Se bastasse una sola canzone, 2

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Marnie Stern, Every Single Line Means Something
(da In Advance of Broken Arm). Tutti nella vita avranno sentito nominare Yngwie Malmsteen almeno una volta, almeno come pietra di paragone negativa del peggior chitarrismo masturbatorio e tronfio, tutto prodigo in assoli infiniti, vuoti e compiaciuti. Noi si è indierocker, quindi questa roba non ci riguarda. Ma cosa succede se il chitarrismo spinto entra nell’indie rock dalla porta principale (leggi: Kill Rock Stars)? Un problema te lo poni. Marnie Stern è una che puoi facilmente odiare a livello epidermico al primo ascolto. Quando ho sentito la prima volta Marnie Stern ho pensato alla versione user-friendly degli Orthlerm (che fecero un disco di 45 minuti di una sola traccia basata per i primi 17 minuti sulla reiterazione allucinata e minimalista e alla velocità della luce di chitarra elettrica su base a metà tra il grindcore e il motorik krauto: allucinazione pura da nerd psicopatici) con la vena psicotica dei Deerhoof. Non che ora Marnie Stern mi piaccia, preciso: solo che questo pezzo lo trovo non meno che geniale. E probabilmente Marnie Stern è fuori di testa.
Shannon Wright, Don’t You Doubt on me/ Steadfast and True (da Let in the Light). La verità è che ho snobbato Shannon Wright per anni. Per anni mi sono tenuto a distanza perché pensavo – ma poi chissà perché – che fosse solo una pallida imitatrice di PJ Harvey e di Cat Power, approssimativamente inarrivabili. Che poi in fondo anche una pallida imitatrice delle due potrebbe avere tanto da dire, anche possedendo solo un po’ del loro talento. Il fatto è che Shannon Wright non ne ha solo un po’: ne ha tantissimo. Non mi spingo a dire che sia al loro livello – il modello rimane comunque forte – ma il livello della scrittura, della tensione, del rigore, dell’asciuttezza stilistica, dell’emozione (perché no) è tale che l’ascolto ribalta qualunque pregiudizio immotivato. Per questo segnalo due canzoni: la prima ipnotica e minimale costruita su di una chitarra blues ed una batteria in controtempo. La seconda dal pianoforte quasi classico, di bellezza austera. Ah, e Let in the Light è già uno dei miei dischi dell’anno.
Modest Mouse, Fly Trapped in a Jar. Devo dire la verità: l’ultimo disco dei Modest Mouse nell’insieme non mi ha entusiasmato, eppure contiene dei pezzi belli poderosi come questo. All’inizio la chitarra simula il ronzio di una mosca – eccicredo, leggi il titolo – e poi si prodiga in evoluzioni a volte funky a volte abrasive sulle mosse di un funk robusto e quadrato, asciutto, quasi, ma solo quasi, post-punk. E Brook è in splendida forma: grugnisce, grida, strepita, con tutto il suo campionario di “mosse” che abbiamo imparato ad amare in questo ultradecennio di vita di una band fondamentale.
Blonde Redhead, Publisher (da 23). Con un inizio così drammatico, quasi liturgico (o seplocrale) non sei in grado di prevedere come andrà avanti: cioè tirando fuori uno dei ritornelli più azzeccati dei Redhead, uno scioglilingua che è sempre sul punto di ricordarti qualcosa ma forse solo perché è talmente naturale che diventa subito familiare, come se lo conoscessi da sempre. Più o meno basta così, anche se è bello il cambio di ritmo – sempre nel ritornello – e pure i rintocchi di chitarra, e il modo in cui si alternano le voci di Pace e Makino. Invero un gioiello.

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