Raconteurs, Consoler of the Lonely

È sempre rivelatorio vedere come i Raconteurs, la seconda band di Jack White dei White Stripes, si presentano nella cover dei loro dischi. Contusi dopo una (probabile) scazzottata in una foto incorniciata dal sapore rock “di altri tempi” nel disco d’esordio (Broken Boy Soldier), stavolta la foto del nuovo album (Consoler of the Lonely) è in bianco e nero, con la band ritratta in mezzo ad un bosco a fare quasi il verso ad una di quelle band roots americane che sarebbero piaciute molto ai Coen di “Fratello, dove sei?”. Sembra quasi una dichiarazione d’intenti per una band che gioca (anche) con l’immaginario profondo americano in un contesto però di rock profondamente sixties e seventies. La band è nata nel 2006 grazie al connubio di White col cantautore Brendan Benson e la base ritmica dei Greenhornes, e si presenta come un enigma interessante: band classicamente rock ma anche di straordinario concetto. Perché hai voglia a metterci dentro il sudore, sbrodolarci riff e strepitare assoli, inanellare ballatone cariche di pathos e poi far vibrare lo stereo (o l’iPod, va da sé) sotto i colpi inferti da un hard rock non eccessivamente cafone. Qui quello che conta è (anche) altro. Lo sguardo è cinico ma l’approccio amorevole, l’attitudine è filologicamente precisa, lo studio delle fonti impeccabile. Tutto questo rende il disco moderno. Il fatto che non si fermi al revival, che non suoni (né voglia essere) un disco nostalgico per nostalgici, ma che suoni attuale e sia perfettamente immerso nelle dinamiche del “rock” di oggi. Anche se ci sono Led Zeppelin, Who, Big Star, Elton John, epopea western, country e blues, qualche piccola apertura prog tutti dentro lo stesso calderone ribollente. La title track è posta strategicamente in apertura a dare subito il tono di quello che sarà l’album: riff graffianti su di una base ritmica solida e tirata. Il limite del disco semmai è quello di sembrare una jam session poco strutturata, e se questo garantisce all’album una certa urgenza e ruvidezza in più, il risultato finale suona più dispersivo e meno immediatamente intelligibile del disco precedente, che era asciutto, compatto, molto preciso. E poi a Consoler of the Lonely manca il tormentone, quella Steady as She Goes che era in grado di ficcarsi nella memoria e di essere irresistibile riempipista nelle discoteche rock di tutto il mondo – anche se lo stomp di Salute Your Solution sembra pensato proprio con questo obbiettivo. Quello che salta alle orecchie comunque è la varietà: Old Enough è un pezzo country accompagnato da violini celtici, The Switch and the Spur mette insieme il suono di un pianoforte dal tono drammatico con trombe mariachi e atmosfere da spaghetti western, Top Yourself è country rock con banjo che poi lascia il posto a brani più tirati e contundenti come Five on Five e Hold Up. Dispersivo, vero, ma anche estremamente divertente e godibile.

Una Risposta to “Raconteurs, Consoler of the Lonely”

  1. Alessandro Says:

    La vera faccia di Jack White

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