Sabato su On Repeat speciale post punk!

Dato che il live dei Love Boat previsto per sabato è saltato per un imprevisto, mi sono trovato un po’ a corto di alternative. Poi mentre ascoltavo i favolosi Young Marble Giants mi è venuta come una specie di illuminazione: ma io non dovevo fare uno speciale sul post punk da un sacco di tempo? Era più meno il periodo intorno alla decima puntata di On Repeat, o giù di lì. C’era anche il flyer già pronto, sprovvisto solo di una data (infatti c’è ancora il vecchio logo, come potete osservare qui sotto: l’autore è Davide). Beh, sabato quindi finalmente si colma una lacuna. Puntata speciale dedicata alla stagione musicale più eccitante della storia del “rock” – e qui siamo assolutamente d’accordo con Simon Reynolds, l’autore della bibbia laica sul post punk di cui ho scritto (con intervista mia all’autore) in questo articolo. Quindi: venerdì alle 17 live di Sinigallia, e poi normale appuntamento con On Repeat sabato alle 18:05 circa su Radio Press, in diretta e anche in streaming.

4 Risposte to “Sabato su On Repeat speciale post punk!”

  1. Renzo Says:

    Ciao, ascolterò il programma con molto interesse e curiosità… Ecco su cosa avrei potuto collaborare… Con trasmissioni a carattere storico. Io aggiungerei anche il periodo che va dal 65 al 69 e son convinto che Simon Reynolds concorderebbe. Grazie in anticipo Ciao Renzo

  2. corrado zedda Says:

    Ciao Andrea
    Era giusto per concludere quanto dicevo ieri a On Repeat, visto che non posso certo monopolizzare gli spazi di una diretta su questioni comunque secondarie.
    Si, il ’68 e il ’78… Sono due epoche e due sistemi anche di pensieri e valori che sovrappongono: i “pelosi” e i post moderni, come li definivamo negli ani ’80.
    Essere scissi a metà negli anni della tua adolescenza e formazione è veramente dura da sopportare, specialmente in ambienti piccoli e provinciali come Cagliari.
    Con Marco Mancini e altri amici suonavamo e consumavamo i dischideiJoy Division e dei Cure (Shadow play, Killing an arab, ecc.), occasionalmente spuntavano spolverini grigi e ciuffi londinesi.
    Ma c’era anche l’altro versante: il fascino sempre eterno di Neil Young e altri che per certi amici rappresentavano un’eresia, o un vecchio ciarpame, comunque roba di cui vergognarsi.
    Alla Bande Dessinée discutevamo spesso con Mario Rivelli (oggi Otto Gabos) e altri amici radicali sulle posizioni new wave e no wave dei nostri ascolti reciproci e ricordo, da parte loro, una grande competenza su quei settori specifici ma una profonda ignoranza sul resto della musica (poi in effetti Otto ha allargato molto i suoi orizzonti).
    Non riuscivo a capire perché non si potesse avere la stessa attitudine o sensibilità di emozionarsi per Gram Parsons (che vita la sua!) o Neil Young allo stesso modo che per i Devo (che poi suonavano con Neil Young!) o i Pere Ubu.
    Poi c’erano gli altri amici, quelli cantautorali, come Michele Medda, anche lui diventato poi famoso come creatore di Nathan Never. Per lui la musica si era fermata a Bob Dylan e tutte le avanguardie punk e post punk era ciarpame poco serio, che non meritava neanche un ascolto superficiale.
    Era dura vivere in bilico fra questi 2 mondi e ti assicuro che quando hai 14 – 16 anni tutto questo può influire sulle amicizie, sulle modalità di formazione di un gruppo in cui suonare, ecc.
    68 e 78 per me hanno la stessa identica importanza. Ciclicamente influenzano i gusti dei ragazzi: negli anni 90 con l’esplosione del grunge nessuno si filava minimamente gruppi che oggi sono diventati padri putativi per molto di ciò che si sente in giro. Oggi le chitarrone di cui parlavi recentemente fanno fatica a essere accettate e ascoltate.
    Sono corsi e ricorsi, a me sembra di essere tornati alla metà defli anni 80, come atmosfere e come movimento di radio, giornali, opinioni. Non mi dispiace, per niente. Sono forse abituato, per il mio mestiere, a storicizzare le cose, ma poi alla fine ascolto le cose che mi piacciono senza pregiudizi o gabbie mentali. Che a 40 anni è una piccola conquista.
    Ti inserisco di seguito un brano da un racconto che sto pubblicando in progress sul mio My Space, parla di Cagliari, i Diaframma e gli anni 80. Poche righe, magari le trovi divertenti.
    Per una biografia delle mie pubblicazioni pian piano sto mettendo tutto su My Space.
    Un cordialissimo saluto e complimenti, la tua trasmissione è proprio bella!
    Corrado Zedda, Cagliari
    DA “VIAGGIO NELLA TERRA DI MORDOR”
    7
    Io, Cagliari e i Diaframma

