Clap Your Hands Say Yeah, Some Loud Thunder

La myspace band per definizione, più o meno. Ma anche la Pitchfork band per definizione, en passant. Ma anche più generalmente, la band che per definizione ha codificato il concetto di passaparola virale applicato al web e che dal sassolino di sito web e paginetta con player e canzoni si è trasformata in valanga, passando la soglia che dall’indierock come stato dell’anima e necessità porta al mainstream, anche se di lato. Ecco, i Clap Your Hands Say Yeah continuano ad essere molto più interessanti come fenomeno sociologico che come band, ma andiamo con ordine. La storia la conosciamo bene: il gruppo di Brooklin si autoproduce un disco e lo sostiene sul web, via MySpace. Il battage che si crea porta il disco all’attenzione di certa critica (leggi Pitchfork) che se ne innamora e lo pompa con tutte le conseguenze del caso. I CYHSY vengono messi sotto contratto, il disco comincia e vendicchiare assai per gli standard odierni + standard indie rock e anche le riviste cartacee cominciano a prendere atto della cosa.
The Skin of My Yellow Country Teeth era un singolo fenomenale, uno di quei brani che riescono davvero a cogliere le temperie di un tempo e a definire un’era, ma tutto il disco possedeva la forza bruciante di una intuizione improvvisa e febbrile. Era un album sguaiato, divertente, dotato di una strana, abbagliante malinconia, di una vitalità disperata, crocevia sghembo tra indie-rock americano (Modest Mouse, Pixies), waves ottanta e gusto sopra le righe come piace a Pitchfork. Il disco lo si odia e lo si ama, ma a questo punto conta poco, perché i CYHSY dovevano scrollarsi di dosso la nomea di band fortunata e sopravvalutata. Ed ecco che si arriva al secondo disco, Some Loud Thunder. Che non riesce a convincere del tutto, nonostante una produzione forte (opera di un grande come Dave Fridmann) e carica di effetti che non riescono a mascherare la mancanza di un’idea di suono, di direzione, la povertà stavolta della ricerca melodica e la mancanza di pezzi che si staglino, catturino l’attenzione tra un’emissione disarticolata e lamentosa di voce ed un giro a vuoto della musica, indecisa tra le waves del primo disco e certe aperture psichedeliche che sembrano venire più da Fridmann che da Ounsworth e soci. Sembra quasi un disco frutto del senso di colpa per il successo inatteso, nato dalla volontà di dimostrare al mondo che si poteva andare oltre quella canzone e l’idea che il loro boom dipendesse solo dalla buona pubblicità fornitagli dal web e da tutto lo strombazzamento mondiale che ne è seguito. Obbiettivo forse ammirevole, ma che purtroppo sembra non supportato adeguatamente dai mezzi a disposizione. È un disco un po’ cerebrale (spocchioso, quasi) senza poterselo permettere, speso tra country spaziosi e galleggianti (Mama, Won’t You Keep Those Castles in the Air and Burning) e disco-punk come da vecchio corso (Satan Said Dance), parentesi circensi stavolta un po’ estemporanee (Upon Encountering the Crippled Elephant) e walzer raggelati immersi nel liquido amniotico (la bella Love Song No. 7). Ci sono anche cose che piacciono, come il giro di basso e la chitarra della canzone che apre e dà il titolo all’album, carico di quel mood così incrinato eppure dal tiro dancey che li aveva resi amabili, la già citata Love Song No. 7 e altre cose sparse, ma decisamente un po’ pochino per un insieme che non convince. E allora i CYHSY rischiano di diventare anche un’altra cosa, per definizione. La tipica band che fa il botto con un singolo e un album e poi non riesce più a ripetersi. 5

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