Nuova intervista ai Marta Sui Tubi

Intervista uscita in forma molto diversa sabato 14 ne Il Sardegna, integrata anche con domande e risposte fatte durante la puntata con loro…

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Partiamo dal nome. Marta Sui Tubi non significa niente, ma proprio niente. “Tutte le volte che ci hanno chiesto perché ci chiamassimo così, abbiamo inventato qualche storiella che veniva sempre presa sul serio. In realtà una sera dovevamo trovare assolutamente un nome per la band, dato che avevamo trovato una data a Bologna. È saltato fuori questo. Ci siamo detti “fa schifo. Abbiamo di meglio? No? allora ce lo teniamo…”. C’è una ricca esegesi sul nome della band siciliana trapianta a Milano. Addirittura è saltato fuori che sarebbe l’anagramma di “tamburi usati” e perfino di “i masturbati”. Ma forse non è importante. La cosa più importante è che la band di Giovanni Gulino e Carmelo Pipitone (con Ivan Paolini alla batteria) è una delle realtà musicali italiane più solide e vive in circolazione, con due album alle spalle di cui si è parlato come di “una bomba per la musica italiana”. Qualcosa che si può raccontare come l’incontro tra canzone italiana e cantautorato “sghembo”, estroversione musicale e pathos, accelerate quasi folk-punk e ballad emozionali da cantare con trasporto. Tutto questo con una resa “pop” davvero felice, con una capacità di scrittura che bilancia tutti questi elementi mediandoli attraverso una ricerca molto attenta verso la forma canzone e la melodia – sempre però “disturbata”, corretta e complicata attraverso un approccio per nulla lineare. In una parola, Marta Sui Tubi. E intanto all’orizzonte si profila un nuovo disco, dopo il successo di Muscoli e dei (2003) e C’è gente che deve dormire (2005).

Ci state lavorando?

In realtà non stiamo lavorando sul nuovo disco, siamo in studio per realizzare una demo dei pezzi nuovi scritti in questo periodo. È una pre-produzione, una registrazione che fai per ascoltare i pezzi prima di fare l’album vero e proprio, per vedere come suonano.

E finora come suonano? Ci saranno differenze rispetto a prima?