    Rosa mi prende sempre in giro perché ascolto i Diaframma, probabilmente il mio gruppo italiano preferito, forse uno dei più scalcinati.
    Il fatto è che per me sono come “Alan Ford”: un ricordo che mi porto dietro da sempre e che continuo a coltivare. A prescindere dalla qualità di Federico Fiumani e delle sue canzoni. So benissimo che certe cose fanno davvero cacciare ma altre sono bellissime e commoventi.
    Sono la mia memoria Storica. C’è dentro tutta la mia vita.
    Li ascolto dal 1981, avevo 15 anni. Il mio primo incontro non solo con la loro musica ma faccia a faccia, risale invece al dicembre 1985, quando vennero per la prima volta a Cagliari, in un freddissimo teatro tenda, per presentare Siberia e le canzoni che stavano per pubblicare sull’EP Amsterdam.
    Allora avevo 18 anni e una grande curiosità. Ricordo che il concerto dei Diaframma era per la città l’evento del momento. Tutti i più illustri rappresentanti della cosiddetta “scena” cagliaritana erano presenti; vivevamo in pieno il periodo dark, quello dei vestiti neri, degli sguardi truci, di eteree figure dal viso pallido e distante, che camminavano quasi sollevate qualche spanna più in alto, rispetto ai comuni mortali.

    “Le ragazze dell’epoca erano bellissime. Dark, claustrofobiche dallo sguardo distante. Erano inavvicinabili e il treno che io potevo prendere ogni mattina per avvicinarmi a loro era lo scrivere canzoni che le ricordassero. Fiero com’ero di avere la testa fra le nuvole per avvicinarmi a loro”.

    Queste parole di Federico mi hanno sempre colpito. Anche commosso. Mi ricordano com’ero, qual era il mondo che attraversavamo, le sue distinzioni, il modo per trovare una propria identità. Eravamo degli snob? Forse. Meglio snob che indifferenti a ogni cosa, il rischio era quello.
    Fra tutti si distinguevano, allora, i più snob, gli “artisti”: poeti, pittori, fumettari “valvolinici” e “frigidarici” (termini, questi ultimi, che saranno probabilmente intesi maggiormente da chi quegli anni li visse; potrei sintetizzare il concetto con un termine: “post moderni”). Io ne conoscevo e frequentavo parecchi, anche se credo di non essermi mai assimilato a loro, mi parevano già allora piuttosto limitati e provinciali, nonostante il loro inseguire tutte le tendenze del momento o, forse, provinciali mi parevano proprio per quello.
    Non vestivo di nero. Ascoltavo Cure, Tuxedomoon, Christian Death ma anche Neil Young, Dream Syndicate, Television, Stooges, Violent Femmes, peccati gravissimi, secondo un certo tipo di persone…
    Mario, un mio amico di allora, oggi trapiantato a Bologna e divenuto un famoso autore di fumetti e illustrazioni di avanguardia, mi raggiunse sotto il palco e non perse tempo nel mettermi a parte delle ultime tendenze della “scena” (sempre più detesto questo termine): “Oh Corrado, lascia perdere i Diaframma, che sono già passati… Molto meglio i ragazzi che aprono il concerto: Joe Perrino & the Mellowtones…”. Nonostante avesse parlato con l’evidente snobismo e l’aria di sufficienza, tipici dei post moderni dell’epoca, Mario aveva in parte ragione: il concerto di Joe Perrino era stato effettivamente un bello spettacolo, anche se decisamente agli antipodi con la poetica diaframmatica.
    I Diaframma furono grandi, quella sera. Ho il ricordo ancora vivissimo di un concerto dai ritmi serrati e permeato da un grande calore, col numeroso pubblico in sintonia con quanto accadeva sul palco. La sezione ritmica era ancora quella dei fratelli Cicchi e Miro stava cominciando a trovarsi sempre meglio con le linee melodiche e i testi di Federico, il quale da parte sua dominava la scena anche restando in secondo piano.
    Certo, la tecnica era ancora piuttosto rudimentale, grezza e asciutta, ma le “emozioni di un’ora” (tanto durò il concerto) furono comunque indimenticabili. Suonarono praticamente tutto Siberia, con alcune puntate nel repertorio precedente. Le novità erano rappresentate dai nuovissimi pezzi: Elena e Ultimo boulevard, che lasciavano intravedere una interessante apertura verso una melodia più serena e lirica.
    Lasciammo il teatro tenda, io, mio fratello e altri amici, col fumo caldo che usciva dalle bocche a contatto col gelo e la sensazione di aver assistito a qualcosa di veramente importante, all’esibizione di un gruppo che sarebbe rimasto, al di sopra delle mode del momento e dell’effimero (quanti di quei post moderni rividi al concerto del 1987?).
    Soprattutto mi rimasero impresse la figura e la personalità di Federico, decisamente sopra la media di quanto si vedeva nel panorama della musica indipendente degli anni ’80. Ricordo che poco tempo prima ero stato al concerto dei Litfiba. Mi erano sembrati una band validissima dal punto di vista musicale e delle idee, il cantante, però, quel Piero Pelù, mi era sembrato da subito assai artificioso, per non dire finto… Mi sarò sbagliato?
    Da quel giorno l’ammirazione e il rispetto per Federico non sono mai venuti meno, neanche quando, in più di un’occasione, purtroppo, pubblicava dischi brutti o addirittura bruttissimi: nonostante i risultati mediocri si vedeva sempre l’uomo dietro, con tutti i suoi vizi e con tutte le sue virtù.
    Penso che la credibilità non abbia prezzo e Federico mi pare che ne abbia da vendere, come il coraggio del resto.
    Solo dopo diversi anni scoprii, acquistando Live and Unreleased, che due canzoni di quella serata di grazia cagliaritana erano state inserite nella scaletta del disco. Quando si dice il destino.

