Julian Cope, sciamano della Sardegna

Questo è un pezzo uscito sul giornale due anni fa – sembra passata una vita – come resoconto della giornata trascorsa insieme con Julian Cope. La versione da blog è notevolmente ampliata…

Cope, sciamano dell'isola

Cope, sciamano dell'isola pag. 2

A rifletterci dopo uno pensa che è stata una giornata surreale e come minimo irripetibile, perché certo non capita tutti i giorni di fondere insieme rock e archeologia e di accompagnare in giro per le tombe dei giganti un artista come Julian Cope, ormai sempre più di casa qui in Sardegna per via del libro che sta scrivendo sugli antichi monumenti funerari della civiltà nuragica. Uno pensa “surreale” perché in effetti Cope è personaggio eccentrico e straordinario, e poi perché fa un certo effetto pensare che lo sballato freakedelico degli anni ottanta sia diventato un attento e appassionato studioso di megalitismo. Oltre che rocker sempre più radicale, come dimostra il recente doppio Citizen Cain’d, album che svela un lato più aspro e violento del musicista gallese, rispetto – ad esempio – alle delicatezze pop di Fried, album capolavoro del 1984 che abbiamo ascoltato in macchina durante il viaggio per raggiungerlo.

L’incontro è stato fissato per il 23 settembre al pozzo di Santa Cristina, a Paulilatino, insieme anche ai suoi compagni di viaggio, il direttore della Lain e editore italiano di Cope Simone Caltabellota (che annuncia la pubblicazione in gennaio del mitico libro di Julian sul kraut rock) e Thomas Fazi, che ha svolto il ruolo fondamentale di interprete. Saint Julian si presenta all’appuntamento con la sua divisa: jeans grigi aderenti infilati negli stivali neri in pelle, maglietta nera smanicata dei Blue Cheer, giubbottino in pelle con la scritta MC5 («molto rock’n’roll!»), cappello nero da cui spuntano capelli lunghi che sembrano di paglia. Alto e magrissimo, sembra una via di mezzo tra uno sciamano, uno stregone ed un rocker di mezza età. La giornata rispecchia fedelmente questa sventurata estate sarda: un caldo che non dà scampo o tregua che poi scompare per lasciar posto ad un cielo plumbeo e grigio, oscurato dalle nuvole, da cui filtrano pochi deboli raggi di sole. Dopo aver preso qualcosa da bere ed averci illuminato con alcune gemme di Cope-pensiero (tra cui: «Non bisogna mai suonare nei luoghi che non ti piacciono, perché poi rischi di avere successo e di essere costretto a tornare. Io per esempio non ho mai suonato in Germania!») decide che non vuole fermarsi a Santa Cristina, posto bello ma troppo turistico. Non vuole legare la sua immagine ad un luogo dove portano le scolaresche, ed essere identificato come il solito turista inglese che va nei soliti posti indicati dalle guide turistiche. Ci porta in un posto che conosce lui, un luogo più selvaggio e abbandonato, la tomba di Imbertighe vicino a Borore, circondata da sterpaglie e piante secche, sotto un cielo di nuovo privo di nuvole (e la cosa è problematica, non essendoci ombra nell’arco di chilometri). La sosta diventa un’occasione per parlare della sua ossessione per l’isola e del libro che dedicherà alle tombe dei giganti. «Credo che mi ci vorrà un po’ di tempo per scriverlo, perché voglio fare un lavoro accurato. Anzi, ne approfitto per lanciare un appello a chiunque conosca una tomba che secondo lui non è valorizzata nel modo giusto: fatemelo sapere! Voglio vederle tutte prima di scrivere il mio libro!». La prima curiosità che viene in mente, quella più istintiva, è il perché un’artista come lui si voglia dedicare ad un’impresa del genere: «Vorrei dare una visione “da inglese” della Sardegna, anche per convincere i miei connazionali che l’isola offre molto di più delle spiagge». Del resto, Cope era già venuto in Sardegna in giugno, e Caltabellota ci ha raccontato che in quell’occasione hanno incontrato dei turisti inglesi che stavano seguendo gli itinerari megalitici tracciati in “The Megalithic European” (che contiene già un capitolo sulla Sardegna, e pure uno sulla Sicilia), pubblicato dalla sua etichetta Head Heritage. Ma c’è un altro motivo, naturalmente, più in linea con il “personaggio”: «In Sardegna gli dei sono manifesti. Vi sono ancora le prove della convivenza tra uomini e dei, se non altro per la presenza di numerose tombe dei giganti conservate ancora oggi». Ma quando un rocker come Cope ha deciso di dedicarsi a studi del genere, che hanno già partorito una guida ai siti megalitici della Gran Bretagna ed una a quelli di tutta Europa? «Io sono un poeta e un musicista itinerante, e non ho bisogno di un tempio fisso. Il tempio è dove tu decidi di suonare. La mia domanda è: perché è nata l’esigenza di un tempio fisso? Secondo me non ce ne dovrebbe essere bisogno». Il motivo va rintracciato in una visione panteista della religione: «penso che la nascita del tempio come luogo fisso di culto simboleggi l’inizio della civiltà, intesa come tendenza dell’uomo di “alienarsi” dalla natura, di perdere il contatto con essa». Si sottraggono gli dei alla natura e si confinano nei templi, quindi? «Si. Uno storico romano ad esempio ammirava i germani perché non rinchiudevano gli dei nei templi, ma li lasciavano correre nei boschi». Durante il recente concerto tenuto ad Urbino, Cope prima di suonare si è soffermato a lungo sulla Sardegna e in particolare su Fonni, quindi gli chiediamo se sia il posto che preferisce dell’Isola: «Diciamo che amo molto i luoghi più interni, meno facili da raggiungere, come Fonni appunto, o la Barbagia». Peraltro, durante quel controverso concerto si è inciso la pancia come non faceva più da tanto tempo… Ma durante il servizio fotografico, ci si rende conto di quanto Cope in fondo abbia mantenuto certi aspetti del passato, come una maniacale attenzione per la rappresentazione di sé, per il look e il suo “personaggio”, con cui si identifica totalmente. La stessa ossessione di cui si può leggere nella splendida autobiografia pubblicata da Lain qualche mese fa, Head On/ Repossessed in cui racconta, ad esempio, della conservazione maniacale del suo pallore, o dei capelli che per essere modellati perfettamente non conoscevano lavaggi per mesi… Ad un certo punto, la fotografa gli chiede di togliersi il giubbotto e di metterselo sulla spalla, in una posa “casual”. Cope risponde: «Oh, ma questo non sono io!». Prende il giubbotto e lo butta per terra con gesto teatrale: «Ecco, questo sono io!».

