Ancora per la serie “ma io lo so chi è Mark Lanegan” (poi però questa citazione non la userò più)

È del tutto evidente che Mark Lanegan non si preoccupa di ascoltare i miei consigli e i miei rimbrotti amorevoli. Non che avessi qualche dubbio in proposito, però potrebbe capirlo anche da solo che dovrebbe smetterla di cantare dappertutto fuorché dove dovrebbe cantare: in un disco di Mark Lanegan. Solo nell’ultimo anno è comparso nei dischi di: Soulsavers, Twilight Singers, Queen of the Stone Age, Gutter Twins, e ora nel secondo capitolo della collaborazione insolita (almeno così appariva due anni fa) con Isobel Campbell, ex Belle and Sebastian. Il disco si intitola Sunday at Devil Dirt ed esce su V2 come il precedente. Il fatto è che stavolta lo sbuffo del tipo “ma cribbio, ancora una volta!” o del tipo “io ora so fin troppo bene chi è Mark Lanegan” è stato subito stoppato dalla bellezza mozzafiato del pezzo di apertura, una Seafaring Song che è un folk impalpabile arricchito da arrangiamenti di archi veramente straordinari. Qualcosa che val la pena di ascoltare, riascoltare e riascoltare ancora, perché è musica che fa vibrare corde profonde, a volerla accogliere. E il disco è più o meno tutto a livelli di eccellenza. Citerei en passant – ma giusto perché la sto ascoltando ora in cuffia – Back Burner, che è un blues torbido, percussivo, quasi incandescente, o una The Raven dove Lanegan spinge la voce su bassi insostenibili.

Ora, qual è il punto? Il disco precedente, Ballads of Broken Seas all’inizio mi è piaciuto molto – ogni cosa in cui mette bocca Mark Lanegan mi piace, fossero anche i Mad Season – poi ho iniziato ad avere dei dubbi e ad interrogarmi sulle motivazioni profonde che potevano aver portato una indiepopchick scozzese che aveva intitolato un disco “amorino” a giocare alla dark lady insieme ad un uomo che ha intitolato un disco “whiskey per lo spirito santo”. Alla fine il senso di “maniera” ha prevalso. Un elemento che poi è stato messo in rilievo anche da altri. Va detto comunque che Ballads of the Broken Seas era pur sempre un disco assolutamente rispettabile in cui metteva bocca Mark Lanegan. Il fatto è che stavolta i dubbi vanno cordialmente a farsi fottere. Le mie lamentele ora appaiono puerili, perché questo disco alla fine non suona visceralmente come un disco-di-mark-lanegan ma è comunque notevole. E in un’annata finora non esattamente eccitante, sono contento di potermi aggrappare ai miei favoriti musicali che hanno avuto l’accortezza di non deludermi per niente (e qui penso anche a Nick Cave, il cui ultimo disco cresce sempre di più).

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