    8
    Vite precedenti

    A quel tempo registravo un disco
    Che doveva intitolarsi “Falso Amore”
    E frequentavo gente che
    Oggi non mi va nemmeno di nominare
    E mi ingozzavo di concerti
    E vagheggiavo un esorcismo
    Volare via di qui

    Per parlare di quegli anni dovrei parlare di Giorgio, Andrea, Stefano, Massimo. Gente che non mi andrebbe nemmeno di nominare. La mia vita precedente a quell’altra che ha lasciato il posto all’attuale.
    Dieci anni di vita cagliaritana.
    Dalla confusa ricerca di un’identità alla laurea e al Dottorato.
    Dai viaggi a Barcellona ai primi congressi scientifici.
    Dalla “Bande Dessinée” e le serate al “Circolo” di Via Piccioni, quasi dei carbonari, fino a “Little Nemo”.
    Da “Radio Sintony”, con le interviste ai gruppi underground, ai circoli artistici di “Thelema”, Mazzarelli e le menate sull’arte valore per pochi.
    Dalle speranze dei “Jack & the Rippers”, passando per il bruciante fervore creativo degli “Invited to dance” fino alle delusioni dei “Mind the gap”.
    Da Katia ad Andreina. Da Valentina a Maria Antonietta. Fino a Giovanna e Daniela.
    Non so più quante vite ho avuto. Almeno sette, come i gatti. Quante identità. Non ricordo se sono stato mai veramente me stesso in quegli anni. O forse erano le tante anime di Corrado che cercavano un terreno comune in cui incontrarsi e trovare la pace.
    Dieci anni di idee, fervore, studio, sentimenti. Bruciati rapidamente. Anni luce.
    Eppure non è trascorso tanto o forse a me sembra così. C’è sempre l’ombra della mia percezione che si insinua tra i ricordi. E i Diaframma quale scricchiolante e acida colonna sonora.
    Forse ci dovrei scrivere sopra un libro. Rosa me lo dice sempre.
    I Diaframma. Fu un concerto teso e sotto tono, quello dell’88. Miro e Federico apparivano distanti fra loro, quasi non si parlavano. C’era stata l’ennesima rivoluzione nell’organico e ad attenderli un pubblico scarso e poco appassionato, che stava rapidamente disamorandosi dei Diaframma e di tutto quello che avevano rappresentato per una breve stagione musicale a livello collettivo. Ci fu ancora qualche sprazzo, che si spense di lì a poco. Un mondo sorto in modo prorompente e velocemente tramontato. Non per tutti, però.

