E ringraziate che c’era lui

Oggi sono venti anni precisi dalla morte di Andrea Pazienza. Ho riflettuto a lungo sulla possibilità di scrivere un post sull’argomento – non tanto sulla morte di Paz, quanto piuttosto sul mio rapporto con lui. Sul modo in cui è riuscito a dare un senso ai miei sedici anni e a quello che è venuto dopo. Su quanto sia stato decisivo leggere le sue storie ciniche, esilaranti, dolorose. Sul perché Anderenza sia stato uno dei pochi artisti incontrati nel tempo che ancora mi porto dentro senza un minimo di dubbio o di cedimento, con l’amore e l’intensità di sempre. Su come i suoi libri, sempre più logori e vecchi a furia di letture e riletture, siano ancora lì, ad occupare un posto di primo piano nella mia libreria. Però poi ho deciso di no, per vari motivi: vi lascio con due articoli che mi sono particolarmente cari. Sono usciti sul giornale negli anni scorsi, ve li copiaincollo qui.

Le moltitudini di Pazienza
Perché la pazienza ha un limite, Pazienza no”. Andrea Pazienza, la rockstar del fumetto che sembrava non avere limiti, uno che disegnava come se fosse la cosa più naturale del mondo, che raccontava storie spietate, intime, disperate, divertenti, che faceva ridere, irritava o colpiva allo stomaco con la stessa, disarmante semplicità. Non aveva limiti nelle sue potenzialità di artista, ma poi alla fine è andata così, forse “ogni vita è quella che doveva essere”, come scrisse Tondelli a proposito della morte di Paz. Nel libro intitolato Le donne, i cavalier, l’arme, la roba. Storia e storie di Andrea Pazienza, il giornalista Franco Giubilei racconta un’artista entrato nel mito attraverso le testimonianze di chi ha l’ha conosciuto: l’amico Marcello D’Angelo, l’amore Betta Pellerano, il coté di Frigidaire, Sparagna Scòzzari e Liberatore, alcune voci del ’77, la vedova Marina. Ne emerge un ritratto spesso divergente ma dominato da quel senso di perdita che chi l’ha conosciuto non può fare a meno di esprimere ancora oggi, a diciassette anni di distanza dalla morte a soli 32 anni. La sua vita ha attraversato alcune fasi salienti della storia italiana, di cui è stato cantore e interprete. Il ’77, ad esempio. I puristi del “movimento” gli rinfacciano un’adesione opportunistica, di essere rimasto ai margini. Ma il coinvolgimento di Paz era di natura poetica, estetica. Più che tirare sampietrini contro le barricate preferiva raccontare, in maniera profonda ma con il distacco necessario. Le straordinarie avventure di Pentothal sono frutto di un periodo che voleva “l’immaginazione al potere”, della rivolta studentesca, di Radio Alice, Bifo e Freak Antoni, di quel gruppo di attivisti, militanti, tossici e creativi che infestava Bologna in anni di violenta contestazione. Ma l’opera ne costituisce il diario intimo e visionario, filtrato dalla sensibilità di un artista e non di un militante. Scòzzari dice: “lui faceva politica per il fatto di aver cambiato l’estetica di una generazione. In realtà non gliene fregava un cazzo, non era né di destra né di sinistra, era pazienzesco”. Poi l’eroina. A quel tempo era status symbol, alcuni addirittura giravano con la siringa che spuntava dal taschino per fare colpo sulle “sbarbe”. Paz frequentava la Traumfabrik, in una casa occupata di via Clavature: c’era gente che dipingeva, ascoltava i Devo o i Residents, che si drogava. Anche lui cominciò. Allora significava essere in, e per lui significava integrarsi in un ambiente alieno. Poi l’ero divenne ansiolitico. Arrivarono gli anni Ottanta, arriva Zanardi. Zanna è pura prevaricazione, è istinto e cattiveria. Zanna con quel suo naso a becco artiglia la realtà, la graffia, si erge a simbolo di quegli anni pur trascendendoli, estremizza la reazione il disincanto e il disimpegno, è il mondo così com’è, spietato e indifferente. Zanna sancisce il passaggio ad un’epoca grigia. Anche per Paz, ormai entrato nel gotha del fumetto italiano, da Linus a Frigidaire. La separazione dalla Pellerano, la perdita di un punto di riferimento per un uomo in fondo ragazzino, il rifugio nella droga, il rifugio a Montepulciano. Arriva Pompeo, l’eroe che rispecchia il suo status di allora, il sostrato di disperazione, l’eroina (“vuoi mettere risorgere, risorgere, risorgere…”). Il matrimonio con Marina, il viaggio in Brasile, la parziale disintossicazione e poi di nuovo le pere, una dose troppo alta, o forse tagliata male, sta di fatto che una sera del 15 giugno 1988 viene trovato senza vita. Durante il suo funerale piovve così forte che i presenti pensarono a lui furioso per l’accaduto. Emotivo, fragile, vitale, immaturo, inaffidabile, ipersensibile, meridionale, generoso, narcisista, frenetico, mortifero, instabile, geniale, capriccioso, familista…“E ringrazia che ci sono io, che sono una moltitudine”… (2005)

