[AnniZero] Yo La Tengo, And Then Nothing Turned Itself Inside-Out (2000)

Di questa rubrica ho già detto in radio. Ogni settimana parleremo in trasmissione e sul blog di un disco di quelli che secondo noi rimarranno tra quelli usciti in questo decennio. Senza pretesa di oggettività, senza classifiche o altro.

Gli Yo la Tengo sono una band da affetto puro. Da custodire con cura, a cui perdonare sempre anche i dischi meno riusciti e pure quel manierismo di troppo che a volte affiora qui e là tra le pieghe di dischi però mai meno che dignitosi. Una band di cui uno dei grandi vecchi della critica rock in Italia disse: il mondo si divide in due, chi non conosce gli Yo la Tengo e chi li ama intensamente. Io appartengo a quella parte di mondo che li ama intensamente.
And Then Nothing Turned Itself Inside Out, uscito nel 2000 su Matador records, è il loro capolavoro. Sono in tanti a considerare Painful o I Can Hear The Heart Beating As One i veri masterpiece della band di Hoboken, eppure dentro il disco del 2000 c’è una tale maturità, padronanza stilistica, originalità – pur nelle influenze come sempre esplicite – e capacità di scrittura, capacità di spaesare, di sorprendere, che non si può che parlare di album capolavoro: sontuosamente bello, ricco, anche – se vogliamo – meno intellegibile di altri partoriti dalla band. Un disco che è un risultato straordinariamente maturo in cui convergono atmosfere jazzate, elettronica calda, psichedelia notturna, melodie velvettiane, qualche timido accenno post rock, con un approccio trasversale e colto tipico di una band che ha sempre parlato un linguaggio prima di tutto meta-musicale, dovuto in gran parte alla formazione di Ira Kaplan, prima critico rock e musicista solo in un secondo momento. Uno che padroneggia bene la storia del rock e la sua materia, che sa a cosa attingere, cosa ascoltare, cosa omaggiare. Dai Love ai Velvet, praticamente. Con una storia che ha accompagnato l’evoluzione dell’indie rock dalla seconda metà degli anni ottanta ad oggi. Tra noise e melodia, shoegaze e psichedelia.
And Then Nothing Turned Itself Inside Out è un disco che potrei leggere in due modi, uno soggettivo e uno meno soggettivo. Provo con quello soggettivo. Ovvero con l’impatto che ha avuto un ascolto come questo per me che nei primi anni zero uscivo fuori dal grunge ed ero ancora al liceo. Attraverso Napster (sia lodato sempre) ho avuto accesso ad un patrimonio musicale pressoché infinito a cui attingere, con senso della scoperta sovraeccitato ed estremo. Mi ricordo una recensione di questo disco sul vecchio Musica di Repubblica. Ogni settimana segnavo uno po’ di dischi che poi andavo a scaricare con la vecchia 56k. Una canzone significava aspettare almeno quaranta minuti prima di finire di scaricarla. Dopo quaranta minuti – se non si interrompeva prima, perché l’altro utente si era disconnesso, “mincamiaallui” – c’era l’ascolto. Un ascolto ripetuto, prezioso. Perché per poter ascoltare un’altra canzone c’era bisogno di altri quaranta minuti, se andava bene.
Il primo pezzo che ho scaricato di quest’album è stato Everyday. Potete capire che universi musicali è in grado di schiudere un pezzo del genere, per chi viene dal rock duro americano e ha avuto un cambio di prospettiva solo da poco con l’acquisto di Closer dei Joy Division e di Daydream Nation dei Sonic Youth? In questo pezzo mi immaginavo una specie di cerimonia notturna, vagamente spettrale, laddove la canzone è giocata su percussioni che si ripetono ossessivamente e un canto monotono su una linea sottile di synth e i rintocchi leggeri di chitarra. Un pezzo che allora mi sembrava clamoroso – e oggi non ha perso nulla del suo fascino. Ma era tutto il disco ad essere bello, negli scorsi di quell’organo così inquietante in Saturday, in quel ritmo sbarazzino con Hammond annesso e voce lattemiele di Georgia Hubley in Let’s Say Tony Orlando’s House, nella schitarrata dell’unico uptempo rockettaro del disco Cherry Chapstick, in quella canzone tutta lacrime e abbracci calorosi che è Tears Are in Your Eyes, in una Madeline che ho sempre immaginato potesse essere la canzone pop che avrebbero potuto scrivere i Tortoise di Standards (ma forse solo perché ho scoperto questi due dischi praticamente insieme…), nella lunga, epica, clamorosa ballata finale di diciassette minuti di Night Falls on Hoboken, invero un capolavoro. E pure nella copertina, che si spartisce una bella fetta di immaginario americano con uno scorcio di villette a schiera della periferia (di Hoboken, i suppose) incorniciate dal bosco e dalla notte.

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3 Risposte to “[AnniZero] Yo La Tengo, And Then Nothing Turned Itself Inside-Out (2000)”

  1. captainbls Says:

    Questo credo proprio mi manchi, ne avevo tre o quattro degli “yo”. Quello del 2006 di sicuro, poi qualcosa di metà anni ’90… tra cui “I Can Hear The Heart…” che la critica definisce il migliore.
    Riguardo a Napster…io non lo vissi, facevo parte della generazione successiva di WinMx…ma i “mincamiallui” c’erano sempre (a meno che non si era fortunati e si scaricava dal tipo francese con la linea superveloce).

  2. onrepeat Says:

    i can hear the heart contiene una delle mie canzoni preferite di sempre degli yo la tengo, stockholm syndrome…

  3. corrado zedda Says:

    Sono innamorato di quella canzone, da suonare è eccezionale! La cosa strana è che proprio negli stessi giorni del post avevo ripescato la cassetta che mi aveva regalato esattamente 10 ani fa Selma, una cara amica di Barcellona. Ci sarà qualche collegamento telepatico inconscio, non so.
    Ciao da Corrado

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