Tdk, amarcord su due lati

cassette.jpgSi corre il rischio di passare per nostalgici passatisti quando si parla delle vecchie cassettine e dell’arte del mixtape, di cui molti divennero anonimi artisti. Eppure si registra una crescete nostalgia, tra libri che ne glorificano la pratica (come quello di Thurston Moore dei Sonic Youth, Mix Tape: The Art of Cassette Culture) e blog dedicati alla cosiddetta arte del nastrone. Quando ancora non c’erano gli mp3 e l’iPod e la possibilità di ospitare intere discografie e varie ipotesi di sviluppo della musica giovanile nello spazio di pochi centimetri (cioè ieri l’altro), le compilation si facevano con le mitiche cassettine TDK, con i titoli delle canzoni scritti a mano, le copertine fatte con i collage, cioè quello che il dj e giornalista musicale Fabio De Luca chiama “l’artigianato delle cassettine”. Il cd masterizzato non è la stessa cosa, «perché i titoli si scrivono al computer, ci sono programmi per creare le copertine», si perde quindi il lato sentimentale che è alla base della loro riscoperta nostalgica, quel farsi venire i lucciconi agli occhi da ragazzi che vanno da poco più di venti ai trenta/quarant’anni, cresciuti incidendo cassette per i motivi più svariati: dalla tempesta ormonale alla creazione di una colonna sonora per un viaggio. A proposito di ormoni, secondo De Luca «in genere una compilation veniva fatta da un ragazzo per una ragazza, e si inseriva nella fase delicata del primo approccio. Cioè poteva capitare che nella fase del corteggiamento il discorso cadesse sulla musica, e il ragazzo dicesse: “se vuoi ti faccio una compilation…”. Allora li si poteva partire con doppi sensi, ammicchi…». È quello che racconta Nick Hornby in Alta Fedeltà, quando il protagonista conosce in discoteca la sua donna e il primo passo è quello di farle una compilation: «per me fare una cassetta è un po’ come scrivere una lettera, è un cancellare e ripensarci e ricominciare daccapo». Una cosa delicata. Occorre soppesare, ponderare, darsi delle regole. Hornby ne cita alcune: «devi attaccare con qualcosa di straordinario per catturare l’attenzione, poi devi alzare un filino il tono, o raffreddarlo un filino, non devi mettere due canzoni dello stesso cantante di seguito» e così via. Ma per De Luca in fondo esiste solo una regola universalmente accettata: «mediare i propri gusti con quelli del destinatario. Fare una cassettina significa comunicare qualcosa del proprio mondo, condividere degli ascolti con qualcuno. Spesso l’interlocutore non è in grado di decifrare, quindi è meglio non essere esoterici, ma farsi astuti e mettere qualche pezzo ammiccante». La cassettina ha sempre un valore emotivo riconosciuto, nel senso che il compilatore vi deposita un sostrato molto forte di vita e passione, «è una cosa fatta da una persona per un’altra persona, è un dialogo a due», sia esso portato avanti per un amore o un’amicizia. È questa una delle ragioni del suo successo “postumo”, oltre a quello che De Luca chiama il feticcio legato al suo «essere stato consegnato ormai alla storia, l’essere vintage, respirare di passato». E poi, in un certo senso, era legata ad una disciplina di ascolto più umana rispetto al consumo feroce e alla mania compulsiva di oggi.
Andrea Tramonte, pubblicato ne Il Sardegna, 2005

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