Di ritorno dal Miami

Fa in fretta un prato a diventare fango, delle scarpe bianche a diventare marroni, l’umore allegro di chi assiste per la prima volta ad un evento a mutarsi in delusione e stanchezza. Era la mia prima volta al Miami e probabilmente poteva andare (molto) meglio. Per via del clima, senza dubbio: il terzo giorno abbiamo addirittura rischiato di rimanere in casa tutta la sera in attesa di prendere la corriera per l’aeroporto di Bergamo e tornare a Cagliari – una chiusura un po’ mesta con la pioggia che si scaricava ininterrotta su una Milano grigia praticamente da luogo comune. Eppure alla fine sono contento di questo weekend lungo, stancante, pure troppo. E poi insomma, cerchiamo di non esagerare col mettere in risalto i lati negativi, in alcuni casi non esattamente ponderabili. Si era con amici, conosciute persone interessanti, ritrovate persone che non si vedevano da tempo, pure ascoltato buona musica, come era più o meno auspicabile in un festival musicale benfatto. Riepilogando: Miami, festival della musica importante e dei baci, organizzato da Rockit all’Idroscalo di Milano, giunto quest’anno alla quarta edizione dopo una edizione dell’anno scorso di enorme successo, con qualcosa come 15.000 persone spalmate nei tre giorni. Quest’anno credo che non sia andata bene come l’anno scorso, ma mi baso solo su supposizioni: il problema principale è stato la pioggia, con la conseguenza – tra l’altro – che il palco “La collinetta” è stato smontato e si è scelto di tenere tutti i concerti previsti lì all’interno del Magnolia. Una scelta che per certi versi non è piaciuta molto, perché l’acustica in alcuni casi ha penalizzato le band che ci hanno suonato e spesso, specie sul tardi, c’era troppa gente per riuscire anche solo a respirare. Tra l’altro in tutto il casino della seconda serata, sono riuscito a perdere pure Le luci della centrale elettrica, l’artista che aspettavo di più – mentre fuori, sul palco Sandro Pertini, gli Hormonauts suonavano di fronte a qualche migliaio di persone lasciandomi con buona approssimazione indifferente. Ho perso anche gli Altro e non ne sono stato contento. Ma questi in fondo sono problemi miei. Tirando le somme, sono rimasto comunque abbastanza impressionato.

Le band. Probabilmente nel podio dei tre concerti che ho preferito della tre giorni al Miami ci sono Disco Drive, Red Worm’s Farm e Mojomatics. Parto dagli ultimi. Si sa che io non sono esattamente un appassionato di rock’n’roll, inteso come genere circoscritto basato essenzialmente sul sudore, sul divertimento, sulla schiettezza e la semplicità di un approccio tutto fisico, senza nessuna pretesa di artisticità (generalizzo un po’ per intenderci). Eppure i Mojomatics mi piacciono parecchio, anche perché all’impatto uniscono una scrittura pop decisamente notevole. Vanno molto al di là degli stretti confini di genere garage. Domenica sul palco – con nuova formazione a tre – sono stati molto bravi: grande presenza, impatto enorme, risultato all’altezza delle aspettative. I padovani Red Worm’s Farm non li avevo mai sentiti dal vivo e penso che abbiano fatto un concertone, con quel loro suono tostissimo in bilico tra noise, math e post-punk. E pure i Disco Drive sono stati notevolissimi, riuscendo a tenere alta l’attenzione e la tensione per un’ora quasi ininterrotta di suono, tra post punk, kraut, noise. Andando un po’ a sbalzi: ottimi gli Annie Hall che già mi avevano convinto l’anno scorso su disco, ottimi i Three in One Gentlemen Suit, mi sono piaciuti molto anche i Calorifer Is Very Hot, all’altezza – as usual – i Golfclvb. Non mi hanno convinto granché gli Amor Fou, che mi sono sembrati – ma magari sbaglio – una versione italiana dei Coldplay. Concerto un po’ al di sotto delle aspettative degli Zen Circus, nonostante da queste parti si sia apprezzato molto il loro ultimo disco, Villa Inferno. Sinceramente mi aspettavo molto di più anche dagli Yuppie Flu, ma credo che ci siano almeno un paio di attenuanti. La prima, il suono mi sembrava privo di spessore ma questo è un problema che ho avvertito durante tutta la prima giornata del palco Pertini. Poi l’umore generale non ha giovato, con la pioggia e il fango e tutto il resto. Ero curioso di sentire Il Genio ma sono dovuto scappare dopo una canzone e mezzo, perché il locale interno era un carnaio e perché l’acustica era pessima. Lo stesso vale per i Tiger Tiger! – ma laddove non ha potuto il suono, è arrivata la simpatia della band. Citerei anche i SikitikiS, che hanno fatto il loro solito concerto impeccabile. En passant: ho perso Trees of Mint perché siamo arrivati in ritardo, Paolo Benvegnù perché la prima notte siamo dovuti andar via presto, i Don Turbolento perché in contemporanea c’erano gli Yuppie Flu, Bugo perché l’ultima notte si doveva andare a prendere l’autobus e prepararsi alla lunga notte del ritorno con un volo da Bergamo alle 6:30 e tante care cose a tutti. (Nei prossimi giorni aggiungo anche qalche foto)

Tag: , , , , , , , , , , , ,

Una Risposta to “Di ritorno dal Miami”

  1. Paolo Says:

    la frase sui tiger “laddove non ha potuto il suono, è arrivata la simpatia della band” è verissima e bellissima!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: