Intervista ai Baustelle

Bastelle, Abbabula

Dei Baustelle dicono che sono “lo stato dell’arte della canzone italiana”. La verità è che oggi la band di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi è l’unica in Italia in grado di stare in equilibrio – un equilibrio precario – tra successo popolare e acclamazione critica, tra l’heavy rotation di Charlie fa Surf e una formula musicale realizzata con spirito ultrapop e spessore colto, citazioni nonchalant e patina accattivante, snobismo e urgenza comunicativa. Con testi che interrogano, anche impietosamente, i nostri tempi, che illuminano “la nostra cognizione del dolore”. Amen, quarto disco di una carriera fortunata, dovrebbe essere quello della consacrazione popolare definitiva. Grazie all’intelligenza del loro approccio: non è facile far ballare un pezzo che invita a seguire l’esempio di Baudelaire, o infilare spunti di critica sociale in un pezzo che cita il Tenente Colombo, o essere così dannatamente commuoventi in una canzone che parla di Alfredo, il bambino che cadde nel pozzo di Vernicino. Sabato hanno suonato a Sassari al Teatro Verdi alle 21 come anteprima del Festival Abbabula, organizzato da Le ragazze terribili. (Del concerto poi vi dirò)

Bianconi, lei ha detto che Amen è un disco sul declino civiltà occidentale moderna.

Riascoltandolo direi di si. Non era stato programmato, nel senso che non mi sarebbe mai successo di sedermi a tavolino e decidere di fare un disco sul “declino della civiltà occidentale”. Però viviamo in un tempo in cui c’è il senso della fine di un sistema di valori, siamo tristi e infelici e mi è venuto naturale scrivere testi simili.

Il senso della fine emerge ne Il liberismo ha i giorni contati. Ma li ha davvero?

Stando ai risultati delle elezioni direi di no. Però l’organizzazione totale delle nostre esistenze senza regole non funziona. Economicamente sì, però ci rende infelici. Il liberismo ha fallito come il socialismo reale.

Domanda fintamente ingenua: ma si può parlare in una canzone pop di “morte del mercato per autoconsunzione”?

Secondo noi che lo facciamo si. Il bello delle canzoni pop è che puoi dire qualsiasi cosa, è un mezzo molto malleabile. È l’unica ragione per cui continuiamo a farle.

Amen ai primi ascolti lascia un po’ storditi per l’estrema ricchezza degli arrangiamenti.

Volevamo un disco complesso, monumentale, barocco, con molte stratificazioni, carico di tante cose. Lo abbiamo pianificato così, volevamo divertirci, sperimentare. Nasce pomposo fin dall’inizio.

Cosa significa per una band raggiungere un pubblico vasto?

Fin dagli inizi non ci siamo posti nessun limite ad un eventuale successo di massa. Scriviamo canzoni e più grande è il pubblico, meglio è. Nella musica indipendente italiana c’è un vizio grave, che è quello di dire: facciamo la nostra musica e la facciamo solo per quelli che possono capire. Io la vedo in altro modo, io la mia musica voglio buttarla in pasto a tutti.

Perché Amen?

Ci sembrava che Amen fosse una parola simbolica per un disco che canta della perdita del sacro in tutte le sue possibili forme.

C’è perdita del sacro, eppure la religione è molto presente nel dibattito politico. Non è un paradosso?

Lo è, perché nelle società in cui il sacro viene a mancare, fioriscono le sette, le chiese ufficiali si intromettono nelle vicende politiche. C’è chi cerca di sfruttare questa mancanza.

Il disco è molto pessimista, eppure una forma di riscatto possibile sembra esserci in Baudelaire, in quel “bisogna scrivere/ verso l’ignoto tendere”.

Baudelaire indica una possibile via, specie se sei ateo come me e non hai la certezza della salvezza ultraterrena e devi sforzarti di trovare dei modi per dare senso alla vita. Il pezzo dice: prendi esempio da Baudelaire, e da altri personaggi elencati, come Pasolini, Piero Ciampi. È un inno alla vita, anche se paradossalmente tutti gli artisti citati sono morti giovani. Ma bisogna prenderli ad esempio perché hanno scritto, hanno vissuto la propria vita come se fosse un romanzo, hanno cercato la bellezza e l’arte.

Invece L’uomo del secolo sembra filtrare nostalgia verso un passato contadino.

Non so se si tratta di nostalgia. È una canzone che parla di mio nonno, che ha visto susseguirsi vari mondi ed è arrivato all’ultimo che non lo capiva più. Esattamente come non lo capisco io.

Prima cantava “voglio essere Gainsbourg”, oggi i Baustelle fanno musica pienamente italiana.

Amiamo la musica italiana, la sua tradizione, le cose buone che ci sono (e ci sono). Certo forse il meglio viene da prima degli anni sessanta, ma non abbiamo mai negato il nostro amore per i cantautori delle nostre generazioni.

Charlie fa Surf, il primo singolo, è stato giudicato un po’ ambiguo: c’è chi dice che non si capisce se sia a favore o contro la gioventù di oggi.

Non è contro i giovani, o meglio: è una canzone contro questa società che produce dei giovani siffatti. Io semmai provo pietà verso di loro, empatia. Del resto, nonostante le questioni anagrafiche continuo a sentirmi come loro.

(la foto è di nicola massa)

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Una Risposta to “Intervista ai Baustelle”

  1. kiara Says:

    rakele ti devo conoscere,mi devi conoscee e ce la farò.

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