Pontiac, storia di una rivolta: intervista a Wu Ming 2

Pontiac di Wu Ming 2 è un “libro parlato, disegnato e rock”. È una lettura concerto, un audiolibro illustrato, una fiaba sonora per adulti, un esempio di quella che potremmo chiamare narrazione transmediale. È un’opera figlia (o nipote) dell’ultimo romanzo storico del collettivo Wu Ming, Manituana (Einaudi Stile Libero), che rileggeva la storia “dalla parte sbagliata della storia”, ovvero la guerra d’indipendenza americana vista dalla prospettiva dei nativi. Insomma, per Pontiac le definizioni si sprecano. Per fare chiarezza si può dire che “Pontiac, storia di una rivolta” è anzitutto un audiolibro che si può scaricare – gratuitamente, in libera offerta o pagando i 5 euro consigliati dagli autori – dal sito pontiac.manituana.com. Contiene dodici tracce con la voce narrante di Wu Ming 2 che si muove su un tappeto musicale realizzato da quello che potrebbe essere considerato tranquillamente un “supergruppo”, tipo quelli che andavano di moda negli anni settanta: Egle Sommacal (Massimo Volume), Stefano Pilia (3/4 Had Been Eliminated), Paul Pieretto e Federico Oppi (Settlefish e A Classic Education). Ma è anche un libro scaricabile in pdf arricchito dalle illustrazioni di Giuseppe Camuncoli e Stefano Landini. E ovviamente è uno spettacolo live, a cui sarà possibile assistere venerdì alle 22 in piazza S. Sepolcro a Cagliari, nell’ambito della nuova edizione di Marina Café Noir, al via oggi. Ne abbiamo parlato con Wu Ming 2.

Pontiac è un personaggio che in Manituana viene appena citato. Cosa ti ha colpito della sua vicenda a tal punto da decidere di dedicargli un’opera a parte?

Uno storico americano ha sostenuto che la rivolta di Pontiac fu la prima guerriglia anti-imperialista della storia. I coloni francesi, d’altronde, quando parlavano della strategia bellica degli indiani la chiamavano così: petite guerre. L’aspetto incredibile che ho scoperto studiando è che si trattò in buona parte di una guerriglia comunicativa: combattuta con la retorica e la disinformazione, mescolando ad arte lettere false, profezie religiose, casi giudiziari, partite di lacrosse, malintesi culturali.

Colpisce molto la chiusura di Cosa siamo, anche per via dei contenuti molto attuali, politici, per le parole “devo sapere che cosa siamo, perché non sia precaria, straniera la dignità”.

Le analogie con il presente sono il secondo motivo che mi ha fatto scegliere questa storia. Le nazioni indiane che parteciparono alla rivolta combattevano soprattutto per un motivo: non tanto scacciare gli inglesi, un’impresa impossibile, ma piuttosto farsi riconoscere una “cittadinanza” precisa, perché allora non era ben chiaro se fossero alleati, stranieri, sudditi di serie B, clandestini, bestie, selvaggi. Anche oggi, qui in Italia, numerose tribù di individui attendono una risposta del genere: gli manca un pezzo di dignità, una manciata di diritti.

Con Manituana avete esplorato in maniera molto radicale la possibilità di raccontare storie attraverso linguaggi e media diversi, senza farle esaurire nello spazio del romanzo.

Crediamo che le storie debbano aiutare le comunità a mantenersi vive. Ma possono farlo davvero se si lasciano abitare, trasformare, ripensare da tutti. Per questo cerchiamo di stimolare una “lettura creativa” dei nostri romanzi, che diventano così il cuore di un organismo più vasto, fatto di altre storie, visioni, suoni, discorsi. Un universo narrativo che va oltre Wu Ming e va oltre la pagina scritta, perché una storia si può raccontare con molte voci e con molti strumenti.

A proposito di narrazioni transmediali, voi avete contribuito in maniera determinante alla diffusione in Italia degli scritti di Henry Jenkins, che sull’argomento ha scritto cose molto importanti.

E’ raro commuoversi per le parole di un saggio teorico. A me finora è capitato solo due volte: con “Il Mito di Sisifo” di Albert Camus e con “Cultura Convergente“. Jenkins mostra come l’intelligenza collettiva sia al lavoro in qualunque aspetto della cultura popolare. Individua, nella pratica di ogni attività creativa, e in particolare all’incrocio di esse, è quello che noi cerchiamo di dire e fare da oltre un decennio nell’ambito più “ristretto” della narrativa.

