Tre dischetti nel mio iPod

Liars, Liars. Non ho mai fatto mistero di considerare i Liars uno dei progetti musicali più interessanti (e importanti) della scena musicale degli anni zero. In particolare ne ho sempre apprezzato la radicalità – in equilibrio precario e inquieto tra punk-funk, noise, post-punk, industrial, krautrock – e la vocazione mimetica, l’ansia stilistica, la continua ricerca, inesausta e produttiva. Anche con il quarto disco il trio newyorkese di stanza a Berlino cambia ancora le carte in tavola, ma stavolta in direzione sostanzialmente rock. Nel senso che è un disco molto basato sulla chitarra, più fisico e addirittura dirompente, con tre pezzi inequivocabili come Plaster Casts of Everything e Cycle Time e Clear Island con i loro riff tiratissimi. Ma lo si capisce anche dalla ricerca in direzione Jesus & Mary Chain di Pure Unevil e Freak Out così cariche di riverberi e distorsioni a fare da contrappunto agli sprazzi come al solito avant della band, che suonano come un appendice del grandissimo Drum’s not dead dell’anno scorso (vedi Leather Prowler e What They Would Know). Oltre a questo, si aggiungono alla formula anche due pezzi pop che francamente ci si poteva risparmiare. Nel caso di Sailing to Byzantium anche piuttosto dozzinali – mi riferisco all’atmosfera un po’ melodrammatica e spleen di maniera, imperdonabile in una band che riesce davvero a tirar fuori atmosfere negative, plumbee, pesanti, senza concedere molto al gusto medio che se cerca la malinconia la trova nei Muse o negli Interpol. Amare intensamente una band – e io continuo ad amare intensamente i Liars – significa anche non chiudere gli occhi di fronte ai passi falsi. Questo disco, per me, è un mezzo passo falso. 6

M.I.A., Kala. M.I.A. è la mia personalissima icona pop contemporanea. Una collisione postmoderna (consapevolissima) di mainstream, avanguardia tascabile, terzomindismo, pop globale, cultura dancefloor che cita, ripassa e trasfigura cultura rock producendo qualcosa di nuovo, inedito, eccitante. Che le novità più irresistibili della popular music contemporanea non passino dal rock, questo è un fatto. Che la novità sia una ragazza che viene dallo Sri-Lanka figlia di un attivista politico Tamil, bandita da Mtv ma prodotta da Re Mida Timbaland con un featuring di Gwen Stefani, che nei suoi pezzi cita sfacciatamente Straight to hell dei Clash, Where Is My Mind? dei Pixies e Blue Monday dei New Order, è un altro fatto. Ho esitato un po’, di fronte a questo disco. Vertiginoso quasi, per la densità, la varietà, la ricchezza di idee e di stimoli. Alla fine si balbetta sottovoce la parola “capolavoro”… 8

Angels of Light, We Are Him. Alla fine qui non si può far altro che inchinarsi di fronte al maestro. Dal primo pezzo Black River Song si sa già che il disco che ha tirato fuori Gira è puro Gira-Sound alla sua massima definizione – decisamente superiore al precedente Other People (troppo cantautoriale, rilassato) anche se sicuramente lontano dall’essere il suo migliore a firma Angels of Light. Nuova linfa viene dai suoi pupilli Akron Family, backing band di lusso che accompagna il Gira a spasso tra le sue vecchie ossessioni. Se avete amato gli Swans e se amate gli Angels of Light (e in generale i suoni che possiamo racchiudere dentro la definizione di gotico americano), questo è un disco assolutamente imperdibile, e altre parole non servono. 7+

3 Risposte to “Tre dischetti nel mio iPod”

  1. mimhe Says:

    grandi liars!

  2. Davide Says:

    “M.I.A. è la mia personalissima icona pop contemporanea.”

    quoto, anzi quotissimo.
    ciao andrea, e bentornato!
    in bocca al lupo per la nuova stagione di On Repeat, e anche per il New Deal (?) col GdS.

  3. onrepeat Says:

    beh, a proposito di M.I.A. a questo punto leggi domani proprio il giornale…

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