sotto forma di racconto per dare senso alle cose. L’illusione è la magia, il trucco e lo spettacolo. E la frontiera è la dimensione un po’ epica della strada, della ferrovia, della polvere, che ho voluto riprodurre nel live.

Ovunque proteggi ha dimostrato la necessità di provare, cambiare, anche radicalizzare.

A me non interessa fare esperimenti tanto per farli. Quando c’è qualcosa che stimola la mia fantasia cerco di darle corpo con i miei strumenti. Cerco di rappresentare un’evocazione con i mezzi che trovo nel cammino. Le emozioni hanno delle evoluzioni e anche dei loro percorsi naturali. A volte ti “imfebbri” di una cosa, ma una volta fatta cerchi di farti passare la febbre e arrivare ad un altro tipo di febbre. Per questo i dischi sono una cosa abbastanza unitaria e distanziata nel tempo. Il suono è una conseguenza di una canzone che si vuole scrivere. Tutto parte da lì. In un momento certe cose ti parlano. Adesso per esempio già non mi parlano più.
Qual è la figura del disco con cui si immedesima di più? Il Minotauro, il naufrago…

Si fanno diverse canzoni per dare sfogo a diverse pulsioni, per quello che è mostruoso in noi, perché sono un po’ Minotauro ma anche uomo resuscitato, un po’ prestigiatore ma anche un po’ medusa quando fa gli occhi dolci a qualcuno. Se non fosse così avrei fatto solo una canzone. (2006)

Pare che per il suo Gran Tour 2006 Vinicio Capossela abbia scelto di privilegiare i teatri di pietra, come l’anfiteatro romano dove si esibirà proprio questa sera. Comprensibile: alcuni brani del suo ultimo album, Ovunque proteggi, sono quasi sgorgati dalla nuda roccia, dalle pareti umide delle grotte di Sardegna – quelle grotte nuoresi di Inspingoli dove s’è rintanato per registrare uno dei brani migliori del lotto, Brucia troia, in cui convergono in uno strano rimescolamento postmoderno l’angolare, secca e ruvida chitarra (preistorica) di Marc Ribot con i campanacci di Tonara, il canto a tenores dei Tenores di Mamoiada ed uno xilofono africano, e che potrebbe sembrare quasi una jam session di Tom Waits (quello di Swordfishtrombones) nel cuore della Barbagia. Un recensore ha accostato la figura del Capossela sardo a quella del druido Julian Cope – forse ignorando di averci proprio azzeccato, visto che anche l’artista gallese ama l’Isola arcaica e viene qui di continuo per i suoi studi megalitici e per respirare l’aria di una terra dove (parole sue) “gli déi sono visibili”. È di un paganesimo simile che si è nutrita la venuta in Sardegna di Capossela: “L’aria primordiale della caverna ha dato vita a una delle visioni più profonde del disco, evocata con addosso una pelliccia di montone nero venduta dal conciatore di pelli di Orroli e la maschera da boves di Ottana”, come sta scritto nella scheda di presentazione dell’album. Un Capossela vagamente demoniaco che sbarca a Cagliari per l’attesissima terza tappa del tour estivo, l’unica in Sardegna dopo l’apprezzato concerto invernale a Lanusei, dove ha avuto luogo – peraltro – l’anteprima del tour e del disco. La scaletta dovrebbe proporre alternativamente brani vecchi e nuovi, lasciando però spazio a sorprese ed imprevisti. Del resto già l’album, uscito qualche mese fa, di imprevisti ne conteneva parecchi. E non solo la già citata Brucia troia. Il fatto è che, in generale, Ovunque proteggi avrebbe potuto spiazzare lo zoccolo duro dei fan per via della necessità di una svolta rispetto allo status di “zingaro” che rischiava di imprigionarne la visione artistica e ridurla a sterile maniera. Il pubblico pare aver apprezzato, anche se certo invogliato da un brand caposseliano doc come il singolo, Dalla parte di Spessotto. Ma l’album vive di contrasti, apre con ieratiche invocazioni a metà tra il folk apocalittico più cupo e suggestioni mediorientali (Non trattare) e prosegue evocando scabri e allucinatori scenari di Sardegna, indugia sul fu comunismo su insolita base drum’n’bass in Moskavalza e regala divertissement gradevolissimi come Medusa Cha Cha Cha, fa ballare al ritmo di un valzer viennese in Nel Blu e poi apre la lunga sequenza di ballate e brani malinconici, tra cui vale la pena di citare Lanterne Rosse, Ss. dei naufragati e la conclusiva canzone che altezza l’album, una ballata lieve e carica di speranza che arriva (si può dire) dopo tanto penare. (2006)

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