Se bastasse una sola canzone, 1

Nuova rubrica dove si parlerà di canzoni – nuove, soprattutto – in ordine umorale e idiosincratico

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White Stripes, Conquest
(da Icky Thump). Credo di aver ascoltato questo pezzo, dico sul serio, qualcosa come una ventina di volte di seguito. Quando si dice che Jack White è un genio a volte c’è anche chi non ci crede. Qui c’è genialità sparsa a piene mani e si tratta perfino di una cover di una vecchia canzone di Corky Robbins (pardon, non lo conosco). Il pezzo parte con la tromba mariachi di Regulo Aldama a cui si aggiunge una chitarra assolutamente grimy e Jack White che grida cooonqueeest con l’ingresso successivo della cassa di Meg. Riesce a suonare così drammatica e “spagnoleggiante” (in una maniera quasi popolaresca) pur avendo l’energia trascinante e la botta di un pezzo hard-rock. E ti viene pure voglia di ballarla, e di saltare. Olè.
Pissed Jeans, Ashamed of My Cum (da Shallow). Dei Pissed Jeans (dei jeans piasciati: sono proprio come uno di quei bambini che ripetono le parolacce appena le sentono) è uscito il disco nuovo per Sub Pop. Disco del mese su Blow Up. Mi sono incuriosito e sono andato a recuperare anzitutto il primo album. Non ho ancora ascoltato il nuovo, ma mi immagino tutto il bene possibile. Cioè, ditemi voi se uno non deve rimanere favorevolmente colpito da un depravatissimo mix di Melvins e Jesus Lizard e qualcosa dei Pixies (non so, il ritornello, dove confessa di vergognarsi del suo sperma: “never satisfied even after I’m done!”). Un brano pesantissimo e devastante, che in un minuto evoca un mondo di violenza stolida, cieca, repressa. Poi vi dico del nuovo disco.
The Fall, Reformation (da Reformation Post TLC). Un synth scurissimo che ondeggia su due note su ritmo vagamente krautmotoriko puntellato da chitarra acidula e lancinante. Questo è il paesaggio sonoro. Portatelo avanti con qualche lieve impennata almeno per 7:23. Ma soprattutto aggiungeteci lo sproloquio molesto, catarroso e depravato di Mark Smith. Quella vecchia sordida istituzione fatiscente del rock indipendente inglese, ancora più incarognita, ancora più negativa, ancora più Mark Smith.
Antelope, Justin Jesus (da Reflector). Di fatto gli Antelope non hanno bisogno di molte cose, badano proprio all’essenziale. Un ritmo asciutto e angolare di vaga derivazione postpunk che procede incessante per tipo tre minuti. Un basso stanziato in primo piano, anche quello incessante, anzi di più: pulsante e ossessivo. Poi pare che ci sia anche una chitarra che dà all’insieme un po’ il tono drammatico, abbastanza scuro. E Justin Destroyer – ex El Guapo e Supersystem – che cantilena sguaiato (a volte alienato) su quella base che va avanti, mentre noi si rimane ipnotizzati.
Bloc Party, Hunting for Witches (da A Weekend in the City). Facciamo così. Precisiamo prima che il nuovo album dei Bloc Party è decisamente bruttino e che cerca di accattivarsi ancora più pubblico rincorrendo il gusto medio inglese del periodo, con scarti di brit-pop + Muse + Coldplay. Bene. Però questo pezzo è uno di quei pezzi maledetti fatti in modo calibrato per riuscire ad ottenere successo e attenzione. Un pezzo che parla anzitutto di quanto è accattivante e ruffiano e poi, solo in un secondo momento del pericolo di “caccia-alle-streghe” corso dalla Londra traumatizzata dal post-attentato. Il vorticare del riff delle chitarre, il ritmo bello trascinante e il ritornello disegnato in modo da non levarsi più dalla testa lo rendono uno di quei singoli quintessenzialmente radiofonici che poi finisci anche per odiare.
The Shins, Austrialia (da Wincing the Night Away). Questa canzone. Diomio. Così dannatamente indiepop statunitense. Ma è una canzone perfetta, talmente perfetta in ogni suo dettaglio da risultare perfino imbarazzante. Basta fare attenzione al dettaglio. Sentite ad esempio quando fa il suo ingresso il banjo nel ritornello, a come la voce è doppiata e come tutto riesce grandioso, bello, pop. A come questa canzone così solare ma dal cuore triste e malinconico è una di quelle canzoni che vorresti sentire più spesso, nell’arco della vita o anche solo di una particolare annata. O forse no, così quando le ascolti è ancora più bello e eccezionale.
Von Sudenfed, Fledermaus Can’t Get Enough. Mark Smith. Lo abbiamo invocato prima. Eccolo di nuovo qui, su una base techno. Ce l’hanno messa i tedeschi Mouse on Mars. Lui ci ha messo lo sproloquio di cui si diceva. Sembra fatto apposta per far muovere il culo in discoteca. Vero. Sembrano anche gli LCD Soundsystem, ma forse è solo perché James Murphy a volte cerca di cantare proprio come lui. Spiccicato.

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