I Radiohead? Senza prezzo

Pubblico anche qui un pezzo uscito ai primi di ottobre fa nei quotidiani E Polis sulla decisione abbastanza clamorosa dei Radiohead di autoprodurre il nuovo disco, vendendolo a offerta libera (“up to you”, il prezzo “sta a te”) tramite download, e in un cofanetto lussuosissimo a 40 sterline. Poi è circolata anche un’altra notizia, ovvero che il disco uscirà su cd agli inizi del 2008, ma questo mitiga poco la portata rivoluzionaria della scelta dei Radiohead. Aggiungo anche altre considerazioni.

“L’industria discografica non è mai stata così “fregata”. In realtà la frase che si legge su un sito americano sarebbe un po’ più pesante (il “fregata” è un alleggerimento del “fucked” inglese), ma rende lo stesso bene l’idea. Perché la scelta dei Radiohead di pubblicare il nuovo disco solo online, bypassando case discografiche e negozi di dischi, dà bene l’idea di una svolta che potrebbe essere gravida di conseguenze molto pesanti per tutto il modo in cui la musica viene distribuita, promossa, venduta. Ma andiamo con ordine.
Uno scarno comunicato del chitarrista Johnny Greenwood pubblicato ieri nel sito ufficiale della band ha annunciato che è pronto il nuovo disco. Si intitola In Rainbows e sarà disponibile entro dieci giorni, a partire dal dieci ottobre. Una notizia che si aspettava con una certa impazienza, ma nessuno si immaginava le modalità di distribuzione del disco, una novità assoluta almeno per quanto riguarda band musicali famose come quella di Thom Yorke. Il disco sarà in vendita in download attraverso il sito (inrainbows.com) in modalità offerta libera. Ovvero ciascuno può stabilire il prezzo che vuole pagare per il disco dei Radiohead, dai pochi centesimi alle canoniche dieci sterline delle novità in Inghilterra. Ma la novità non si esaurisce qui. Perché la band di Oxford ha pensato anche a chi non riesce a separarsi dall’oggetto, ai collezionisti o semplicemente a coloro che il disco lo vogliono possedere fisicamente. In vendita ci sarà anche il discbox, ovvero una confezione estremamente lussuosa che contiene il disco in cd e vinile, un altro cd con altre nuove canzoni, un booklet corposo con artwork e liriche. Insomma, un oggetto da collezione che a differenza del disco in download avrà un prezzo fisso, 40 sterline. La notizia è abbastanza clamorosa, perché non era mai successo che una band della caratura dei Radiohead scegliesse di fare a meno del filtro garantito da una casa discografica, per prodursi all’insegna dell’autoproduzione. Finora autoproduzione ha significato che una band con pochi mezzi e nessun contratto discografico stampa un disco (un tempo con molti sacrifici economici, oggi con una maggiore facilità per via dell’abbassamento dei costi) che serve come biglietto da visita per riuscire a ottenere delle date per dei concerti oppure per farsi conoscere a riviste e discografici, in vista del traguardo ultimo: essere pubblicati da una label. Qui si dà il caso invece di una band a cui le major stenderebbero tappeti d’oro tappezzati di banconote, che decide che in fondo di una etichetta può farne a meno. Di una label, ma anche in fin dei conti di negozi online come iTunes. Questa strada verrà seguita anche da altre band? Con quali conseguenze complessive per la tenuta dell’industria? La scelta dei Radiohead poi formalizza anche la divisione fondamentale di questi anni, tra coloro che scelgono il download online e l’immaterialità della musica, e coloro che richiedono oggetti sempre più irripetibili, da esperire e consumare. Con questo gesto i Radiohead dimostrano di essere una band “avanti” non solo per la musica. Rompono gli indugi e forse faranno da battistrada per un nuovo modo (da tempo teorizzato) di distribuire la musica.

Aggiornamento. C’è chi ha sostenuto che per i Radiohead sia relativamente facile compiere una scelta del genere. Del resto il solo fatto di aver compiuto questo annuncio ha fatto rimbalzare la notizia ai quattro angoli del globo, e ne è derivata una pubblicità molto più efficace (e positiva in termini di immagine) di quella che avrebbe potuto garantire una major con i modi tradizionali. Ma il punto è che ci sarà sempre una certa disparità tra i Radiohead o (mettiamo) gli Animal Collective. I Radiohead sono la più grande band al mondo e non ci si può aspettare che la stessa decisione degli Animal Collective possa provocare lo stesso terremoto mediatico, perché è una band di nicchia che parla ad una nicchia di ascoltatori. Dato che il mercato musicale si sta strutturando sempre di più nel dare risposte a nicchie di appassionati, il fatto che gli Animal Collective non raggiungano i quotidiani o gli stessi risultati mediatici o economici dei Radiohead è assolutamente naturale. Se domani gli U2 prendessero una decisione simile a quella dei Radiohead, il chiasso intorno alla loro scelta sarebbe assordante. Se i Deerhoof facessero lo stesso, se ne parlerebbe molto in rete e nelle riviste specializzate, ma non raggiungerebbero ovviamente il grande pubblico. Il caso dei Radiohead è importante perché porta all’attenzione generale le alternative all’industria discografica tradizionale – e non solo a quella: al peer to peer e ai negozi online come iTunes. Ci sono ancora dei margini per costruire un futuro diverso per la musica.
Andiamo verso un futuro che farà a meno delle etichette discografiche? Io credo di no. Credo piuttosto che si andrà sempre di più in direzione di una diversificazione del mercato, come già faticosamente si sta cercando di fare. Il modello delle major è ormai sempre più fallimentare: hanno compreso troppo tardi le potenzialità economiche del web e non sono riuscite a leggerete attentamente la realtà mediatica e culturale in cui viviamo. Ma di label – piccole o medie o medio-grandi che siano – ci sarà ancora bisogno. Perché sono dei marchi che danno garanzia all’ascoltatore, che si fondano su un progetto di suono che l’ascoltatore riconosce e premia. La Warp è il valore aggiunto di ogni disco pubblicato da quella label. Un disco pubblicato da Warp trova il suo senso anche dal fatto di essere pubblicato da Warp. E lo stesso vale per molte altre etichette. Potrà capitare anche che degli artisti emergenti possano scegliere di fare a meno di una label, di aprire un sito e usare le stesse strategie dei Radiohead, ma credo che l’etichetta sia un valore aggiunto di cui non si dovrebbe fare a meno. A meno che tu non sia una band come i Radiohead, ovviamente.
E le major? Le major dovranno prendere atto sempre di più che si sopravvive vendendo poche copie di tanti cd, e non tantissime copie di pochi album (è la teoria della coda lunga del mercato). Diversificando non solo in quanto ad album, ma anche a modalità di fruizione della musica. Dando la possibilità a chi vuole scaricare di scaricare, a chi vuole possedere il cd di averlo, magari in una confezione sempre più irripetibile. Insomma, tutto nella scelta dei Radiohead sembra essere destinato a fare scuola.

Una Risposta to “I Radiohead? Senza prezzo”

  1. Era solo una fregatura? « On Repeat Says:

    […] 05Nov07 Non avete la sensazione che qualcuno vi abbia fregati? Se la domanda riguarda il disco dei Radiohead, la risposta personalmente è no. In giro ci si lamenta del fatto che dopo aver dato […]

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