Dove (non) c’è musica. Il problema dei concerti e dei locali a Cagliari

La notizia di qualche giorno fa è che l’Extra ha chiuso. L’Extra era il locale che aveva preso il posto del vecchio Transilvania e non ha retto il peso dei troppi debiti accumulati, specialmente per via dell’elevato costo di affitto del locale. Senza entrare nel merito di cifre, scelte sbagliate e di pregi e limiti del locale, emerge però un dato che è abbastanza univoco: Cagliari a conti fatti non ha un locale dove far suonare le band con continuità. È un problema con cui musicisti, etichette, promoters e appassionati devono confrontarsi da tempo – e in fondo l’Extra spostava il problema di poco. I locali che ci sono, come il Titty Twister di Selargius, fanno una proposta molto legata alla scena punk, hardcore, gothic, e quindi necessariamente rivolta a nicchie specifiche. Lo stesso vale sostanzialmente anche per il Fabrik. Del resto basta scambiare due chiacchiere con un promoter a caso per avere l’idea di cosa significa lavorare con una città come Cagliari. Fissare una data di un artista non esattamente inquadrabile entro certi generi di larga diffusione, a Nuoro o a Sassari è facile, diventa complicato farlo nel capoluogo, nella città più popolata della Sardegna, quella che dovrebbe costituire anche il centro culturale dell’isola, con i maggiori fermenti musicali. “Penso che sia singolare che ancora oggi Cagliari non abbia un vero e proprio spazio da dedicare alla musica dal vivo, alla cosiddetta scena underground, che è un fenomeno consistente ed in continua ascesa, come testimoniato dagli eventi portati avanti da singole organizzazioni – sostiene Luca Zoccheddu, patron della Zahr records. In effetti è proprio questa disparità, a colpire. Una “scena” che riesce a produrre artisti nuovi, bravi, all’interno di un fermento generale che ottiene consensi anche in Italia, ma che non riesce a trovare riscontro in un numero adeguato di locali dove suonare. Del resto, anche se non ci fosse il fermento, rimarrebbe il fatto che una città come Cagliari non riesce a dotarsi di spazi adatti e a fare una programmazione in grado di avvicinarla a realtà italiane più vitali. “È un vero peccato che Cagliari non riesca a entrare nei circuiti degli eventi interessanti, tolte le poche manifestazioni (tra l’altro ben fatte) che però sono concentrate nel periodo estivo”, dice Martino Zedda di Italia Wave e Sardiniasound. Fabio Cerina dei Plasma Expander la mette così: “A Senigallia (più piccola di Cagliari) ci sono almeno 3-4 locali dove si può suonare musica indipendente. Mi chiedo perché qui non si riesca a fare una cosa simile. Non dico tre o quattro locali, almeno uno. Che poi i locali ci sarebbero anche, ma non spiccano per scelte dirette a far crescere un contesto culturale. Ultimamente il Grillo Parlante ci prova, anche se è molto piccolo”. Secondo Davide Catinari di Vox Day, il problema ce lo portiamo dietro da anni, e a questo punto “sarebbe produttivo avviare un discorso di professionalizzazione su ciò che ruota intorno alla musica, per migliorare le condizioni di fruizione e di produzione della stessa. Cagliari ha il commercio nel Dna e credo che un discorso come quello sugli spazi possa essere meglio recepito se posto in termini pragmatici piuttosto che artistici. La comprensione del fatto che avere più spazi per la musica significhi avere più ricchezza è una realtà che va comunque al di là del mero aspetto economico”. Una soluzione prova a indicarla anche Zoccheddu: “Ci vorrebbe una presa di coscienza delle istituzioni, data la rilevanza sociale del fenomeno della musica indipendente. Ci vorrebbe una collaborazione tra istituzioni, associazioni e privati, prendendo ad esempio anche più piccole realtà peninsulari, dove i centri culturali vengono dati in gestione, o cogestione a piccole realtà associative e a privati”. Pubblicato oggi ne Il Sardegna

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