Vanvera, polvere e blues

img_0713.jpgLa prima cosa che salta agli occhi (alle orecchie) di Vanvera è la voce, baritonale e profonda e attraversata dall’inquietudine allo stesso modo di un Nick Cave, di un Johnny Cash, di un Michael Gira. Voce di ferro e ruggine, si direbbe, di polvere e blues. Ma voler inchiodare Mauro Vacca also known as Vanvera – multistrumentista villacidrese all’esordio su disco su Here I Stay, intitolato I Wish Upon a Scar – solo alle possibili pietre di paragone di voce e musica sarebbe far torto alle sue peculiarità di cantautore sui generis, capace di suonare visceralmente post-punk, di blandire e accarezzare con la sola voce e chitarra, di spingere su dissonanze e suoni più acri, di approcciarsi certo alla materia oscura dei vari Cave, Pj Harvey, Leonard Cohen, riuscendo però a rielaborarla in maniera personale.
Vanvera. Nome curioso per un progetto musicale. La gente spesso non lo associa al termine usato nella locuzione “a vanvera”, “a casaccio”, quasi come se fosse un termine magari spagnolo, da accentare sulla e. Il significato del nome è evocativo e può dare l’idea di un’attitudine quasi punk, di una estetica fatta (dice lui) “di voli pindarici”. Ma Vanvera dimostra di avere una impronta forte e di sapere bene dove vuole andare a parare – non fosse altro perché, come scrive nelle note, “sono sedici anni che aspetto il disco”. I suoi esordi sono datati 1991 come batterista di una band di culto villacidrese, gli Arte del fallimento (“trio punk crepuscolare”), che poi in seguito sono diventati Corvina Zoe. “Nel frattempo ho cominciato anche a suonare da solo, chitarra e voce e basta. Vanvera esiste dal 1999, anche se la prima uscita vera e propria è un demo che ho pubblicato tre anni fa”. Inoltre Mauro suona anche in altre due band, gli ottimi Mellow Days (mix di indie, pop e psichedelia) e i neonati Nerve Central, questi ultimi in bilico tra impatto hardcore di marca Fugazi e partiture più cerebrali di stampo post-rock. In entrambe le band suona la batteria, nel suo progetto solista invece fa tutto da solo: batteria, chitarra, basso, organo. Con un’eccezione: la partecipazione straordinaria di Giorgio Canali (Csi, Pgr, Rossofuoco) che ha suonato basso e “chitarra tremula” in due brani del disco. Il disco appunto: murder songs, bluesacci oscuri, esplosioni elettriche, percussioni, ma anche molte ballads emotive cariche di pathos, da “punk crooner crepuscolare” come si definisce lui. Il disco vive nella tensione tra elettricità e pacatezza, senza mai perdere inquietudine: pezzi oscuri e mediamente cupi come Emma am i a hyena, Duncan and Mary e Whatchagonnado sono bilanciati da ballate che dal vivo sono già piccoli classici, come Haunt, The Pros and the cons, Soot Suit. “Tutti si aspettavano un disco più cantautorale, però qui c’è il mio modo di intendere i pezzi, ricerca sulla forma canzone senza però scrivere le solite canzoni. È un disco che lascia sempre qualcosa di sospeso, da assimilare”. Grande attenzione poi viene data ai testi, in inglese: “c’è l’amore in tutte le sue manifestazioni, ma non solo. Emma ad esempio è una murder ballads, invece molte liriche partono da giochi di parole e quindi il significato passa in secondo piano. Nella parola a volte cerco più il suono e il ritmo”.

