June, l’estate del pop sardo

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I June sono una specie di colorata eresia pop. Eresia perché in Sardegna l’attitudine generale è quella di suonare rock duro in varie forme, e quindi sentire una band che se ne esce fuori con un disco che suona come un omaggio e una lettera d’amore al pop nelle sue articolazioni ed evoluzioni diverse è come una boccata d’aria fresca. Il disco si intitola Happy boys cry loud, i ragazzi felici piangono forte, e la copertina mostra due bambini, uno con una calza strappata, l’altro con una pistola dentro la fondina: come instillare elementi di inquietudine nell’ambito di una immagine quasi pacificata. Se copertina e titolo valgono come dichiarazione di intenti, allora l’immagine rotonda e gentile del pop della band sarda all’esordio su Here I Stay Records va comunque mediata con questa tensione, che cova quasi sottopelle. I June si sono formati nel giugno di tre anni fa per iniziativa di Gabriele Boi, ex bassista dei Rippers che cercava nuove strade musicali che andassero oltre gli schemi garage-punk della band cagliaritana. Del progetto cominciarono subito a far parte Roberta Serra, pianoforte e voce, Mirco Pilloni, chitarra e voce e il batterista Enrico Senis. La band nacque inizialmente sulla scia della passione comune per il pop dei Belle and Sebastian e con un’idea: “volevamo suonare e comporre, curare tutto ciò che nelle esperienze musicali precedenti non avevamo curato: arrangiamenti, scrittura, sfumature”. Dai Belle and Sebastian iniziali – di cui ora però si possono sentire alcune influenze solo in alcuni pezzi, specie in Coffee Tables e nella sbarazzina The Miracle, autentica potenziale hit orecchiabilissima – si è andati a ritroso a seguire le tracce segnate dai vari Beatles-Lennon-Kinks-Beach Boys, ma riletti attraverso una sensibilità moderna mediata da ascolti indiepop come gli Shins (o anche la Elephant Six, ma senza contaminazioni elettroniche) e roba più psichedelica e sontuosa come Flaming Lips e Mercury Rev. Fragori jingle-jangle, armonie vocali e coretti, organetti sbarazzini, suoni rotondi, aperture psichedeliche, tutto quello che si può chiedere al pop di impostazione sixties ma con una freschezza che non sempre è facile trovare in progetti simili. Nella band entra presto anche il bassista Luigi Zoccheddu: è in questo momento che la scrittura provata in studio necessita di prendere aria, confrontandosi con un palco ed un pubblico. La band presenterà il disco ufficialmente il 16 giugno allo Sleepwalkers di Guspini, che è un po’ il locale quartier generale di tutti gli artisti di casa Here I Stay, l’etichetta collettivo dislocata tra Cagliari e Guspini da cui sono pubblicati. Il disco fotografa la band nella sua lenta evoluzione, dagli esordi fino al 2006, anno in cui è stato registrato. Nel frattempo alcune cose sono maturate e i nuovi pezzi a cui stanno lavorando faranno emergere un lato psichedelico più marcato. Ma per il momento l’esordio è davvero un buon disco che cresce (e molto) col passare degli ascolti, quando le canzoni iniziano davvero a “circolare” e si prende maggiore familiarità con brani ottimi come Coming Back Home, Come from the Cold, I Could Give You Everything, Nonsense o Dora, piccoli artefatti pop in dialogo costante tra orecchiabilità e malinconia.

Pubblicato oggi ne Il Sardegna

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