Low, Drums and Guns

low-drums-and-guns.jpgNon è da tutti dopo quasi quindici anni di carriera provare a sperimentare nuove soluzioni che non fanno parte del proprio bagaglio tradizionale. Anche a costo di scontentare chi ti ha sempre identificato in un certo modo. Ecco: si scrive Low e in genere si legge slowcore. Si legge l’elogio della lentezza di una band che ha legato il suo nome al suonare cadenzato, alla capacità di valorizzare i vuoti e di dare significati agli spazi. Di dare forma ad una malinconia inquieta, nebulosa, solenne. Eppure da qualche anno il trio di Duluth è in agitazione. Cambia, evolve, prova. Due anni fa ha pubblicato un disco potente, che sostituiva ai vuoti e ai silenzi del passato un suono denso, polposo e rock, con l’aiuto di un produttore adeguato alla svolta come Dave Friedmann.
L’idea che girava è che i Low fossero pronti a spiccare il volo verso un tipo di rock più mainstream, in grado di raccogliere consensi trasversali e generalisti. Ma con il nuovo disco, il secondo per Sub Pop, diventano altro ancora. Sono ossificati. Spigolosi. Percorsi da una elettricità scontrosa che sta a mezz’aria come una nebbiolina o un ronzio. Con ritmi frantumati spesso basati su una semplice drum machine, e le splendide armonie vocali di Alan Sparhawk e Mimi Parker su suoni che a volte non sono nient’altro che semplici loop o sampler.
I Low stavolta hanno pubblicato un disco strano che traspira un dolore acuto, che trafigge. Altro che mainstream: Drums And Guns non è per niente accomodante, se non in quello che sembra un delizioso divertissement come Hatchet (“let’s bury the hatchet like the Beatles and the Stones”). Fin dall’ouverture di Pretty People, che spiega che all the pretty people, they’re all gonna die, è un disco che parla di morte e di violenza (Violent Past), ma è anche un disco di spiritualità compunta e sofferta (Take Your Time). Soprattutto, una raccolta di pezzi a volte bellissimi come Dragonfly, tutta strappi e lacerazioni di feedback e batteria, o Your Poison, un gospel di bellezza abbagliante. Gli slanci e l’inquietudine di Sparhawk e soci riescono a mettere in secondo piano le imperfezioni di un album che nel maneggiare una forma idiosincratica e sperimentale risulta non del tutto riuscito. Ma dimostrano di essere vivi, non disposti a compromessi, ancora capaci di reinventarsi e stupire. Così ci piacciono anche di più. 7
(Pubblicato anche qui)

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