Come ho fatto a vivere senza questa roba


Dopo aver ascoltato l’ennesimo cantautore folk pallidino e smunto con la barba lunga e l’aria triste, dopo aver ascoltato l’ennesima band indie pop con melodie graziose e gentili, dopo aver ascoltato l’ennesima band che suona lento e cadenzato perché porta addosso il peso di un male di vivere incalcolabile, dopo aver ballicchiato con una qualche band che oggidì mischia rock e dance come se piovesse, ecco, dopo tutto questo (che amo e continuo ad amare), ho ascoltato Hypermagic Mountain dei Lightning Bolt. E mi sono chiesto: ma come ho fatto a vivere finora senza questa roba?
Torniamo indietro di un’ora. Ho aperto la cartella con gli emmepitrè di questo disco, e l’intenzione di ascoltare l’album rigorosamente, dall’inizio alla fine. Da tempo mi ripromettevo di farlo e finora non lo avevo mai fatto, se non un assaggio veloce e fugace skippando velocemente tra le tracce per poter escludere cosa non fosse (no, non è folk, non è americana, non è pop ecc ecc) e per poter stabilire sommariamente di cosa si trattasse (è roba rumorosa).
Proprio così, è roba rumorosa e incredibilmente tirata. E forse è stato uno degli ascolti più devastanti che abbia mai fatto – eppure devo dire che ascolti devastanti – moralmente, emotivamente, fisicamente, cerebralmente – ne ho fatti parecchi. Come già scrivevo da qualche parte in questo post, la musica deve anche farti male (anche se non parlo della malinconia facile facile in cui si può indugiare, penso a musica che ti mette realmente a disagio in modi diversi).
Tanto per dire, una volta mi è capitato di ascoltare un disco composto da un’unica traccia di 45 minuti circa, che per i primi diciassette minuti era basata sulla reiterazione anfetaminica e monomaniacale di due accordi di chitarra suonati alla velocità della luce, con una base di batteria krauto-grindcore pesissima – una via di mezzo lancinante di minimalismo, grindcore e avant-metal, con qualcosa del chitarrismo masturbatorio di Malmsteem ricondotto ad una forma di rigore, di controllo e di asciuttezza (di sobrietà? insomma) avanguardistica. Gli Orthrlem erano (anzi: sono) evidentemente due nerd psicopatici, dei serial killer potenziali che riversano le loro psicosi più profonde sottoponendo l’ascoltatore a sevizie sonore tali da aver voglia di spararsi subito per non avere più a che fare con loro e con la loro musica vessatoria. Il fatto che concettualmente quel disco sia geniale, non toglie che sia un tour de force da fare una, al più due volte nella vita se siete particolarmente temerari. Guardate questo video: per quanto sia piuttosto fedele al disco, non rende assolutamente l’idea della ripetitività mostruosa dei primi diciassette minuti. E io amo la ripetizione, credo sia un retaggio dei miei ascolti dance giovanili. Ad un certo punto ero fermo, completamente assorto nell’ascolto, concentrato, teso, già un po’ stanco, ma poi ho avuto come una rivelazione. Mi sono avvicinato a vedere il minutaggio e ho detto con costernazione, quasi con spavento, impallidendo: “ma sono passati solo sette minuti?!”. C’erano ancora trentotto minuti circa da macinare. Roba che ti auguri che finisca prima possibile, che passi in fretta, perché anche se ti sei imposto di ascoltarla fino alla fine pensi che in fondo non sia necessario soffrire in quel modo, solo perché devi arrivare fino alla fine (ad esempio: chi ha mai ascoltato fino alla fine Metal Music Machine di Lou Reed? Io di sicuro no). Del resto potrei fare anche la parte dell’avanguardista serio e dire che comunque l’ascolto del disco merita assolutamente (ed è vero). Questo per liquidare la faccenda: ascolti devastanti in vita mia ne ho fatto eccome.
Eppure ‘sti Lightining Bolt mi hanno colpito duramente allo stomaco e al basso ventre. È roba di una intensità che non ti lascia rifiatare, qualcosa che avverti come rock ma è molto più ipercinetico e allucinante. È un magma compresso e ribollente di hardcore, noise, metal, grindcore, è tutto questo insieme e anche di più. Ho letto qualcosa anche sulle loro esibizioni live, se non ricordo male suonano in mezzo al pubblico, tra la gente e se suoni roba del genere è evidente che tutti rischiano di farsi molto, molto male fisicamente (durante una intervista Brian Gibson ha detto: “Sì, devo ammettere che talvolta durante i nostri show schizza un po’ di sangue, ma alla fine intorno a noi ci sono solo facce sorridenti e sudate”). Sono sempre favorevole a farmi coinvolgere dalle aberrazioni musicali, qualcosa che sappia scuotermi per potenza e crudeltà, e ora che ho sollevato la testa dalla musica e mi sono tolto le cuffie (e mi sento come se fosse appena finito un concerto di due ore, ascoltato vicino alle casse: non era che il disco ascoltato a volume medio), penso che i Lightning Bolt siano la band rock-nonrock più potente del pianeta.
In questo momento non riesco ad ascoltare altro. Le mie orecchie sono ricolme, sature del rumore che esce fuori dalle cuffie. Non potrei ascoltare nient’altro, e non potrei non ascoltare ancora questa roba. Come se le mie orecchie, foderate ormai dall’incredibile muro di questo suono, avessero come una specie di horror vacui, come se per riabituarsi al silenzio (o al non avere questa band a premere sui timpani) avessero bisogno di una qualche forma di rieducazione. Ascoltateli, o al massimo fatevi un po’ un giro tra i video raccattati su YouTube e fatevi un’idea.
Per gli ascoltatori di On Repeat, non preoccupatevi: è roba che non metterò nemmeno per sbaglio.

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