Nuova intervista agli Afterhours

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Ogni volta che si parla degli Afterhours è quasi inevitabile dover elencare una serie di cose che sono riusciti a fare negli ultimi due anni. Nella fattispecie hanno: pubblicato un disco (Ballate per piccole iene) che ha scalato le classifiche italiane; ripubblicato lo stesso disco in inglese per il mercato mondiale; fatto due tournée negli States e girato pure l’Europa; pubblicato due dvd celebrativi che ne ripercorrono la storia (“Non usate precauzioni. Fatevi infettare” e “Io non tremo” sono i titoli). Già, la storia: perché comunque sia la band di Manuel Agnelli e Giorgio Prette mantiene una vitalità invidiabile pur dovendo portare sulle spalle due decenni di dischi, alti-e-bassi, defezioni importanti (Paolo Cantù, Xabier Iriondo, Andrea Vitti), riuscendo però sempre a stare a galla, anzi: rilanciando. Oggi Agnelli e co. in fondo zampettano ancora come ragazzini (che colpa ne hanno loro se in Italia si accorgono di te dopo, mentre in Inghilterra osannano band di pischelli con l’acne?) e stanno per pubblicare un disco nuovo che sarà un po’ come la prova del nove, un modo per verificare se lo stato di grazia della band continuerà ancora. Intanto, per chi volesse sentirli dal vivo, oggi tornano in concerto in Sardegna: stasera alle 22 a Sarroch allo Stadio comunale nell’ambito di Sarroch Summer Groove.

Negli ultimi mesi sono usciti addirittura due dvd retrospettivi. Momento di autocelebrazione?
Non credo che da parte nostra ci sia stata la scelta di celebrarci. Il progetto del dvd è nato all’inizio del 2006 e inizialmente doveva essere la cronaca del tour del 2005. Poi ci siamo accorti che avevamo altro materiale d’archivio, di buon livello, che ci piaceva, e abbiamo pensato che sarebbe stato bello fare un dvd sotto forma di documentario di quella che è stata la nostra storia. Una storia lunga che meritava di essere raccontata.
I dvd hanno segnato il passaggio ad una major dopo i problemi della Mescal. Come lo avete vissuto?
In realtà non c’è stato nessun passaggio, abbiamo semplicemente pubblicato due dvd. La Mescal ha venduto il suo catalogo alla Emi/Virgin, e la Emi si è mostrata subito interessata ad alcuni artisti, come Perturbazione, Cristina Donà e noi, per portare avanti un rapporto anche in futuro. Abbiamo avuto l’occasione di confrontarci e di conoscere lo staff nell’eventualità di cominciare un rapporto di collaborazione, ma non c’è ancora nessuna firma. Si trattava di prendere le misure, era una buona occasione.
Adesso state lavorando al nuovo disco. Qualche anticipazione?
Sono un po’ di mesi che stiamo lavorando sui pezzi nuovi. Cominceremo ad incidere questa estate. Devo dire che ci stiamo divertendo molto, il lavoro sta venendo fuori bene, con naturalezza. Si tratta della prima volta con questa formazione, ci sono novità ed entusiasmo e le cose sono venute fuori molto di getto. Il disco però sarà molto diverso dal precedente. Più veloce, più aggressivo, cono sonorità più chiare, meno cupe.
Crede che il confronto con la realtà americana vi abbia condizionati?
Questo sicuramente, ma non sono cose sulle quali rifletti, sono cose che ti entrano dentro, che ti influenzano ma in maniera subconscia. La doppia esperienza in America è stata importantissima e speriamo di tornarci presto. È un’esperienza che ti cambia dentro, anche a livello di approccio e attitudine alla musica, ma non necessariamente nel modo di far musica. Del resto non ci è mai interessato rifare quello che abbiamo fatto.
L’ultima tournée?
Onestamente è stata molto diversa da quella precedente, perché stavolta abbiamo girato l’America nel modo opposto rispetto alla prima tournée. L’anno scorso eravamo in giro con i Twilight Singers e quindi andavamo in grossi locali, quest’anno abbiamo girato da soli. È stato quindi un passo avanti, un momento di crescita ma è stata una esperienza diversa, perché suonavamo in locali più piccoli, spesso con poca gente.
Cosa significa riapprociarsi ad una realtà più “grande” per voi, location più spaziose, con più fan, che cantano le vostre canzoni, cose così?
In realtà il passaggio dall’Italia all’estero è facile perché psicologicamente sei molto più leggero, non devi dimostrare niente a nessuno. Suoni e basta, quello che sei abituato a suonare, con maggiore libertà. È traumatico invece tornare in Italia perché non sei più abituato al rumore del pubblico, quindi fai un po’ di fatica ad abituarti. In America senti solo il palco e tu che suoni, in Italia in un posto grosso magari rimbomba tutto e non sei più abituato. Certo è bello tornare, è entusiasmante ritrovare l’affetto di casa.
C’è chi dice che siete i portabandiera del rock italico. Vi sentite sulle spalle questo “peso”?
Il peso non lo sentiamo, noi viviamo l’esperienza dal punto di vista umano e musicale, non crediamo di dover portare avanti una missione. Per quanto riguarda la scena italiana, sono in tanti che fanno fatica ad uscire per colpa degli stessi meccanismi arrugginiti di sempre. Se qualcuno ha qualcosa da dire ci mette 10 anni per farsi notare. È tutto troppo lento.
Andrea Tramonte, pubblicata oggi ne Il Sardegna

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