Cultura convergente di Henry Jenkins

Dal momento che On Repeat (la trasmissione) ha la nuova dicitura di “contenitore di musica indie e culture pop”, allora anche On Repeat (il blog) inizierà a muoversi di conseguenza. In primo luogo comincerò a postare un po’ di articoli di giornale che inizino a stabilire le coordinate entro cui ci muoveremo. Ecco il primo, uscito qualche settimana fa su E Polis (tranne che in Sardegna) e poi ripreso anche qui, nella versione allungata da blog.

Benvenuti nell’era della cultura convergente, “dove media vecchi e nuovi collidono” e nascono nuove modalità di espressione e di partecipazione. A fare da cicerone a questa nuova era è Henry Jenkins, professore americano autore di uno dei saggi più importanti sulla cultura pop degli ultimi decenni, Cultura convergente appunto, che ci spiega in maniera chiara i cambiamenti culturali in atto, strettamente intrecciati alle innovazioni tecnologiche che stanno rapidamente cambiando lo scenario dei media del nostro tempo.
Per cominciare, un esempio ce lo può fornire Wu Ming, non a caso autore dell’introduzione del saggio di Jenkins appena tradotto in Italia da Apogeo. Manintuana è l’ultimo libro del collettivo ed è un esempio di narrazione transmediale. Non è solo un libro ma darà vita ad altri libri. È anche un sito internet che non è solo una vetrina sul web ma contiene contenuti extra, audio, video che arricchiscono la fruizione del libro, ne espandono le possibilità. Nel sito – ecco un aspetto cruciale – viene anche incentivata la produzione di fan fiction, ovvero di racconti ulteriori scritti dai fan medesimi. Proprio come accaduto spontaneamente con la fan fiction di Star Wars, potentissimo esempio di narrazione transmediale ante-litteram in cui però la produzione dei fan – come racconta Jenkins – viene appena tollerata, con frequenti conflitti che investono temi come la proprietà intellettuale e il diritto degli appassionati di interagire il più possibile con l’oggetto della propria passione culturale.
Ma che cosa è di preciso la cultura convergente? Intanto bisogna sgombrare il campo da un equivoco: non si tratta solo di un processo tecnologico. È vero che (per non fare nomi) l’iPhone può essere considerato il gingillo emblematico della cultura convergente, il dispositivo attraverso cui passano i contenuti più diversi. Sempre più poi capita che le canzoni transitino da un hard disk ad un cellulare ad uno spot, diventino suonerie, vengano vendute online o su cd, passino su Mtv oppure su YouTube. O capita che le sale cinematografiche siano solo una tappa del percorso compiuto dai film, che possono arrivare online, nei telefonini, in tv, essere poi pubblicati su dvd. Ma la collisione di media nuovi e vecchi – questa la tesi di Jenkins – è più un bisogno culturale che esclusivamente un processo tecnologico e di mercato. La tecnologia asseconda un bisogno e contribuisce a diffonderlo e amplificarlo. Sono i fan, gli utenti, i consumatori a voler interagire sempre di più con i contenuti della cultura popolare, di cui quotidianamente ci nutriamo nella forma di canzoni, film, serie televisive, fumetti, libri non riconducibili al modello della “cultura alta”. Nel libro di Jenkins i casi sono molti. Dai ragazzini che creano piccole e grandi comunità online per produrre fan fiction di Harry Potter (scontrandosi con la Warner che vuole tutelare la “proprietà intellettuale”), alle comunità di spoiler che giocano con i reality show come Survivor per anticipare i contenuti della serie prima che sia trasmessa, mettendo in campo capacità investigative notevoli e partecipando al processo in maniera collettiva, alla produzione di film amatoriali sul web fino ovviamente a blog, YouTube e ai casi emblematici di quello che è stato chiamato web 2.0 (un modo sociale e partecipativo di concepire la rete). O a Matrix, narrazione transmediale che si sviluppa lungo tre film, videogiochi, web, fumetti e film d’animazione e che chiede all’appassionato uno sforzo in più di quello che viene richiesto a chi vuole semplicemente andare al cinema. Per convergenza si intende appunto il flusso dei contenuti da un media all’altro. Questo flusso è spinto dai consumatori più attivi che vogliono sempre più informazioni, creare connessioni, intervenire e dire la loro, in nome di quella che viene chiamata “cultura partecipativa”. I nuovi consumatori si fanno sentire. Il modello dello spettatore come ricettore passivo di contenuti sta perdendo sempre più validità. In uno scenario sempre più frammentato, l’impulso che viene dalle nicchie attive sarà fondamentale per la ridefinizione dei contenuti degli stessi media mainstream. “Fino a vent’anni fa – scrive Wu Ming – la grande maggioranza del pubblico era soltando audience e l’unico messaggio che poteva emettere si riduceva ad una scelta binaria: ascolto/non ascolto, consumo/non consumo”. Oggi con i nuovi media si può interagire più in profondità e l’espressione “cultura partecipativa” contrasta con la vecchia nozione di spettatore passivo.

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