Wilco, Sky Blue Sky

wilcoskybluesky.jpgI Wilco, da qualunque parte li si guardi, sono una delle più grandi band americane in attività. Almeno per quanto riguarda gli anni zero, almeno con riferimento a quelle band che ancora oggi hanno un discorso musicale di una qualche urgenza da portare avanti (il che esclude dalla “gara” i Rem, ad esempio). Tweedy e soci rappresentano quel tipo di band in grado di marchiare la storia del rock con alcuni album imprescindibili, che hanno segnato la più grande distanza – musicale, di attitudine – con certi ambiti alt-country da cui provenivano e che a volte rischiano di risolversi in album placidi e autoreferenziali, perfettini e senza sbavature ma privi di inquietudine, profondità e, appunto, urgenza. I Wilco questa l’hanno dimostrata pagandola per un po’ di tempo anche con l’esilio musicale, la cacciata da una major, la pubblicazione di un disco solamente online poi riscoperto come uno dei pochi veri capolavori di questi anni. Yankee Foxtrot Hotel, con quell’equilibrio irripetibile tra melodia e spinte in avanti, quel cortocircuito tra tradizione e sperimentazione che lo ha reso uno dei dischi fondamentali degli anni zero. Due anni dopo i Wilco si sono confermati con A Ghost Is Born, un disco ugualmente bello – ma forse meno irripetibile, anche a livello di aura, del disco precendente. Mentre con il live Kicking Television hanno dimostrato di possedere un canzoniere di tale livello ed intensità da non avere paragoni appunto tra le band in circolazione. Oggi però il discorso della sperimentazione e dell’inquietudine – che aveva reso i Wilco così vitali e spaesanti – sembrerebbe venire meno con il nuovo disco, Sky Blue Sky. La prima cosa che salta agli occhi è l’assenza di Jim O’Rourke (presente solo nell’arrangiamento degli archi), che con la sua presenza e con il suo stimolo aveva portato Tweedy e soci ad andare oltre l’Americana, oltre la riscoperta del pop sixties, oltre se stessi. Ma ora con questo disco i Wilco diventano definitivamente se stessi. Eliminando la sorpresa, le fughe in avanti, asciugando la formula e consegnandola ad una classicità definitiva. Il che può essere un bene o un male a seconda dei casi (tutto dipende dalle prossime mosse della band), ma per il momento Sky blue sky dei Wilco non suona affatto solo come un disco più tradizionalista. Suona come i precedenti ma con un senso dell’armonia e del controllo che rivela una mancanza (O’Rourke) e una consapevolezza dei propri mezzi, una naturalezza nel fare musica che porta inevitabilmente su questi toni, su questi suoni. Naturalmente è comprensibile che chi aveva amato i Wilco per l’ansia di ricerca e per la novità che rappresentavano i dischi precedenti, rimanga deluso da un album piano, pacato, scritto benissimo ma privo di elementi di rottura, di accostamenti imprevedibili. Un disco che non fa male e pure noi si vorrebbe quel dolore così impietoso che spesso disturbava, noi si voleva un Jeff Tweedy ancora tormentato e non quello che canta in apertura di disco “forse il sole splenderà oggi/ le nuvole saranno spazzate via” – in un pezzo peraltro molto bello come Either Way. Ma poi si rimane comunque sopraffatti dalla bellezza di certe canzoni e da un insieme che regge pienamente. Basta limitarsi solo al capolavoro del disco, You Are My Face, una melodia struggente che a metà viene squarciata dall’ingresso della chitarra elettrica e che non è molto distante dal mood espresso in A Ghost Is Born – invero una delle più belle mai scritte dai Wilco. Oppure Leave me (Like You Find Me), una delizia pop che riporta ai fasti sixties di Being There e che ti lascia percorrere il corpo di una malinconia corroborante, paralizzante, dolce. O l’ansia On and on and on che suona quasi come una preghiera, prima della resa finale. Alla fine ci si consola all’idea che i Wilco rimangano grandi anche senza dire più nulla di nuovo. Esaltando la scrittura, una scrittura coesa e felice come non mai. E pazienza se a volte il nuovo chitarrista insiste troppo negli assoli. 7/8

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