Il profilo buio di Pazienza
“Perché il freddo, quello vero, sa essere qui, in fondo al mio cuore di sbarbo”. L’incipit – generazionale e definitivo – è quello della prima storia (Giallo scolastico) di uno dei personaggi più controversi del fumetto italiano, Massimo Zanardi detto Zanna, il ragazzo biondo col naso a becco che fece la sua prima, bruciante apparizione nel marzo di venticinque anni fa sulle pagine del quinto numero di Frigidaire, allora la rivista dell’avanguardia a fumetti italiana. L’autore era Andrea Pazienza, uno che a quell’epoca era “praticamente una rockstar” e che seppe fiutare e farsi interprete della temperie di quei cinici anni ottanta. Un fantasma, un’ombra sfuggente che conserva tutto il suo fascino inquietante. Se pure vale qualcosa, bisognerebbe chiedersi perché mai ancora oggi molti ragazzi continuano a peregrinare tra quelle pagine mossi quasi d’istinto, perché sanno di trovare in APaz una specie di maestro di vita, uno con cui sporcarsi grazie alle sue paradossali verità (come “amore è tutto ciò che si può ancora tradire”), grazie all’espressione così articolata e pungente, eppure carica di humour nerissimo, del gelo, del vuoto, della disperazione, di quel lato oscuro con cui fare i conti quotidianamente e che spesso ha proprio il profilo aquilino di Zanna.
Il doppio negativo, si disse. Una figura quasi atemporale a cui delegare tutte le pulsioni negative e distruttive, il preferisco di no detto cono cinismo e disillusione, il vuoto di chi ha capito tutto dalla vita, ne ha decostruito i miti e le false illusioni, e se ne frega. Superiore a tutto, spietato e cattivissimo, senza passato e presente, consapevole che nella vita non dovrà sbattersi più di tanto. “Lui non pensa assolutamente a niente. è il vuoto che lo permea, che lo circonda, solo il vuoto”, dirà Pazienza della sua creatura, psicanalizzandola. Zanna quasi archetipico, ma non bisogna dimenticare il periodo storico in cui nacque. Era la fase post ’77, ed alla sbornia ideologica cominciava ad opporsi una maggiore leggerezza, il materialismo edonistico, la ricerca di visibilità e status symbol. Il liceale Zanardi è lo specchio deformato di quella società, ne rappresenta il lato marginale ed estremo eppure pienamente integrato. Si rende protagonista di brutte storie di violenza, stupri, rapine, “scherzi mitologici”, soperchierie, prepotenze, ma non c’è quasi dissidio con il contesto. Zanna è il frutto degenero di una società che in quei valori, mascherandoli, si riconosce. Almeno in parte. Bisogna dire che Zanna non esisterebbe senza la presenza dei due compagni di avventure, Colasanti e Petrilli. Con loro si compone la triade: personaggi talmente complementari gli uni con gli altri che c’è chi vi ha visto i diversi tratti della personalità del loro autore. Il primo è un ragazzo balestrato, ricco e sicuro di sé, contraddittorio ed enigmatico. Petrilli è il ragazzo frustrato, brutto fisicamente e bloccato dalla famiglia e da mille condizionamenti, che odia Zanardi ma non può fare a meno di frequentarlo e in fondo vorrebbe essere proprio come lui. Insieme saranno protagonisti di una manciata (davvero troppo poche) di storie esilaranti e irripetibili. (2006)

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Una Risposta to “E ringraziate che c’era lui”

  1. consuetudine Says:

    davanti alla parola “avanguardia”, io penso, andrea si sarebbe messo a ridere tanto cattivamente.

    l’alchimia stereotipatrice alla mollica è sempre alla porta.
    talento senza aggettivazione.

    salut.

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