    9
    Primo Epilogo

    La solitudine è
    Stile di vita per me
    Quando mi stanco
    Di chi mi giudica
    Un cantante fra le nuvole
    Allora succede
    Che torna la nausea
    Salgo sulla bicicletta ed osservo
    Passare il mondo
    In chiave estatica

    Io alla bicicletta, vuoi anche perché una bici non ce l’ho, preferisco le lunghe passeggiate, magari sulla spiaggia del Poetto, da solo e in chiave estatica.
    Ne ho fatte centinaia in quegli anni.
    Assemini 1988 è stato l’epilogo di tutto un mondo. Una vita fa. Senza la mia percezione che deforma e altera i tempi cronologici. Una vita fa. Davvero.
    Giorgio e gli altri si avviavano per una strada loro, che non prevedeva la mia presenza.
    I relitti vanno abbandonati sul posto.
    Quel momento marcò un distacco, fu un vero e proprio spartiacque fra le persone e le loro scelte. Fra chi vuoi portarti dietro nel tuo viaggio e chi vuoi fare sbarcare. O abbandonare.
    I relitti vanno abbandonati sul posto.
    Le cose erano proseguite per inerzia ancora alcuni anni. Qualche rada uscita, qualche incontro fugace, poco desiderato. Molto imbarazzo da entrambe le parti. Incredibile quanto tempo ci voglia, delle volte, per troncare con qualcuno.
    Nel frattempo avevo fatto in tempo a rompere con Andreina, proseguire i miei studi e laurearmi, con grande successo e soddisfazione, in Storia Medioevale.
    La mia relazione con Valentina, sicuramente, dovette irritare Giorgio e gli altri, da una parte, Elena Castelli dall’altra: per una ragione o per l’altra erano tutti legati a Valentina e vederci insieme proprio nel momento in cui loro mi stavano sgregando (calzantissimo termine cagliaritano) proprio non andava loro giù.

    Ti conoscono e ti amano da tanto tempo
    Da tanto tempo prima di me
    Lode ai tuoi amici

    Mi fecero una pessima pubblicità con lei. Durò poco, alcuni mesi. L’estate del 1993.
    Da almeno due anni non frequentavo più Giorgio. Stefano era diventato un oggetto perso nelle nebbie dei locali cagliaritani. Massimo e Andrea si erano trasferiti alcuni anni a Correggio, con la famiglia. Il nostro rapporto era sopravvissuto per quel motivo. Tornarono proprio nel ’93. Di lì a un anno sarebbero scomparsi anche loro nelle nebbie cagliaritane, con tutto il mio vecchio mondo.
    E cominciavo allora ad avvertire la diversità, ad essere visto come una specie di buzzurro, un disperato, legato a un mondo scomodo, senza compromessi. E la musica era forse la manifestazione più visibile. Una rappresentazione simbolica delle persone. Come i vestiti. Come il lavoro: avvocati, ingegneri, medici, contro insegnanti precari.
    Una Cagliari spietatamente classista, che isola chi deve essere isolato. Lo condanna ad essere escluso dai quartieri alti. Tanto non ti facciamo entrare. Non sei uno di noi.
    Affanculo tutti allora. Almeno potrò dirlo, una volta, se il mio destino è stato già segnato.
    Sei già stato segnato. Non esisti più. Ora sei un oggetto fuori dal tempo, fuori dal gruppo, fuori dal pensiero dominante. Non omologabile. In ogni caso fuori: un estraneo scomodo e orgoglioso, che preferisce dire le cose come stanno, avere il coraggio dei propri sentimenti.
    Troppo per Cagliari.
    Incomincia il viaggio. Nella pioggia, nel vento. Alla ricerca.

  3. onrepeat Says:

    il fatto è che io ho vissuto il post punk a posteriori, come scoperta legata a tutta una serie di cose. ad esempio, è stato grazie a frigidaire e alla mia passione per il fumetto italiano di quegli anni che ho cercato le prime cose dei pere ubu, dei suicide, dei devo. parallelamente alla voglia di allargare i miei orizzonti musicali e andare oltre il grunge e oltre il rock, magari anche solo grazie a qualche nome che riuscivo a carpire in modo obliquo (non avevo ancora internet e in un vecchio libretto sul grunge si parlava dei joy division nella scheda di un gruppo, mi sono incuriosito, ho ascoltato closer ed è diventato uno dei dischi della mia vita). quindi mi sono immerso in maniera molto complessa nell’estetica musicale (e non solo) di quel periodo. non ho mai vissuto invece gli anni sessanta in un modo simile. quindi emotivamente non posso che essere legato a quel periodo. ma poi non è solo questo. è che molte delle cose che ascolto affondano le loro radici lì…
    p.s. qual è il tuo space?

  4. corrado zedda Says:

    Siccome non ho ancora capito come approcciare meglio My Space, quindi è tutto un cantiere provvisorio (dove parlo molto di medievistica e non so a quanti possa interessare…) puoi entrarci scrivendo corrado zedda sul menu cerca, entri e trovi un po’ di casino, ma nelle prossime settimane – mesi, come imparo a navigarci, inserirò musiche (concerti inediti registrati da me degli ultimi 20 anni), foto (con delle chicche anni 80) e racconti. Vedi un po’ se ci trovi qualcosa di interessante, ma ti consiglio di aspettare qualche settimana… Corrado

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