Intervista ai Perturbazione

[Questa è stata la mia prima intervista “rock” per il giornale (e in generale), quindi la ricordo con affetto… Anche per le sue ingenuità…]

perturbazione.jpgForse Canzoni allo specchio, il nuovo album dei Perturbazione, non è un capolavoro. È però un bell’album, gradevole, ambizioso, fresco, che media la vecchia attitudine indie-rock della band di Rivoli con una maggiore ricerca in direzione pop. Soprattutto, Canzoni allo specchio potrebbe essere l’album della consacrazione. Se la meritano, ed il grande pubblico dovrebbe avere l’accortezza di accorgersene. Perché una canzone come Se mi scrivi ha tutte le carte in regola per diventare un tormentone intelligente (“porca puttana mi sono proprio innamorato di te”!), perché l’album dopo alcuni ascolti ti conquista, perché i testi, che mediano humour e malinconia, raccontano storie e sentimenti in cui è facile immedesimarsi. Di sicuro è una band di cui in Italia si sentiva la mancanza: in grado di parlare potenzialmente ad un pubblico vasto, ma senza scontentare quello snob ed esigente dell’indie rock. Tommaso Cerasuolo, il cantante, contattato telefonicamente per parlare del nuovo album, si mostra da subito disponibile e garbato.
Che aspettative nutrite rispetto al nuovo album? Siete soddisfatti dell’accoglienza critica e commerciale?

Beh, non abbiamo ancora dati certi sulle vendite. Ci dicono che sta andando bene, e noi ci fidiamo! Siamo molto contenti, anche perché l’impressione generale è che Canzoni allo specchio non sia un disco che consumi al primo ascolto, ma che matura e cresce col passare del tempo. Il che può anche essere un difetto, ma per me significa che il disco così non invecchia.

Tra le differenze rispetto all’album precedente (In circolo) si può riscontrare una malinconia più contenuta, meno intemperanze strumentali e la ricerca di una forma canzone più pop, tipo Chiedi alla polvere (il singolo) e Se mi scrivi…

Io penso che In circolo fosse l’album del passaggio dai venti ai trent’anni, il disco dello struggimento in un certo senso adolescenziale, quello che ti trascina in un gorgo malinconico. Questo invece è l’album della consapevolezza: ci sono meno rimpianti, meno contrasti. Prima ci chiedevano: «ma voi chi siete, i cazzoni del senso della vita e i malinconici di agosto?» (ride). Riguardo la forma canzone sono d’accordo. Grazie alla produzione di Paolo Benvegnù il lavoro è più omogeneo, c’è più armonia, meno stravaganze. Il rimpianto è aver accantonato gli episodi più pazzi in favore di tale omogeneità, ma il lavoro così risulta più compatto.

Il vostro nome è stato spesso accostato al post-rock nostrano, tipo Giardini di Mirò ed i vostri “figliocci” Chomski. Ma secondo voi cos’è post-rock, che pure è un calderone in cui viene infilato di tutto?

Beh, è vero che il post-rock è un po’ come un calderone. Io lo intendo come il post-moderno nel rock, come la musica di quella generazione (la nostra) che ha avuto un accesso più diretto alle fonti musicali, che ha ascoltato proprio di tutto, ed ha operato una variegata commistione di stili, una specie di “copia-incolla”, una bastardizzazione della musica. Il rock non è morto, come spesso si dice. È stato solo aggiornato.

Perché “Canzoni allo specchio”?

Una volta messi i piedi nei trent’anni, talvolta hai bisogno di guardarti allo specchio. L’immagine che vedi è falsata, è altro da te. A seconda dei giorni ti vedi bello, brutto, luminoso, oscuro. Ma hai comunque bisogno di ricercarti, di vedere come sei. Al termine delle registrazioni ci siamo accorti che il tema ricorrente delle nostre canzoni è proprio la volontà di riconoscersi, di cercare la propria identità, magari svelando anche un lato oscuro che non conoscevi. Poi scopri di essere il contrario di quello che pensavi, o magari non scopri granché, però almeno hai fatto il primo passo.

Domanda di rito: artisti italiani e stranieri nel vostro background musicale.

Noi siamo cresciuti negli anni ottanta, quindi abbiamo ascoltato molta new wave, il punk e il post-punk, il cosiddetto pop deviato. Soprattutto Smiths e R.E.M., sintomatici di questa attitudine. La decisione poi di accantonare l’inglese e di cantare in italiano ci ha portati alla riscoperta di cantautori come Fossati e De André. Gigi Giancursi invece (il chitarrista) ascoltava molta musica sanremese, che trovava in casa e alla radio. Anche questo fa parte del nostro bagaglio, visto che Gigi ha un ruolo molto importante in fase di scrittura.

A proposito di lingua italiana. Perché avete abbandonato l’inglese?

Io stimo molto quei gruppi italiani che cantano in inglese. Penso ai Jennifer Gentle, che negli Stati Uniti sono distribuiti da Sub Pop (l’etichetta che lanciò i Nirvana e il grunge N.B.). Però appunto bisogna conquistare i mercati europei (o mondiali), altrimenti non vai da nessuna parte. Rischi l’implosione. È quello che stava succedendo a noi. Per questo abbiamo deciso di cantare in italiano. Ma alla base c’era anche un’esigenza comunicativa.

Una curiosità. Tra i ringraziamenti per il vostro disco, figura anche un certo Nek Drake…

(Ride) Nek Drake era il titolo provvisorio di Chiedi alla polvere. La chiamavamo così in fase di registrazione perché il brano ha l’accordatura spostata tipica di Nick Drake, ma anche il “tiro” di Nek! (2005)

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