Impressioni sul nuovo di Banhart


Devendra, quello che sto per scrivere fa più male a me che a te.

Non riesco ancora a capacitarmi di un album soporifero, sciapo e dispersivo come Smokey Rolls Down Thunder Canyon. Dopo diversi ascolti motivati dall’esigenza di trovare un senso che all’inizio non riuscivo a cogliere, ho dovuto ammettere a me stesso che stavolta Banhart ha toppato di brutto. Il disco era attesissimo, come sapete. Anticipato in rete da un pezzo rock decisamente bello e ispirato, Seahorse, con coda psichedelica tutto sommato niente male, e che ha fatto parlare (ai tanti che evidentemente hanno ascoltato solo questa traccia e millantato l’ascolto del resto del disco) di un album cantautorale con i piedi ben piantati negli anni Settanta. Ma quando mai?

È duro doverlo ammettere: il ventiseienne texano/venezuelano neyorkese d’adozione sta perdendo colpi. Sembra quasi che stia scialacquando l’enorme talento di cui la natura lo ha dotato, attraverso album che denotano un calo di ispirazione e di motivazioni progressivo. Non sai bene come prenderlo, questo Smokey: se con l’irritazione per uno scherzo poco divertente oppure con una scrollata di spalle, pensando “gli passerà, è una fase”.

L’accoppiata Rejoicing in the Hands/ Nino Rojo di tre anni fa rappresenta una delle vette musicali degli anni zero. Il successivo Cripple Crow del 2005 non era male anche se funestato da un numero troppo alto di riempitivi, frutto di una ispirazione disomogenea, splendido in alcuni suoi momenti e piuttosto prescindibile in altri. Pensi: che ci vuoi fare, Devendra è fatto così, ha una creatività che non riesce a tenere sotto controllo (molti dicono che gli ci vorrebbe un produttore), che viene scaricata in maniera indiscriminata, quasi senza filtro sui suoi dischi. Che durano tanto (con buona pace del recensore di Pitchfork, che crede che l’accusa dell’eccessiva lunghezza dei suoi dischi sia un po’ passé, ai tempi di iTunes) e che rischiano di contenere un po’ di tutto, lungo l’arco che va dalla meraviglia alla cagata pazzesca.

A volte gli dice bene – i dischi siamesi del 2004, che peraltro erano frutto della stessa sessione di registrazione intelligentemente separata in due dischi diversi – altre volte un po’ meno, ma a garantire su tutto finora c’era la sua voce splendida ed una ispirazione in grado di regalare gioielli di una bellezza da togliere il fiato. Stavolta c’è solo la voce, che però mugola senza convinzione.

Questo disco passa ogni limite. Perché ci sono sedici canzoni per un totale di oltre sessantasei minuti, e di tutta questa roba si salvano pochi pezzi decenti, ma non esattamente memorabili. In alcune di queste canzoni decenti (Rosa, o Bad Girl) avverti lo stesso che qualcosa non va, anche se non sai bene spiegarlo (probabilmente dipende dalla fiacchezza generale, da quella mancanza di una vera motivazione dic ui si è detto). Diverso è il discorso di Seahorse, di Freely o della conclusiva My Dearest Friend, che si mantengono su buoni livelli, ma facciamo un po’ i calcoli: sono cinque canzoni su sedici. Certo, uno ci può fare le playlist su iTunes, come insegna il recensore di Pitchfork, ma tutto il resto è prescindibile. E se noi giudichiamo l’album come opera finita e non solo come raccolta casuale di canzoni, il risultato delude. Non è brutto in assoluto, ma piuttosto inutile. C’è il pezzo doo-woop e quello samba, la ballatina sudamericana e il gospel, esercizi di stile che non vanno oltre lo stereotipo di genere. Ma non basta. Parliamo di Lover. Perché un pezzo come Lover, poppettino funkeggiante in Motown style con tanto di coretti in falsetto, perché? Questo disco lo si può ascoltare con irritazione crescente o con benevola indifferenza, con rammarico e perfino con rimpianto. Ma certo non si può dire che sia un buon disco. Almeno, non sarò io a dirlo.

Lo riascolterò di nuovo tra qualche mese. Probabilmente allora penserò che si tratta solo di un album minore, debolissimo, in una discografia altrimenti eccezionale. Ma intanto la delusione è forte. (Se questa non-recensione fosse un voto, direi 5)

2 Risposte to “Impressioni sul nuovo di Banhart”

  1. Massimo Says:

    A me il disco di Devendra e’ sembrato invece ottimo. Tra parentesi l’ho visto live due settimane fa e devo dire che mi ha fatto un’impressione eccellente.

    Max

  2. onrepeat Says:

    uhm, non mi perderei un live di banhart – avendo la possibilità di assistervi – per nulla al mondo. rimane un grandissimo comunque, nonostante secondo me l’ultimo disco rimanga piuttosto deludente. se penso che solo due, tre anni fa pubblicava capolavori in sequenza sbalorditiva, mi viene ancora più tristezza… (come avrai intuito, il mio giudizio sul disco fa più male a me che a lui!😉
    a.

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