Un po’ di pezzi che sentirete su On Repeat

Seguire i miei ascolti di questo periodo significa cercare le tracce di sbalzi d’umore, idiosincrasie, piccole ossessioni. Per dire, capita che ascolti anche dieci quindici volte di seguito la stessa canzone. Ci sono album che non so assolutamente come vanno avanti dopo – per esempio – la quinta, la terza, la settima canzone. Una costante di questi mesi però riguarda una certa propensione al ritmo e al pezzo accattivante. Non ci posso fare proprio niente. Sarà anche che sto entrando in forma mentis da – ehm – dj set (non si tratta di un annuncio, non sto necessariamente progettando dj set, n.d.n.), sarà che in questo momento preferisco roba come These New Puritans o Hot Chip, oppure canzoni freschissime e leggere come quelle dei Vampire Weekend (solo l’anno scorso li avrei cassati di brutto, ora A-Punk è un mio tormentone personalissimo di questo primo 2008), sarà anche solo che è il periodo che va così. Non so. Anche se – e questo va detto – Bonnie Prince Billy svetta sempre, Baby Dee non ho potuto non ascoltarla e di fronte a Cat Power mi sono inchinato come sempre (non ho spina dorsale). Questa è una bozza di playlist di canzoni da ascoltare in questo periodo.

Bonnie Prince Billy, I’ve Seen It All (da Ask Forgiveness). Il titolo di questo ep è semplicemente bellissimo e molto bonnieprincebillyiano, ci mancherebbe. Pure il contenuto non fa una piega, molto Bonnie Prince Billy e questo basta per liquidare ogni possibile speculazione. Pensate che qui il vecchio Oldham prende pezzi altrui e li fa sembrare usciti fuori da una delle pagine più sofferte di I See a Darkness. Materia oscura che nelle sue mani risplende di una luce storta. Le pagine più torbide della american folk music degli ultimi quindi anni, quella che più di ogni altro ha contribuito a scrivere. Prendete questo pezzo. È di Bjork. Provate a paragonare mentalmente Bjork a lui e poi scacciate il pensiero dalla mente. Dimenticate che Oldham ha registrato il suo ultimo disco (bellissimo, ma lo devo dire ogni volta?) in Islanda con uno che ha lavorato con Bjork. Vi assicuro che non c’azzeccano lo stesso. Ma lui che fa? Prende il pezzo di Bjork e lo trasforma in una ballata delle sue, di quelle scure, nerissime, dal respiro epico e dal cuore nero della tragedia. Che risuona di America rurale fin nelle viscere, che ha il polso dell’apocalisse. Di fronte a questo pezzo pure Bjork rimpicciolisce (che pure duettava con Thom Yorke e il pezzo era bello), vi passerà la voglia di ballare e avrete voglia solo di chiedere perdono.
Baby Dee, The Earlie King (da Safe Inside the Day). Dall’America profonda al cabaret mitteleuropeo il passo non è poi così lungo, se uno ci mette in mezzo Tom Waits e il modo in cui lui ha saputo coglierne le connessioni più profonde. Baby Dee in questo pezzo si rifà alla lezione waitsiana (ma dentro ci sentite anche John Cale e David Tibet) in maniera superba, con un pezzo corrosivo di un/una performer di grande classe, decisamente appartato/a. Nel disco c’è ospite anche Will Oldham. Eccallà. Comunque la cricca è quella freak newyorkese di Antony, con il patrocinio di quel vecchio pazzo esoterico di Current 93.

Ma avevo detto di canzoni accattivanti e ballabili.

Shout Out Louds, Tonight I Have to Leave It (da Our Ill Wills). Il fatto è che il primo disco dei Cure che ho ascoltato è Head of the Door. Poi col tempo ho sviluppato una specie di allergia verso le degenerazioni peggiori del curismo, con quello spleen tremendamente compiaciuto e ripiegato su sé stesso che va bene al liceo ma poi si cresce. Per cui alla fine guardando alla storia dei Cure preferisco ormai indugiare sulle loro pagine più smaccatamente, eloquentemente e furbescamente pop, che si ritrovano in modo trasversale in molte delle loro pagine (Kiss Me Kiss Me Kiss Me, lo stesso Disintegration, tutti gli album successivi, il primo bellissimo che pure è pop in maniera leggermente diversa, più nervosa e postpunk). Perché vi dico questo? Perché gli Shout Out Louds sembrano uscire fuori proprio da lì, dalla scrittura felicemente pop dei Cure, con quel cuore di malinconia e quella facilità estrema di scrivere pezzi che ti entrano in testa al primo ascolto, che ti marchiano il cuore e ti fanno cantare senza trattenerti. Alcuni pezzi degli svedesi sono definitivi in quel modo lì. Questo pezzo come fai a non amarlo subito? Ascoltatelo e sarà subito amore.
Vampire Weekend, A-Punk (da Vampire Weekend). Indie pop caraibico, nientemeno, suonato con una freschezza da non crederci da quattro figli di papà della Columbia University, tanto bravi ragazzi con maglioncini colorati e facce pulite. Terzomondismo senza esagerare, Africa più millantata che reale, David Byrne e Peter Gabriel in versione twee, pezzi da due minuti come questo che ti intossicano fin da subito e che puoi riascoltare all’infinito, tanto non ti stancano mai. Dovrebbero starmi antipatici, non posso che amarli. E il video è splendidamente cazzone.
M.I.A., Paper Planes (DFA Remix). Del pezzo già scrissi (e l’ho messo non ricordo quante volte in radio). Questo è il remix della DFA, iper saturo (soprattutto in proseguo) iper funky molto mutant disco, in definitiva assolutamente in stile DFA e in definitiva caruccio, per quanto non valga quanto l’originale (che strano poi usare il termine “originale” per un pezzo interamente basato su un campione). Lo potete prendere qui.
Thom Yorke, And It Rained All Night (Burial Remix). L’incontro tra Burial e Thom Yorke è devastante. Immaginate l’universo sonoro del produttore di south london – dubstep cupissimo metropolitano – con la voce del leader dei Radiohead, con cui Burial gioca prendendone campioni e utilizzandoli a suo piacimento. Da quanto è bello questo remix sembra un featuring di Thom Yorke su uno qualunque dei pezzi di uno qualunque dei due capolavori di Burial. Da ascoltare.
Hot Chip, Don’t Dance (da Made in the Dark). Non prenderlo alla lettera.

(Con questo ultimo pezzo ero evidentemente stanco di scrivere, domani metto altri pezzi che sentirete di sicuro)

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