Post-punk di Simon Reynolds: come uscire vivi dagli anni ottanta

La prima cosa che viene in mente leggendo il monumentale Post-punk 1978-1984 di Simon Reynolds (Isbn, 720 pp., 35€) è che sì, si esce vivi dagli anni ottanta. La seconda è che quel fazzoletto di tempo compreso tra la fine dei ’70 e i primi ’80, cioè subito dopo la deflagrazione del punk e prima di tutte le rivoluzioni successive specie in campo dance ed elettronica, è stato uno dei più prolifici di sempre, secondo Reynolds addirittura “il” più prolifico, «in grado di rivaleggiare con i favolosi anni sessanta», considerati secondo il “canone” il periodo più creativo nella storia del rock.
A scorrere i nomi dei principali protagonisti del periodo (ma anche delle seconde linee) si trova talmente tanta creatività, urgenza, vitalità, radicalità, che la conclusione non può essere che quella: il periodo più eccitante della storia del “rock” (di sicuro molto più attuale della fine dei sixties) ma anche, paradossalmente, il meno studiato e sviscerato. «Il post-punk è stato l’ultimo grande periodo in cui c’è stata una forte ondata di innovazione che riguardasse insieme musica, testi, performance e anche il ruolo generale della musica», spiega l’autore. «Penso all’idea del rock come forza in grado di cambiare almeno la coscienza del singolo ascoltatore. E ha lasciato eredità fondamentali come la nascita del movimento delle etichette indipendenti e la logica del do it yourself, la cui influenza si protrae fino ad oggi». È in questo clima, dopo gli sconquassi provocati dal punk soprattutto a livello sociale e di apertura di possibilità, che nasce il post-punk, mosso da «un’urgenza al cambiamento costante» e dall’obiettivo di fare del rock un’arte, rifiutando al contempo gli aspetti deteriori e patetici del “rockismo”. Ci potevi trovare america nera urbana, Giamaica o Europa centrale collise in un’estetica rigida e austera che saccheggiava le avanguardie artistiche e letterarie del Novecento (Burroughs, Dick, Ballard, dadaismo, arte performativa) e che si sviluppava lungo direttrici eccitanti e imprevedibili. Un suono intellettuale che rigettava l’approccio stradaiolo di certo punk ma senza per questo sfociare in pura accademia.
Talking Heads, Pere Ubu, Pop Group, Scritti Politti, Throbbing Gristle, Cure, Joy Division, New Order, This Heat, Nick Cave e Birthday Party, PIL, Devo, Residents, Fall, XTC, Cabaret Voltaire, Gang of Four.
Dagli abissi di dolore alle sperimentazioni più severe, dalle collisioni di rumore bianco e funk “negro” al decostruzionismo pop, dall’industrial fino anche al new pop per sintetizzatori. Un numero impressionante di band che non si accontentavano del primitivismo del punk, del suo sguardo (musicale) spesso tutto rivolto all’indietro, ma che guardavano avanti, «impegnate a portare a termine la sua rivoluzione incompleta, esplorando nuove possibilità sonore attraverso elettronica, noise, tecniche dub, produzione da discoteca, avanguardia». Non a caso il simbolo di questa nuova sensibilità è stato «il messia del punk, John Lydon, che dopo essersi stancato scelse di compiere un viaggio nel rock sperimentale con i Public Image», vero punto di sutura e di rottura tra i due periodi. Dal no-future senza scampo ad un periodo «dove la curiosità per il nuovo era unita all’ansia per il futuro», dove l’accento in musica però è da mettere su curiosità. Non che mancassero motivi di ansia: «c’era la Thatcher al potere e un paese sull’orlo del collasso, con la disoccupazione altissima, delinquenza giovanile galoppante» spiega Reynolds. E la musica si faceva carico di interpretare (e magari di contribuire a cambiare) la situazione socio-politica del tempo. Soprattutto di rifletterne aspirazioni e contraddizioni.
Sul piano politico erano molte le band che flirtavano con l’immaginario nazi-fascista, dalla svastica al braccio di Siouxie nei giorni del massimo fulgore del punk alla fascinazione per l’autorità e il fascismo dei Joy Division fino anche ai Throbbing Gristle. «Credo che prima di tutto questa fascinazione derivi dalla tattica dello shock ereditata dal punk. In Inghilterra specialmente, flirtare con l’immaginario nazista era realmente offensivo perché c’erano davvero molte persone che avevano combattuto, o perso parenti, durante la Seconda Guerra Mondiale, e se eri un giovane cresciuto nei ’60 e ’70 venivi esposto in tv a film senza fine sulla guerra – era una parte centrale dell’identità inglese: sconfiggere il fascismo, resistere a Hitler ecc. Per cui se volevi offendere la generazione dei tuoi genitori, questo era davvero un modo efficace per farlo! Non dimentichiamo anche che in quel periodo certe idee erano nell’aria: il Fronte nazionale era forte e tuonava contro l’immigrazione e la società multiculturale. Forse c’è anche qualcosa riguardo l’asprezza e severità e perfezione classica dello stile fascista che ha dimostrato un appeal durevole per un certo tipo di estetica». John Savage individuava la componente “fascista” del punk ad esempio nel deliberato tentativo di eliminare la componente nera, blues del rock. Di contro erano altrettante le band di stampo anarchico, situazionista, marxista, dai Pop Group ai Gang of Four passando certamente per gli Scritti Politti (contrazione per Scritti politici di Gramsci), a riflettere quasi una polarizzazione ideologica che era tangibile, sul finire dei Settanta.
Nei nostri anni il post punk e le sue declinazioni (punk-funk, elettropop, industrial ecc) sono tornate pesantemente d’attualità, grazie al lavoro di molte band che si sono approntate a quelle estetiche in modi diversi, come Franz Ferdinand, Liars, Rapture, LCD Soundsystem, Interpol, !!!, Erase Errata, solo per citare le più famose. Quasi tutte le tendenze sviluppate allora trovano oggi una rievocazione ciclica più o meno interessante. «Il postpunk potrebbe essere l’ultimo periodo ad offrire una ricca risorsa perché viene appena prima che la “retro culture” e il recupero dei Sixties prendesse piede nella metà degli anni Ottanta. Come potrebbero delle band oggi riciclare qualcosa che era già riciclato? Per questo hanno virato verso post punk, new wave e synthpop dei primi ottanta. Ma c’è da dire che quella era anche musica straordinaria, ricca di idee, e questo non può che attrarre in un periodo in cui la musica e la cultura in generale sono senza direzione».

Leggilo anche qui (con i dieci album post punk di Simon Reynolds)
Scarica il pdf da passeggio di Nova magazine con questo articolo
Leggi anche: Il mio libro è come un rock

Una Risposta to “Post-punk di Simon Reynolds: come uscire vivi dagli anni ottanta”

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