Lcd Soundsystem, Sound of Silver

soundofsilver.jpgJames Murphy degli LCD Soundsystem possiede una suprema coscienza musicale. È un indie-rockettaro approdato alla dance che ha portato con sé tutto il suo bagaglio di ascolti. Fa musica in quel modo che Simon Reynolds nella sua bibbia laica sul post-punk stigmatizzava come quello di chi prende quello che gli pare dalla sua collezione di dischi, citando, giustapponendo, ammiccando. Che poi è un modo un po’ caricaturale per definire il postmoderno il musica. Nel micidiale singolo Losing my Edge sviluppava una specie di manifesto musicale dove il tempo era sballato – diceva di essere stato al concerto dei Can a Colonia nel ‘68, di aver assistito alla formazione della prima band di Captain Beefheart, di aver suonato per primo i Daft Punk ai rock-kidz, poi ad Ibiza nell’88 e al Paradise Garage con Larry Levan – parlava di band che vendono i piatti per comprarsi le chitarre, e viceversa, e poi faceva l’elenco della sua collezione dei dischi: post-punk, techno, Scott Walker, Krautrock, house. Un manifesto compiutamente postmoderno per una estetica musicale dove la barriera tra rock e dance non esiste più, carica di citazioni, rimandi, ma non solo come forma di bricolage fine a se stessa, ma come sintesi musicale, rivitalizzazione del passato come unica possibilità di guardare avanti, oggi. Ecco perché gli LCD Soundsystem sono tra i più grandi. Ecco perché il nuovo disco, Sound of Silver, uscito in questi mesi e accolto bene quasi all’unanimità, sarà per molti disco dell’anno. Perché porta ancora più in là il discorso musicale già sviluppato nel primo, omonimo disco di due anni fa, ma con una maggiore accessibilità pop. Perché riesce a filtrare i My Life in the Bush of Ghosts, i Kraftwerk, il punk-funk del lower east side newyorkese, i Fall di Mark S. Smith e il suo canto sboccato, i New Order, in una sintesi ancora più alta che suona compiutamente, definitivamente LCD Soundystem. Mainstream eppure coltissima. Gioca con gli anthem da playlist radiofonica in North American Scam, realizza una struggente e convulsa All of My friends su un loop di piano e citazioni che vanno da Born Slippy degli Underworld a Heroes di Bowie ai Joy Division, fa il verso devotamente a Byrne e a Eno su una base punkfunk estenuante, si dimena e fa dimenare per poi sonnecchiare su una chiusura da cantautore pensoso in New York I Love You But You Bringing Me Down. Faccione tondo, aria svagata e sonnacchiosa, barbetta incolta, fisico un po’ sovrappeso, nel mondo del pop di oggi è diventato un personaggio centralissimo. I remix del suo team di produttori della DFA sono richiestissimi (anche da Britney Spears, ma lui si è negato, mentre Justin Timberlake se l’è meritato), la sua musica e la sua aura puzzano di coolness a tal punto che la Nike gli ha commissionato una traccia per fare jogging da vendere solo su iTunes – e lui l’ha anche fatta, di 45:33 (e infatti si chiama così) che suona come una epopea magnifica in trent’anni di musica dance, un capolavoro anche per l’aura mercenaria che l’avvolge, così cinica e affascinante. Prende una band e la porta al successo (nella fattispecie i Rapture) con la nonchalance del grande vecchio. Si prende poco sul serio eppure è uno dei nomi fondamentali degli anni zero. 8

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