Libro della settimana: Japrocksampler di Julian Cope

“O del conseguimento della maggiore età, e non solo, da parte dei motociclisti nudi di Yuia Uchida. Satori è infatti una delle più potenti sfuriate hard rock mai scatenate contro il mondo, un festival di adorazione della chitarra diretto dal maniaco delle sei corde Hideki Ishima, che jeffbeckeggia e jimmypagia tonyomminismi a raffica, intreccia riff satanici e assoli stellari e accompagna grugniti trolleschi sub-sotterranei con trilioni di figure stridule da sitar indiano”. Julian Cope dixit. Se ne leggessero di più recensioni così. In questo caso si parla di un disco oscuro degli anni settanta giapponesi, Satori dei Flowers Travelling Band. Almeno, oscuro per me che non ne so nulla di rock giapponese (non so voi), e quel poco che conosco riguarda quegli ascolti che ogni buon appassionato di rock d’avanguardia che si rispetti deve avere nel suo bagaglio culturale odierno: Boris, Boredoms, Merzbow, Keiji Haino e così via. Ma Julian Cope di rock giapponese ha una cultura sterminata e intorno all’argomento ci ha costruito un libro che è puro godimento letterario: Japrocksampler. Come i giapponesi del dopoguerra uscirono di testa per il rock’n’roll (Arcana edizioni). Il libro di Cope non parla delle band giapponesi più “famose”, ma ricostruisce tutto il tessuto socioculturale che dal dopoguerra giapponese arriva approssimativamente alla seconda metà degli anni novanta. Il libro nasce da una costatazione: “di rock’n’roll giapponese è intrisa gran parte della musica più interessante di inizio XXI secolo”. Quindi il musicista gallese se ne va a tirar fuori la roba più underground e sconosciuta prodotta in ambito rock nipponico negli anni compresi dalla sua trattazione. Sia detto subito: il libro andrebbe letto anche se dell’argomento può interessare un fico secco. Perché il libro è pieno di band che non ascolterete mai (o magari si) e di nomi che non sentirete nominare mai più, ma in ogni caso non ne sentirete mai più parlare in modo così convincente. Basta leggere anche solo una delle 50 recensioni dei top 50 dischi di rock giapponese pubblicata da Cope alla fine del libro. Sono recensioni di un dilettante di genio, con giudizi che a volte possono sembrare approssimativi ma che rivelano una scrittura immaginifica e stracarica che ha come pietra di paragone forse solo Lester Bangs, uno dei maggiori scrittori rock di sempre. È da leggere proprio per capire che di musica si può scrivere con gioia per l’invenzione e per lo stupore: con un tono a volte leggermente (consapevolmente) sopra le righe, dopato, “drogato”, che fa suonare la musica di cui parla in un modo che non si trova in giro tanto facilmente. Ad ogni modo.
Julian Cope è una delle figure più eccentriche del rock inglese contemporaneo. Nato artisticamente nella Liverpool post punk e neopsichedelica degli Echo & the Bunnymen e dei suoi Teardrop Explodes, nel corso degli anni ottanta ha dato inizio ad una carriera solista un po’ altalenante che pure ha tirato fuori alcuni dei tesori meglio nascosti del pop inglese di sempre, come Fried e Word Shut Your Mouth. Negli anni novanta è riuscito a tirarsi fuori da quella condizione perpetua di strafattone lisergico che lo aveva obnubilato nel corso di tutto il decennio precedente, ma è chiaro che un equilibrio è andato perduto irrimediabilmente. Ora Cope è un santone pagano e teorico del rock’n’roll come citazione e riappropriazione, hard rocker sempre più inflessibile (e a volte velleitario) e appassionato di megalitismo (leggi qui della giornata che ho passato con lui in giro per le Tombe di giganti in Sardegna…) e soprattutto scrittore di enorme talento. Vi consiglio di recuperare il suo Krautrocksampler, che oltre ad essere un libro leggendario tratta pure di un ambito musicale di cui comunque non si può fare a meno.

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