Le nostre connotazioni sono sempre le stesse, chitarra acustica batteria voce e qualche spruzzata di elettronica vintage, rigorosamente non ritmica, giusto qualche colore in più. Quando la tua musica è composta da ingredienti simili non ti puoi discostare moltissimo da quello che hai fatto in precedenza. Anche se i pezzi come struttura e come corpo sono un po’ diversi dall’ultimo disco, C’è gente che deve dormire. Come atmosfere, come piglio, l’ultimo disco che abbiamo fatto era molto psichedelico, certo non cupo ma sognante, sospeso, con atmosfere trasognate. Invece questi pezzi sembrano offrire altre prospettive, altri colori, quasi colori estivi, diciamo.
Pop?
No, pop non direi, nel senso che finora non c’è un potenziale singolo. Per singolo intendo l’idea di singolo che si ha, pensato per la rotazione radiofonica. E comunque, aggiungo che il fatto di recuperare certi aspetti del primo disco non significa ripeterci, perché noi cerchiamo di andare sempre avanti. Altrimenti ci annoiamo.
Chi lo pubblicherà, sempre la Eclectic Circus?
No, abbiamo chiuso il rapporto consensualmente con la label. Al momento non abbiamo un contratto con nessun altro. Registriamo il disco da soli e poi ci guardiamo intorno, vedendo chi può essere interessato a pubblicarlo. Del resto nemmeno l’idea dell’autoproduzione ci spaventa.
E se vi arrivasse una proposta da una major?
La valuteremmo tranquillamente. Non siamo chiusi categoricamente all’idea della major. Ti può offrire un apporto in termine di promozione che nessuna casa indipendente ti può dare. Il brutto al limite è quando e se vuole mettere il becco in quello che fai. Il brutto della major è quando cercano di diluire il tuo suono, ti dicono “con questo arrangiamento non passi in radio”, ti mettono addosso delle pressioni in direzione della maggiore vendibilità della tua musica. Ma questi sono comportamenti che non possono esistere se si ha l’idea di fare arte. Ad ogni modo se il disco lo hai già fatto, la major non può mettere becco, perché il disco c’è già e lo prende – nel caso – così com’è.
A questo punto la domanda è quasi inevitabile: ma allora secondo voi cosa significa essere “indipendenti” in musica?.
Penso che l’idea di indipendente rischia di essere una grandissima stronzata, è un termine che racchiude così tante band e etichette che alla fine non significa nulla. Ci sono indie che fanno musica anche per arrivare in classifica, esattamente come fanno le major. Indipendente è qualcosa che si slega dai meccanismi commerciali, legata al lato passionale piuttosto che al lato economico. Ci sono indipendenti che si riconoscono in questo discorso, altri che si differenziano dalla major solo per il potenziale economico. Del resto ci sono gruppi come i Radiohead che sfornano dischi non commerciali che pubblicano per una major. Diciamo che alla fine essere indipendente vuol dire due cose. Intanto è legato ai mezzi che hai a disposizione. In secondo luogo quando te ne freghi del lato economico, delle vendite, e cerchi sostanzialmente di fare dell’arte. Da questo punto di vista sono molto intransigente.
Torniamo indietro. Come è nato il feeling tra te e Carmelo?
Ivan: Il feeling è nato mangiando pane e cipolla… Vabbé, io sono subentrato dopo. Loro due a Bologna erano sulla via del punkabbestismo spinto, e lì al Pratello si possono fare le amicizie più incredibili ed estreme. Giovanni e Carmelo vengono da Marsala ma non mi pare che si conoscessero prima di arrivare a Bologna.
Quindi vi siete incontrati a Bologna. Come avete cominciato a suonare insieme?
Carmelo: è stato tutto molto casuale, quando ci siamo incontrati io e Giovanni è stato come un “colpo di fulmine a ciel sereno”. Non avevamo niente da fare, si lavorava e c’erano veramente pochi soldi, quindi anziché spenderli andando a bere birra preferivamo rimanere a casa a suonare. Poi la birra abbiamo cominciato a scroccarla in giro per i pub andando a suonare, anche perché all’inizio non ci pagavano.
Però all’inizio non eravate ancora Marta Sui Tubi.
Ma noi siamo sempre stati Marta Sui Tubi… Io ricordo in particolare una cosa simpaticissima degli inizi. Abbiamo incominciato a suonare, a fare dei pezzi nostri, ma ancora non avevamo un pubblico o dei luoghi dove andare a suonare. Non capivamo se le cose che facevamo avessero un senso. Avevamo bisogno di qualcuno che ci ascoltasse. Quindi tutti gli amici che passavano nella nostra strada, noi li vedevamo dal balcone e gli dicevamo “oh vieni su che ti offro un caffé una birra” e con questa scusa gli facevamo ascoltare i pezzi. Oppure la sera ci mettevamo dietro il Pratello vicino al tabacchino automatico a suonare sul marciapiede pensando che qualcuno si sarebbe dovuto fermare per forza a comprare le sigarette…
Ma lo stile era già più o meno definito?
Eravamo sulla buona strada, ma facevamo cover soprattutto. Poi abbiamo cominciato a fare anche cose nostre, ed è stata una sorpresa soprattutto per noi, non pensavamo di essere in grado.
E il passaggio al disco? Qual è stata la fase intermedia tra lo suonare per strada ed accasarvi presso una etichetta, la Eclectic Circus?
Abbiamo raggiunto un certo numero di canzoni nostre e abbiamo deciso che era arrivato il momento di andare a registrare, di fare una demo. Abbiamo cercato un batterista e un bassista per tutto il tempo che preparavamo questi pezzi. Non li abbiamo trovati, però in compenso abbiamo trovato Fabio Magistrali. Noi non lo sapevamo, ma era ed è un grandissimo produttore. Ha sentito le nostre cose, gli siamo piaciuti e ci ha invitato a registrare da lui, a casa sua. Eravamo un po’ spaventati perché non avevamo sezione ritmica ed eravamo solo in due, chitarra e voce. Comunque alla fine è venuta fuori una demo che poi sarebbe diventato Muscoli e dei, il nostro primo disco. Abbiamo fatto un po’ come tutti i gruppi fanno quando realizzano una demo: lo abbiamo spedito in giro alle case discografiche che potevano essere più o meno sulla nostra stessa lunghezza d’onda. Abbiamo aspettato sei mesi senza una risposta, infatti c’era un po’ di scoramento. Poi ci hanno risposto diverse case discografiche, quella più convinta era la Eclectic Circus e abbiamo accettato la loro proposta. Il disco è uscito ed è stato nel suo piccolo un grande successo.
