Intervista ai SikitikiS

cover.pngLa prima novità del nuovo album dei SikitikiS (B, in uscita il 5 marzo per Casasonica) riguarda le modalità di vendita. Il disco non avrà una distribuzione tradizionale ma sarà venduto online attraverso il sito dell’etichetta, oppure ai concerti, al prezzo piuttosto basso di sei euro. Una novità interessante, da verificare: il pubblico è definitivamente disancorato rispetto al supporto materiale oppure è solo che i cd costano troppo? Le altre novità della band cagliaritana – e non a caso si parla di fase B – riguardano invece immaginario e suono, con nuove suggestioni tradotte in una pasta musicale in bilico tra rock’n’roll, stoner, surf, con atmosfere mediamente più cupe ma anche più attenti a definire i contorni di una forma canzone personale, dalle influenze molto eterogenee. Dentro ci trovi il rock progressivo italiano anni settanta, l’amore per la tradizione melodica italiana esemplificata dall’omaggio a Celentano della cover di Storia d’amore, il cinema non più il poliziottesco ma thriller e horror dei vari Dario Argento, Lucio Fulci, Luciano Ercoli. C’è il basso strabordante di Jimi a fare le veci di una chitarra che non c’è, i ricami di tastiere vintage tra tentazioni lounge e occhiolino al vecchio progressive di Zico, la batteria corposa di Regiz e la voce di Diablo. B sarà presentato il 5 al Fabrik, con dj set di Diablo e Jimi.
Iniziamo dal discorso cinema. I riferimenti all’horror e al thriller, al cinema di “serie b”…
Prima individuiamo la nostra inclinazione musicale in fase creativa, e poi scopriamo a quale immaginario la nostra inclinazione si può appoggiare naturalmente. Ma non esiste una relazione automatica. Una volta che il disco è stato realizzato, ci siamo resi conto che questo era un disco molto scuro, ed è stata questa considerazione che ci ha portato alle coordinate estetiche del thriller e dell’horror, in cui gli italiani sono stati maestri.
Che ha portato di nuovo questa “fase B”?
Lo stacco reale sta in una scrittura più matura, sia sotto il profilo musicale che linguistico. Trovo che sia un disco più compatto del primo sotto il profilo stilistico, e poi ha un suono migliore, grazie all’esperienza live.
Che cosa cercavate in particolare?
Canzoni più belle, e poi un disco meno sfilacciato, in cui tutte le canzoni avessero una riconoscibilità immediata. Il primo era un disco eclettico. È come se avessimo preso un lato del primo disco dei Siki e lo avessimo sviluppato. Quello più legato al piacere di suonare certi pezzi dal vivo.
Descrivete la cover di Celentano con le parole “qualcuno crede che una certa Italia non ci sia più”.
Abbiamo cercato di recuperare qualcosa che in Italia si è perso, cioè quello di fare musica con italianità. A partire dagli anni ’80 l’esterofilia è diventato un must. Il che ha fatto anche bene, il rock italiano si è adeguato a un linguaggio più internazionale, ma alcune cose sono state dimenticate. Noi vogliamo recuperarle. Vogliamo mettere insieme tradizione italiana e sonorità anglosassoni. Sotto questo profilo stiamo vivendo una nuova stagione, del resto non siamo i soli impegnati in recuperi del genere.
Ancora una volta c’è molta cultura pop nel vostro immaginario.
Penso che il cinema la letteratura e la musica possano influenzare il nostro modo di guardare alle cose, a metabolizzarle. Un imput diventa quasi matrice di elaborazione di certe cose. Tutto questo confluisce necessariamente nella musica e nella vita quotidiana. Io trovo che un uomo si faccia la doccia come scrive canzoni. La cultura che assorbiamo va ad influire in definitiva non solo nella musica che facciamo, ma nello stile di vita che conduciamo.
Parliamo della scelta della distribuzione e del disco a 6 euro.
I problemi della distribuzione li conosciamo. Alzano notevolmente i costi del disco, che spesso non lo si trova nemmeno nei negozi. Noi abbiamo deciso di saltare la distribuzione tradizionale e di occuparci con l’etichetta di una distribuzione online e poi della vendita ai concerti. Secondo noi fondamentalmente è il mezzo migliore per vendere dischi al pubblico. Poi costerà solo sei euro, quindi è alla portata di chiunque.

Che risposta aspettate dal pubblico?
I primi feedback sono molto incoraggianti. Le persone sono contente e sono molto colpite. Noi ci aspettiamo che il disco vada bene e anzi che vada meglio del primo, che pure è stato distribuito dalla EMI.

Piove deserto è – in un certo senso – una canzone molto cagliaritana.
È nata sulla sceneggiatura di un film ambientato a Cagliari, Jimmy della collina di Enrico Pau. Ho utilizzato l’immagine della pioggia e delle perturbazioni che arrivano dal sud e portano la sabbia del deserto. Sembra che pietrifichino tutto: metafora di una vita immobile di un ragazzo di 17 anni che vede tutto fermo, e questa immobilità blocca i suoi sogni. Ma l’immobilità riguarda tutta la provincia, non solo Cagliari. Pubblicata ne Il Sardegna

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