Per quanto riguarda la musica, come è avvenuta la scelta dei musicisti?

In principio sono stati i musicisti a scegliere me. Paul Pieretto e Agostino Di Tommaso mi proposero anni fa di collaborare a un programma radiofonico, dove leggevo alcuni testi intrecciando la voce con le loro composizioni elettroniche. Facemmo qualcosa di simile anche con “Guerra agli Umani”, il mio romanzo solista, ma al momento di portare in scena lo spettacolo, decidemmo di rafforzare il gruppo con l’apporto di chitarra, basso e batteria. Per Pontiac, testi e musica sono cresciuti insieme, influenzandosi a vicenda, soprattutto in sala prove.

Il prezzo del libro e del disco è “up to you”, secondo la strada che hanno indicato i Radiohead, tra gli altri. Come si può combinare questa strategia di marketing con il mondo dell’editoria?

Va detto che il nostro esperimento non è una reale “strategia di marketing”: non c’è nessun “benefit” per chi decide di scaricare Pontiac pagando il prezzo che gli sembra giusto. Non c’è nemmeno un prodotto “deluxe” che al contrario dei file con audio, testi e illustrazioni si possa solo comprare (com’era nel caso Radiohead). Noi abbiamo solo spiegato che per “raccontare” Pontiac abbiamo speso dei soldi, cosa che non succede quando scriviamo una storia tradizionale. Per questo abbiamo chiesto a chi lo volesse di darci un contributo. In 4 mesi abbiamo avuto circa 2200 download e un centinaio di paganti. Ognuno di questi, in media, ha scelto un prezzo superiore a quello consigliato da noi: 5 euro. Quanto all’editoria, cito l’esempio di Monica Viola, che ha pubblicato il suo primo romanzo in Rete, in formato PDF e con la possibilità di richiedere una copia cartacea tramite una ditta di print on demand. l testo si è fatto apprezzare e diversi mesi più tardi l’editore Rizzoli ha deciso di stamparlo e distribuirlo nel circuito librario tradizionale.

A proposito, rispetto al vostro modo di “sfruttare” la rete e le possibilità offerte dai nuovi media, come si colloca l’editoria italiana? Prevale ancora conservatorismo oppure pensate che ci possano essere dei cambiamenti nella direzione che anche voi avete indicato?

Un paese gerontocratico come il nostro non può che essere profondamente conservatore. Però qualche muro sta crollando. In particolare, molti editori si stanno accorgendo che non c’è competizione tra un testo che esce in rete e uno che esce in libreria. All’inizio del 2009 Einaudi pubblicherà un nostro saggio che è già stato scaricato 23000 volte. Fino a poco tempo fa l’avrebbero considerato un testo “bruciato”, vecchio. Oggi hanno capito che la rete può servire da termometro, ma un libro è ancora indispensabile per allargare il contagio.

Come reagisce in genere il pubblico di fronte a Pontiac? In fondo è un’opera che necessita di un’attenzione forte per molto tempo.

La risposta è sorprendente. Il pubblico si siede e ascolta come a teatro, anche se il teatro non c’è, e a volte nemmeno le sedie. Suoniamo nei parchi, nelle piazze, nei club, nei festival all’aperto: luoghi dove le persone sono abituate ad ascoltare i concerti in maniera nomade, fluida: sento due pezzi, vado a prendermi una birra, torno sotto il palco… Con Pontiac restano lì dall’inizio alla fine, che in fondo è l’unico modo per ascoltare una storia. Evidentemente questo modo di raccontare risponde a un desiderio, a un’esigenza diffusa e non è vero che la Rete sta sbriciolando le nostre capacità contemplative e di attenzione. (pubblicato in forma diversa l’undici settembre ne il sardegna)

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2 Risposte to “Pontiac, storia di una rivolta: intervista a Wu Ming 2”

  1. JohnShadows Says:

    Interessante.. grazie per la segnalazione🙂

  2. Geffe Says:

    Anch’io ho appena scritto una cosa su Blissett-Wu Ming, curioso…

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