Ascolti disarmati: Burial

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Capita di imbattersi nell’ascolto di un disco di cui non si conosce bene la grammatica e la sintassi, nel senso che è un disco che parla un linguaggio con cui non si ha grande familiarità. Eppure percepisci che quei suoni che non sai inquadrare perfettamente sappiano parlarti molto più a fondo di qualunque disco che ripeta la
lezione stanca di qualche vecchio sound che ti calza addosso (post-punk, avant-rock, indie, noise o folk che sia), con cui sei cresciuto, che ti definisce come ascoltatore, che va a comporre la tua identità e la tua cultura musicale.
È da alcuni mesi che periodicamente ritorno sul disco omonimo dei Burial (pubblicato su Hyperdub). Non è un disco sconosciuto, nel senso che è stato disco dell’anno per The
Wire nel 2006. L’ho ascoltato una prima volta senza prestargli troppo attenzione. L’ho scaricato, skippato velocemente e poi “cestinato”. Così, su due piedi.
Poi un giorno ho provato nuovamente a scaricarlo, l’ho messo su con le cuffie ed è stata come una nuova verginità musicale. Ho trovato in questo suono che sembra un mix cupis
simo e minimale di dub, techno di Detroit, elettronica industriale e grime (ma di un grime senza rap, ridotto solo a suoni metropolitani di una desolazione che mette addosso un gelo infinito) qualcosa di sconosciuto e insieme di intimo, squisitamente familiare. Come se questi ritmi, questi sampler elettronici, questi bassi profondi e dubbati, questi suoni notturni da cui filtra un profondo malessere urbano, fossero in grado oggi di parlarmi molto più di qualunque altra cosa uscita in questi anni. A pensarci è quasi spaesante: ho ascoltato, meditato e amato più il disco dei Burial di qualunque altro disco uscito negli ultimi due anni.
Non saprei bene come sezionarlo, questo disco. Risalire ad un background musicale preciso (si parla di dubstep, genere che non conosco affatto), contestualizzarlo. Si può pensare al primissimo trip-hop di Tricky, ma la materia è se possibile ancora più scura e idiosincratica. Posso dire anche che è un disco che mi ha fatto venire la voglia di tornare a Londra – è un disco londinese, non c’è dubbio. Per la precisione di South London, dove il progetto (senza volto, senza nome) è geograficamente collocato. Eppure è anche per questo che mi sono innamorato del disco di Burial: perché è una scoperta. E poi perché in questi suo
ni mi ci perdo.

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