M.I.A., dallo Sri-Lanka la tigre del pop

M.I.A. è forse la prima vera icona pop di un mondo globalizzato. Un personaggio musicale quasi da non crederci, con una storia talmente “di oggi” che sembra frutto di un copione studiato nei minimi dettagli: lei si chiama Mathangi “Maya” Arulpragasam ed è una ragazza dello Sri-Lanka emigrata a Londra da bambina, figlia di un attivista politico di quei Tamil Tigers che 32 stati hanno bandito come gruppo terroristico – dato che nella lotta per la creazione di uno stato separatista nello Sri-Lanka ormai i metodi sono quelli tristemente noti degli attacchi suicidi. Per molti anni ha seguito il padre nei suoi spostamenti, finché non si è stabilita definitivamente a Londra, dove ha fatto vita di strada finché non ha cominciato a dedicarsi alla musica. È una figura deliziosamente (e dolorosamente) in sospeso tra due mondi, l’Oriente e l’Occidente, con tutte le tensioni politiche e culturali e le contraddizioni che comporta. In America ha problemi ad entrare (forse anche per le dichiarazioni a sostegno dei Tamil Tigers e della questione palestinese), su Mtv viene boicottata e patisce tutti i disagi che le derivano dalle parole abrasive, infuocate che escono fuori dai suoi dischi.
Il suo esordio è datato 2005 con un disco (Arular) che è stato associato al fenomeno inglese del grime (che vuol dire sporcizia). Un suono che a descriverlo si può definire come un mix di hip hop, elettronica povera e uk garage e che ha prodotto alcuni dei personaggi musicali inglesi più celebrati di questi anni: Mike Skinner/The Streets, Dizzee Rascal ed M.I.A. appunto. Ma non è solo questione di suono. È musica che più del rock ha espresso il disagio della gioventù inglese degli anni zero, espresso attraverso racconti della vita di strada di un nero di East London (Rascal), quella di tutti i giorni tra Playstation, pub, spinelli di un bianco di Brixton (Skinner), e poi Maya appunto: nelle sua storia di ragazzina nata in Inghilterra ma figlia di una cultura lontana. A segnare l’incontro (ma anche la collisione) multiculturale di cui Londra è sintomatica. Arular è stato esaltato dalla critica, il nuovo Kala uscito in queste settimane lo è anche di più. Non solo perché musicalmente è superiore, ma perché c’è condensato tutto ciò che M.I.A. rappresenta e vuole essere, a livello musicale, politico, mediatico. Un suono multiculturale e sexy, politico eppure dalla grande comunicativa pop, ad un passo dallo sbriluccichio del pop da classifica ma senza concedere troppo ai baci col diavolo di Re Mida Timbaland o di Gwen Stefani (entrambi presenti nel disco). È un suono meticcio e postmoderno che sa essere davvero vertiginoso. Si prenda Paper Lines, costruito sul campionamento dell’incipit di Straight To Hell dei Clash, con un testo che riesce ad essere corrosivo e sarcastico as usual. E la citazione dei Clash terzomondisti non è casuale per niente. I testi parlano ancora di diseredati, diritti civili, povertà, la musica è un mix di citazioni “rock” (Where Is My Mind dei Pixies, Blue Monday dei New Order, Roadrunner dei Modern Lovers) come di colonne sonore di film “bollywoodiani” (la Hollywood indiana) e di in un suono che sa essere selvaggio, sensuale, intricato, tribale, misteriosamente seducente. Andrea Tramonte su E Polis, 11/09/2007

Una Risposta to “M.I.A., dallo Sri-Lanka la tigre del pop”

  1. M.I.A., Paper Planes « On Repeat Says:

    […] 14Nov07 Una delle caratteristiche che mi hanno colpito di più del nuovo disco di M.I.A. è l’uso spregiudicato del campionamento e delle citazioni. Del modo nella fattispecie in cui ha […]

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