Il ritorno al futuro del vinile

Oggi massimo domani dovrei dare una svolta importante alla mia vita. Ho deciso di ordinare il nuovo disco dei Deerhoof nell’edizione in vinile con link per scaricare l’album in formato digitale (e così facendo ne approfitto anche per acquistare la nuova t-shirt, di cui sono moderatamente entusiasta).

Sono stato a lungo il più feroce tra gli indifferenti verso tutti i discorsi sul vinile, sulla superiorità del vinile, sulla bellezza del vinile, sulla fisicità del vinile, sui gesti legati al vinile, sul suono del vinile. Ma finché si riduceva alla nostalgia e ai beitempiandati e al si stava meglio quando si stava meglio, il discorso non mi interessava affatto e mi produceva solo un senso implacabile di noia. Ora il vinile è una ipotesi di futuro. Ora è la migliore alternativa all’interno del mercato discografico, che sappia rivolgersi a nicchie che ascoltano la musica da iPod e altri supporti (come il sottoscritto) ma che non disdegnano affatto l’idea di possedere il disco.

È un discorso che ormai si fa da un po’. C’è una maggioranza di persone, specie ragazzi molto giovani, che non sono più interessati all’idea di possedere il disco. Il centro del discorso è il supporto, all’interno del quale combinare playlist infinite. C’è però anche chi si sforza di combinare la comodità enorme di supporti piccoli che possono ospitare intere discografie, con la richiesta di un disco che sia un prodotto culturale più complesso. Supportato da un oggetto che sia anche interessante. In questo caso si chiede che le label facciano uno sforzo maggiore per offrire un prodotto migliore, più articolato, pensato, bello.

Va da sé, questo teoricamente lo si potrebbe fare (lo si fa) anche con il cd: attraverso confezioni di cartone, booklet corposi, design più accattivante, cofanetti deluxe che contengono – ad esempio – l’intera discografia di una band. Non è necessariamente vero che il cd scomparirà, come si sostiene in giro. Però intanto converrà tirare giù dalla soffitta anche il vecchio giradischi.

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4 Risposte to “Il ritorno al futuro del vinile”

  1. tostoini Says:

    Io di vinili da bei tempi andati non ne ho, se non ereditati dalla famiglia, mentre invece di contemporanei ne ho diversi, sarà che ho la fortuna di avere un giradischi funzionante in giro per casa..e sono stati scelti proprio in quanto interessanti.

  2. Marco Says:

    Ben convertito!!! Oltre ai vinili dei miei tempi adolescenziali, ultimi acquisti in vinile The Cure 2004, Odawas e Arcade Fire … è sempre un piacere poggiare la puntina e, soprattutto, avere in mano un oggetto artistico.
    ps- quando ti arriva il tutto prova a confrontare suono del vinile con quello del cd

  3. Analoguesound Says:

    Se la registrazione, il missaggio e il mastering sono fatti in digitale, stampare su vinile equivale a riscaldare una minestrina surgelata. Feticcio allo stato puro. Oggi la maggiorparte dei processi vengono fatti in digitale, a parte qualche raro caso di gruppi che si sono fatti affascinare dalla registrazione su nastro. Ovviamente dopo, si passa tutto su protools per il missaggio e lì tutto perde la sua magia. Quindi non so se valga la pena farsi rubare letteralmente i soldi comprando un long playing da digital remastering che suona senza dubbio peggio della sua versione in cd che costa la metà. Del resto comprare un qualsiasi disco registrato oggi non so se possa essere un grande affare, ontologicamente parlando, visto che di solito i musicisti si e no si suonano il 20% del disco, il resto è tutto copia incolla e ritocchini digitali, voci stonate che diventano canti di usignoli con la mera imposizione di un plugin scaricato da emule e via dicendo.. io da tecnico del suono full analog infatti dischi non ne compro più, dopo aver visto come si lavora in uno studio di registrazione professionale. Mi sono buttato sull’ascolto/studio di tutto ciò che viene prima dell’83 circa andando sul sicuro, specie se i dischi stanno messi bene. Tanto da quando è nato il digitale l’arte, in particolare la musica, è arrivata al capolinea. Esistono anche casi estremamente rari, piuttosto unici, di dischi realizzati in full analog, tipo “Ys” di Joanna Newsom, che non è proprio musica per tutti però, almeno, è sincero. Per me è addirittura un metro di giudizio. Ci vuole un po’ di tempo perchè la gente cominci a capire il senso di fare e di ascoltare la vera musica. Appena il tempo che il mercato del consumismo globale si saturi, e che la gente cominci a pensare con la propria testa.

  4. Travis Says:

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