Portishead, Third

È un disco da rimanerci stecchiti. Non me lo aspettavo. Appena ho iniziato ad ascoltare Third dei Portishead – con un certo ritardo rispetto all’uscita e alla circolazione dell’album in rete – la prima cosa che mi sono trovato addosso è stata una sensazione di stupore abbastanza immotivata. Come se non mi aspettassi davvero di poter avere per le mani un album così bello a undici anni di distanza dal disco precedente, quel “Portishead” che sembrava aver chiuso per sempre, dopo soli due album a loro modo perfetti, una storia musicale cruciale come quella della band di Bristol. Ma il disco è bello. Bello bello. Il suono è oscuro, lacerato e perfino più difficile e complesso di quanto non fosse prima. Pieno di spigoli, di angoli bui carichi di una tensione incredibile, di inquietudine e di dolore. E non è trip-hop – per quello che poi vuol dire l’etichetta in questione, che oggi musicalmente conta approssimativamente zero.

Undici anni. Quasi un presagio, a modo suo. Scott Walker per tre volte ha fatto trascorrere undici anni per far uscire un disco nuovo e ogni volta ha superato un nuovo limite. E ogni volta ha acuito il senso di desolazione e di terrore che emanano i suoi dischi. Musicalmente siamo parecchio distanti, ma il mood che si respira da queste parti ha qualcosa della paranoia e della misantropia di The Drift di Walker. Suggestioni a parte, il ritorno dei Portishead possiede un senso di ineluttabilità già dal titolo del disco: è il terzo, quindi Third. Dalla P che incombe nella copertina, in maniera massiccia. Dall’atmosfera cupissima che lo percorre dall’inizio alla fine, con squarci di elettricità e con aperture più tenuamente folk – ma sempre dominato da un senso molto acuto di dolore, che è il vero segno distintivo delle parole cantate da Beth Gibbons e dalle musiche oscure del disco. È un album di fantasmi che incombono, di desolazione che trafigge. Basterebbe partire dalla fine. Threads: che canzone. Che parla di fallimento e inadeguatezza, di impossibilità di fuga, di profonda stanchezza (“i’m worn, tired of my mind”), su di una struttura musicale che procede circospetta e pulsante, con ritocchi di chitarra che accolgono la voce di una Gibbons insuperabile – fino agli spasmi di suono finali su un “where do i go?” che si apre sull’imponderabile. Procedendo senza un ordine: We Carry On pesta duro su una struttura ritmica ripetitiva e incessante, squassata da una chitarra elettrica a volte dissonante, a volte quasi goth rock ma senza mai cadere in compiacimenti estetici o forzature stilistiche (e questo vale per tutto l’album). Silence, in apertura: un capolavoro maestoso con batteria alla Can, violino sinistro e la Gibbons che mette i brividi. Un altro capolavoro che lascia senza fiato: The Rip, che inizia come un pezzo folk di una bellezza abbagliante, per essere poi sovrastato da un ritmo kraut-motoriko e da vecchie tastiere che portano avanti il discorso melodico della canzone.

Senza che nessuno lo avesse chiesto davvero, la Gibbons, Geoff Barrow e Adrian Utley sono tornati, e lo hanno fatto a modo loro, con il loro stile personale appartato e idiosincratico e con un sound ancora più incompromissorio, senza ammicchi o concessioni. È un disco pieno di cose diverse che pure sono portate ad unità da un tono, un umore che è immediatamente riconoscibile, da un respiro che è proprio degli album davvero riusciti. Lo dico con la speranza di essere smentito: difficile che da qui alla fine dell’anno possa uscire qualcosa di meglio.

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2 Risposte to “Portishead, Third”

  1. corrado zedda Says:

    Ciao Andrea, non so se il disco dei Portishead possa definirsi “bello” nell’accezione comune che si è soliti usare. E’ un disco forte, intenso, che mi fa pensare ad altri dischi che son rimasti nella storia per la loro intensità e che, naturalmente, non si è soliti acoltare abitualmente. Mi viene in mente Magic and loss di Lou Reeed: come per i Portishead c’è molto dolore dentro, e di solito non si ha la voglia o la forza di caricarsi tanto dolore per una lunga quantità di tempo. Si ha bisogno di staccare.
    Comunque anche per me è un gran bel colpo, anche stavolta perché non me lo aspettavo, come scrivi tu, nessuno aveva chiesto loro di tornare, ma loro sono tornati e sembra che ripartano da zero.
    Piuttosto non è che ci siano solamente i due dischi in studio. C’è il bel live con l’orchestra e i remix vari su canzoni di altri sparsi negli anni (ho in mente Wild wood di Paul Weller, altro gradito ritorno in questi giorni).
    Ciao e buon divertimento al Mi Ami.
    Corrado

  2. alf Says:

    Third è fantastico, ad ogni ascolto scopri qualcosa di nuovo e apprezzi una canzone diversa. Entro l’anno dovrebbe uscire l’album di altre vecchie glorie del trip hop: I Massive Attack. Pertanto sono fiducioso che il 2008 ci regali altri capolavori oltre third e in rainbows dei mitici radiohead. A proposito, su myspace c’è un video di thom york che interpreta con la chìitarra acustica The Rip, traccia contenuta in third.

    Ciao a tutti

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