Nel secondo disco avete lavorato con un altro produttore, Marco Tagliola. Che differenze ci sono state?
Carmelo: Magistrali è uno dei produttori più in gamba che ci siano in Italia. Non abbiamo mai lavorato così bene con una persona come lui. La differenza con Tagliola è abissale, anche se entrambi lavorano da professionisti, anche se hanno due modi diametralmente opposti di lavorare. Magistrali è più istintivo, Tagliola più professionale.
E questo a livello di suono come si è tradotto?
Beh, i due dischi suonano molto diversi, a prescindere dal produttore, per contenuti e atmosfere, quindi non è possibile nemmeno un paragone. Difficile dire come avrebbe lavorato uno sull’altro, e viceversa. Hanno due approcci diversi. Tagliola è più inglese, predilige certe sonorità, mentre con Fabio si sperimentava di più. C’era la voglia anche di suonare con i non-strumenti, usando quello che capitava. C’era un’apertura che a noi piaceva molto. Il secondo disco non aveva bisogno di questo tipo di risorse e direi che la produzione di Tagliola è stata perfetta.
Parliamo del vostro suono. Una cosa che colpisce è una ricerca melodica molto forte, che affonda le radici anche nella canzone italiana.
La musica nasce per avere una melodia. La forma canzone ha bisogno della melodia e noi siamo legati all’idea della canzone, con una melodia e con un ritornello. Direi quasi pop, anche se poi noi non facciamo musica pop. A me piace il fatto di cantare una canzone, che qualcuno in macchina ascolta una canzone la canta insieme al disco. Anche dal vivo l’aggregazione che si crea tra chi suona e chi ascolta, è una cosa bella dal punto di vista sociale. Però non deve essere una melodia sputtanata. Il fatto è che noi siamo stati influenzati, o forse infettati, dalla tradizione italiana. La assorbi quasi senza volerlo, poi te la ritrovi come patrimonio genetico ed emerge nel modo in cui tu fai musica.
Pensavo anche al fatto che amate Modugno, che avete fatto cantare con voi Bobby Solo. Al di là di questo, in generale sembra che il “rock” italiano stia riscoprendo la tradizione melodica italiana, cantata – ovviamente – in italiano.
Qualsiasi italiano che si mette a scrivere canzoni secondo me deve fare due cose. Pensare se quello che scrive ha un certo impatto, e poi cantare nella propria lingua. È impensabile cantare in altra lingua, perché non ti appartiene fino in fondo. Se sei cresciuto in Italia devi cantare in italiano, e credo che questo si stia iniziando a riscoprire, con il venir meno quindi della tendenza a seguire i gruppi stranieri e le tendenze musicali che portano con sé. E poi è importante scrivere bei testi. La musica popolare italiana è ricchissima di grandissimi compositori, melodie e testi. L’altro giorno ho visto uno speciale su De Andrè e mi sono messo ad ascoltare con molta attenzione. Diceva cose di una violenza buona, di quella utile all’intelletto, con un coraggio enorme nello scavare su certi temi. E l’italiano si presta bene ad affrontare certi temi.
Però al di là della melodia c’è una grande estroversione musicale, un po’ di imprevedibilità strumentale, anche un po’ di virtuosismo (buono) nella chitarra e nell’uso della voce…
Questa tensione è alla base del nostro progetto. Marta sui tubi nasce come momento di libera e totale espressione dei pochi strumenti che abbiamo a disposizione – e per strumenti intendo anche la voce. Le bizzarrie sono una componente importante, ma non come conditio sine qua non, è solo un modo per sollecitare un tipo di approccio che vedevamo trascurato dalla musica che ascoltiamo. Ho la fortuna di suonar con Carmelo, che è un grandissimo chitarrista. Sono chiamato a bilanciare una estroversione virtuosa sulla chitarra che è incontrollabile. A volte la stempero creando delle melodie vocali più chiare. Le cose che fa Carmelo sono bellissime ma difficili da articolare, ed è qui che vive il senso del nostro progetto, nella collaborazione tra Carmelo e me, che sono più orientato alla ricerca della melodia e della forma canzone. Alla fine viene fuori una canzone quasi primordiale.
Carmelo: Siamo molto più complicati di quello che facciamo in musica. Cerchiamo di complicare anche le cose più semplici. Un giro di do non sarà mai un giro di do, un quattro quarti… Proprio non possiamo non usare tempi dispari. Un po’ il brivido che c’è dietro ogni accordo, non sai mai come va a finire.
Ivan: non si sa mai se lo azzecchi…
A proposito, e l’ospitata di Bobby Solo? Compare in Via Dante, in una ripresa del pezzo. Ci sono dei disturbi, come se lui entrasse da un’altra dimensione…
Ma lui vive in un’altra dimensione… Bobby solo è uno che ha Jailhouse rock come suoneria del telefonino, come fai a non farlo suonare nel disco? Lui dice che è stata la moglie a metterla, ma si sa che è lui…
Prima eravate solo voi due, dal secondo disco è entrato in pianta stabile un batterista, Ivan. Che cosa credi che abbia portato avere un batterista fisso?
Diciamo che in fase di arrangiamento ha portato sicuramente qualcosa, in quella compositiva no, perché i pezzi nascono dalla collaborazione mia e di Carmelo. La collaborazione spesso avviene anche a casa, solo chitarra e voce. Una volta che abbiamo imbastito il pezzo Ivan ci mette del suo, cambiando sicuramente anche il risultato finale. Ivan è entrato in pianta stabile perché ci serviva un’ossatura robusta, ci piaceva l’idea di avere una base molto fisica. Non volevamo passare per i Simon & Garfunkel italiani… Andrea Tramonte

2 Risposte to “Nuova intervista ai Marta Sui Tubi”

  1. mattia Says:

    devo dire che questa intervista rende maggiormente di quella uscita sul giornale..

  2. geleselibero Says:

    finalmente so che Marta sui tubi non vuol dire nulla

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