Si decide di andare a pranzo, e c’è anche il tempo per l’annuncio del nuovo album, Dark Orgasm, il secondo nel giro di pochi mesi. Uscirà a novembre per i tipi della Lain (poi non è uscito, n.b.), e non si discosterà dalle sonorità crude e selvagge di Citizen Cain’d di qualche mese fa, perché «il rock’n’roll deve essere squilibrato! E poi più tempo passa e più mi sento un barbaro! Oltre che un idiota e un eretico!». Cope a pranzo ci mostra orgoglioso il logo che farà parte della cover dell’album. Rappresenta la croce di San Pietro capovolta (“il santo protettore dei rocker!») e i quattro mori bendati, simbolo della bandiera sarda… «Mi piace molto l’idea del dio con le mani legate, rimanda all’idea di caos sotto controllo. Il ruolo dell’artista è proprio quello di liberare questa energia. L’artista è come un fuorilegge: deve conoscere la legge per infrangerla!». L’album si chiamerà “orgasmo oscuro” e suonerà come una difesa accorata della donna in tempi in cui il suo ruolo «viene schiacciato dal califfato di Bush, Blair e degli ayatholla. Per questo bisogna stare attenti, lottare. Io sono un poeta e lotto per la mia musa!». Gli ayatholla d’accordo, ma Bush e Blair com’è che schiacciano la donna? «Hanno assunto il ruolo di difensori di una cristianità semplicistica, grottesca, che tende ad emarginare le donne come pure gli omosessuali. Bisogna combattere contro un’idea di cristianità così riduttiva». Ma poi con Julian è inevitabile mescolare più piani del discorso, ed il rock diventa uno spunto per delle comparazioni con il mito. Già, perché avanziamo l’idea del rock come moderna mitologia, in cui vale quello che il grande studioso Karl Kerenyi individuava come “vita nel mito”, cioè il riviver del passato, l’identificazione mitica, la citazione. Citizen Cain’d può essere una trasposizione nel rock di questa idea, con le chitarre di Stooges o Lou Reed “rubate” e inserite in canzoni nuove? «Si, si! Oggi si tende a giudicare i poeti solo in base all’originalità, ma un tempo un poeta rendeva omaggio alla tradizione del passato e su quella base aggiungeva la sua originalità, il suo tocco. È quello che cerco di fare io con la mia musica». Quindi anche il nuovo album si baserà sullo stesso principio? «Si, ma avrà ancora più clichè del precedente, ci sarà più cleptomania culturale!» Autori saccheggiati? «Credo che si debba sempre rubare a Iggy, a Jim Morrison, MC5, Blue Cheer. Questa volta anche ad Alice Cooper, anche se l’avevo già saccheggiato in passato!». Cope ordina un’insalata gigantesca con sole verdure e pomodori, da bere solo acqua nonostante la sua passione dichiarata per la birra Ichnusa, e ci parla del film a cui sta lavorando nella casa di D.H. Lawrence, autore dell’unico libro sulla Sardegna scritto da un inglese che gli piaccia davvero: «Il film si chiamerà 131, come la statale, e racconta la storia di una ragazza che non vuole essere più sarda ma napoletana (ma perché?! N.d.a.); e di un rocker inglese che è stato in Sardegna per Italia ’90 ed è rimasto così rapito che decide di farvi ritorno per morire. La ragazza e il rocker si incontreranno nella 131 e faranno un viaggio che li cambierà profondamente». Anche Cope ha deciso di venire in Sardegna a morire? «Certo, la storia potrebbe essere in un certo senso autobiografica, però sono troppo furbo per fare la fine di quel rocker!». A proposito: Cope è vegetariano, e ci spiega anche perché è così accorto in fatto di cibo: «Credo che tutto dipenda dai miei trascorsi punk a Liverpool. Allora girare vestito da punk poteva essere pericoloso, e quindi dovevi stare sempre attento. Io viaggio molto, e siccome non posso mangiare qualsiasi cosa ho sviluppato questa attenzione molto forte verso il cibo. Sto sempre in allerta!».