Andrea Tramonte, pubblicato oggi ne Il Sardegna

E questo è un altro articolo, uscito col titolo Vanvera, un rocker non a caso

Vanvera è con ogni probabilità il simbolo del fermento musicale che sta scuotendo la scena musicale rock sarda. Il “nome nuovo” che piace a casa sua ma che riesce anche a conquistarsi platee e riconoscimenti nazionali. Oggi ad esempio suonerà a Milano sul palco del Miami, un importante festival della musica indipendente italiana organizzata dalla webzine più influente in Italia (Rockit). Domani sarà a Bologna, al Locomotiv, ad aprire il concerto degli Idaho. Accompagnato dalla sua band, I Bei Tenebrosi, chiamata così un po’ ironicamente per scherzare sulla caratura della sua musica (abbastanza “nera”) e per giocare con i nomi tipici da band beat italiana. Vanvera, al secolo Mauro Vacca, è un musicista villacidrese di trentasei anni che prima di arrivare al suo primo disco ha dovuto fare un bel po’ di gavetta. Nato come batterista di alcune band storiche della scena villacidrese come Arte del Fallimento, un giorno se ne uscì fuori con una cassettina registrata in casa in cui cantava e suonava le sue canzoni. “La batteria è lo strumento in cui mi trovo a più a mio agio – spiega Mauro. “Forse è per via della sindrome del portiere che preferisce giocare dietro gli altri. Ho iniziato un po’ timidamente, con i pochi accordi che sapevo suonare. Poi la cosa è progredita piano, fino a quando ho capito che quello che preferisco è scrivere i testi, cantare”. E lo fa con una voce profonda, catramosa, che ad un ascolto veloce può ricordare quella di Nick Cave ma che invece è profondamente personale, e con una scrittura capace di attingere in egual misura a certo pop inglese più emotivo – gli Smiths – come alla migliore tradizione “nera” americana e inglese (PJ Harvey, Nick Cave e Tom Waits sono le stelle polari). “Ho una grande passione per la musica malinconica, acuita da quella per post punk e new wave, con un’attenzione ai suoni più veraci, acustici, sanguigni. Ma ancora sto cercando il lato selvaggio del songwriting”, racconta Mauro. Dopo una lunga attesa è arrivato il disco, I Wish Upon a Scar, uscito per la Here I Stay Records. Suonato quasi tutto da solo, a parte la presenza di Giorgio Canali in due pezzi. E dentro c’è tutto. C’è l’elettricità furente e le ballate, ci sono pezzi tirati e percussivi di chiara derivazione post punk e gli spiritual. Tutto supportato da una scrittura ottima che ha fatto drizzare le orecchie in giro per l’Italia. “Sono il primo ad essere sorpreso, sta succedendo qualcosa di davvero insperato. Anche perché quando ho cominciato, sedici anni fa, anche solo autoprodursi era un’opera titanica, difficile, rischiosa. Ora vedo che il disco piace, partecipiamo a festival importanti. Con la consapevolezza che c’è da lavorare ma che il terreno è fertile”. E questo terreno fertile è quello di una “scena” “sarda” (le etichette sono obbligatorie, è per semplificare) che sta attraversando un momento molto buono, con ampi margini di crescita. “In questo periodo in Sardegna sono nate etichette, ci sono persone che si danno da fare, e poi le proposte sono valide, non c’è dubbio. Poi l’“isolamento” ora si rompe anche grazie al web, in cui puoi mettere un tuo brano e avere un riscontro immediato da qualunque parte del mondo”. Ma come si traduce il suo carattere nella musica che fa? “Forse nelle diverse atmosfere che si trovano nel disco, sono un po’ meteopatico. Mentre dai brani più potenti viene fuori qualcosa che chiede di esplodere, e chi mi conosce e generalmente mi vede tranquillo stenta a riconoscere un aspetto del genere. Essere variopinti anche nelle tinte scure, forse anche questo mi rappresenta di più”. Pubblicato il 2 febbraio 2008 ne Il Sardegna

3 Risposte to “Vanvera, polvere e blues”

  1. tostoini Says:

    ot: sono tornata ierinotte a cagliari, nei prossimi giorni ti mando i disegni per il loghetto nuovo…🙂

  2. onrepeat Says:

    tra l’altro questo sabato registro la prima puntata – che però non andrà in onda subito, ma forse la settimana prossima… sono curioso di vedere i risultati!

  3. Lowongan Cpns Tahun 2013 Says:

    Heya! I just wanted to ask if you ever have any problems with hackers?
    My last blog (wordpress) was hacked and I ended up losing months of hard work
    due to no data backup. Do you have any solutions to stop
    hackers?

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