Dig, Lazarus, dig…

Il 4 gennaio ho scritto questo post. Parlavo del nuovo singolo di Nick Cave, Dig Lazarus Dig. Ancora non avevo ascoltato l’album. Ve lo copioincollo.

“Il rovescio della medaglia – l’inevitabile rovescio della medaglia – di quel grandiscone che era l’omonimo dei Grinderman, pare che sarà un nuovo disco nickaveiano decisamente bruttino e annacquato. Come lo so? In effetti non lo so, ma lo temo. Lo temo anche perché il singolo che precede l’album la prima volta che l’ho sentito qualche settimana fa mi ha fatto esclamare un “fa schifo!” decisamente perentorio e ultimativo. Riascoltandolo fa un po’ meno schifo, a parte per il bruttissimo modo di iniziare il pezzo, con quel coretto un po’ demente di voci maschili che dice “dig yourself!” e a uno gli viene inevitabilmente voglia di stoppare il pezzo e ascoltare qualsiasi altra cosa ma non Nick Cave. Se vogliamo provare a cavarci fuori un insegnamento psicologico, è come se Nick avesse deciso di riversare tutta la sua animosità, cattiveria e – chiamiamola così – sporcizia residua nel suo progetto laterale, dove non si espone in prima persona, non mette in gioco, immediatamente, il suo nome. Come se Nick Cave dovesse rimanere in qualche modo immacolato, dopo il lavacro nell’acqua santa che ha estirpato i demoni, anzi meglio: li ha ripuliti e dato loro un completo di Armani (i suppose). Caro Nick Cave, arriva il momento in cui ogni nickcaveologo come il sottoscritto, arriva a fare i conti con il fatto che sei un essere umano che sbaglia e fa schifezze. Per molti questo momento è arrivato troppo presto. Non ti perdonavano la svolta sobria e spirituale (ancorché sofferta) di The Boatman’s call – disco bellissimo, per me – o la pomposità leggermente compiaciuta di No More Shall We Part – disco bello, per me – o la consistenza leggerina di Nocturama – disco così così, per me – o ancora il doppio monumento di te stesso di Abbatoir Blues. A proposito di quest’ultimo: primo disco senza Blixa Bargeld, album compiaciuto e autocompiaciuto in cui suonavi il blues abrasivo e incattivito ma senza vera cattiveria, simulando cattiveria, citando cattiveria, senza patirla, provarla, farla grondare fuori. E c’erano le ballate un po’ solenni e gli sproloqui verbosi che si producevano in digressioni para-letterarie, e tutto l’armamentario di peana al signore, gospel estatici e bluesacci finto-maledetti che sono i tuoi ferri del mestiere, caro Nick. Che poi il disco non fosse male, questo è un altro discorso. Allora facendo un po’ di calcoli e usando un po’ di quella psicologia spicciola che uno cerca di tirar fuori per capire le mosse di uno dei propri favorite in musica (ricordi Firstborn is Dead, il blues, l’immaginario gotico americano? Tutto da lì viene, per me) e capire il perché del possibile, definitivo tracollo. Ultimo colpo di coda Grinderman, per usare una formula stereotipata? Ascoltando questo singolo, Dig Lazarus Dig, nella sua assoluta inconsistenza, ho la sensazione che possa essere così. Nick, sei un professionista, Mojo ti metterà come sempre in top ten, chi alla musica chiede sempre quel pizzico di urgenza in più (in Grinderman ce n’era, e ci si illudeva) probabilmente prenderà atto che da domani, da marzo, dal nuovo disco, sarai un artista vecchio, definitivamente. Il che non significa che io non speri nella smentita, anche se impallinare i propri favoriti è un bell’esercizio dell’anima.”

Il singolo continua a non piacermi particolarmente ma la verità è che il disco è un grandisco, un signordisco, quello – se può valere qualcosa – che ascolto di più tra quelli usciti in questo primo scorcio del 2008 non particolarmente ricco di uscite imprescindibili. Non c’è niente da fare, è un disco suonato dai Bad Seeds con una classe piena di nonchalance, divertente, tirato, beffardo. Nick Cave è arrivato ad un punto in cui può suonare ciò che vuole senza rendere conto a nessuno. Lo fa perché gli piace, senza più dover tributare nulla al monumento che è diventato. Gli va di fare una nuova band? La fa. Gli va di suonare rock’n’roll come mai nella sua carriera prima d’ora? Lo fa. E pure bene. Non sorprendetevi, insomma. Non dite che sono il solito devoto di Nick Cave che ha provato a impallinarlo sulla base di un indizio fuorviante e poi è tornato mestamente sui suoi passi (il post di allora era emotivo, lo riscriverei parola per parola), non protestate se per caso lo doveste ritrovare nella top qualcosa di fine anno di On Repeat. Mi sa che ci finirà per forza.

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