Dopo pranzo decidiamo di andare a visitare il bellissimo complesso archeologico di Pranu Muttedu, a Goni, che dista parecchi chilometri e necessita di due ore di viaggio in automobile. Lì si trovano tombe a circolo bellissime e uniche nel loro genere, e numerosi menhir. Ma oltre alla bellezza del luogo questa visita sarà memorabile anche perché abbiamo la fortuna di assistere ad una accorata disputa dottrinale (!) tra la guida, che considera il megalitismo una civiltà del mediterraneo, e Julian che invece accenna a delle scoperte fatte in Irlanda che attestano tracce di questa civiltà risalenti al 7000 a.C. Cope è felicissimo della scoperta di questo parco («ecco perché la Sardegna è così speciale! Ci sono posti come questi e non finisci mai di scoprirne di nuovi!»), scatta numerose foto e si siede per scrivere degli appunti. L’atmosfera ieratica e raccolta del luogo, quando il sole sta per tramontare, induce l’artista a compiere altre riflessioni, e avanza delle suggestive corrispondenze tra rock e mito. In realtà sollecitate da cronista e compagni di viaggio, dal momento che lui avrebbe voglia solo di sedersi e continuare a scrivere i suoi appunti… «Il culto dell’idolo nel rock’n’roll è cominciato con personaggi come Elvis, Jerry Lee Lewis, Little Richard. Sono loro che inventano lo showman come sciamano, persone che creano intorno a sé un seguito fortissimo che però si bruciano molto in fretta». Ma che c’azzecca con le tombe dei giganti? «Gli dei prima del monoteismo venivano consumati in fretta, erano dei a vita ciclica, li usavi perché ti dessero l’energia e poi li spazzavi via. Poi ne veniva un altro, ed era un ciclo continuo. Il rock’n’roll si ispira anch’esso a questo ciclo, nel senso che orde di fan scatenati presi da una furia quasi religiosa si nutrono dell’energia di questi personaggi. Poi però li buttano via quando si stancano di loro, e passano al successivo». E Cope ha vissuto questo ciclo? «Io sono morto molte volte, ma ho avuto la capacità di reincarnarmi. Sicuramente mi ha aiutato il fatto che sono riuscito sempre a ritagliarmi il mio spazio, non ho mai avuto quelle folle oceaniche, distruttive, che avevano invece personaggi come Elvis. Più la folla è grande, più la folla è invasata, più ti getterà via quando è stanca di te. E più dipendi da quella folla. Ho sempre mantenuto un certo distacco dai miei fans, per cui sono riuscito a rigenerarmi molte volte. Forse non me lo merito, rimane il fatto che sto qua, sono vivo!». Il sole è tramontato ed è ora dei saluti. Usciamo fuori dal parco mentre Julian si attarda per le ultime impressioni. Termina così una giornata, come si diceva, surreale e irripetibile. (Pubblicato ne Il Sardegna, 25 settembre 2005. Andrea Tramonte)

Una Risposta to “Julian Cope, sciamano della Sardegna”

  1. Un gigante tra i Giganti | JustAman Says:

    […] vorrebbero dare un’accezione buona al termine [↩]consiglio fortemente la lettura di questo articolo di Andrea Tramonte, dove si racconta di una giornata con Cope tra una tomba di giganti e l’altra [↩]vedi […]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: