Uzi e costumi #2

david_byrne

di Velvetuzi. Sono tempi duri per lo stile.
Viviamo in giorni in cui Rhianna è considerata un’icona fashion (e se pensate che in passato tale ruolo veniva conferito a gente come Bianca Jagger vi fate un’idea dell’attuale clima di recessione disperata), i maschi si fanno la piastra (“No, si dice emo!” “No, a casa mia si dice “Adolescente maschio che si fa la PIASTRA””. Fine della discussione sugli emo.) e io ho drammaticamente ceduto al fascino degli ugg-boots (assai confortevoli ma fanno pur sempre tanto incrocio fra pastore di pecore australiano e leprechaun irlandese).
Visto che l’attualità pop-patinata non ci offre del filetto di angus argentino ma della trippa al sugo riscaldata rivolgiamoci ai Grandi Classici Dello Stile.
In questo periodo, sono piuttosto sicura che l’Icona Maschile definitiva sia Il buon vecchio David Byrne. Nessuna ostentazione e al contempo ostentazione ai massimi livelli: basico, semplice, raffinato, geniale. Basti vedere ciò che è diventato David Byrne oggi, un signore di 56 anni sempre elegante nel rifuggire l’orrido mondo delle tendenze giovani (“Ehi tu, Bono Vox, prendi due appunti!”) in favore di semplici completi/outfit quasi-minimali (mai banali) completati da un attitudine cool per la quale però, ahinoi, non basta indossare dei vestiti. Una delle prime cose per cui ho perso la testa è stato il look, tipico Byrne peraltro, di questo estratto da “Stop Making Sense” in cui l’outfit urlava “Ciao Marc Jacobs! So che mi ami!”. Uh! Deve essere lo stesso effetto di un fan dei Wilco che ascolti per la prima volta “Revolver” (“Oddio Santissimo, ora mi spiego tante cose!” E due giorni dopo giù a piangere lacrimoni di gioia davanti all’Anthology.). Il tutto diventa esagerato durante l’esecuzione di “Girlfriend is better” quando l’abito si allarga a dismisura divenendo una sorta di Zoot Suit, un abito oversized anni20/30, subito iconico e parodiato anche da Weird Al Yankovic che ne indossa uno simile (ma estremo!) durante l’esecuzione live di “Dog Eat Dog”, la sua visione dello stile Talking Heads.
Attualmente Davide si barcamena fra vari progetti fra cui l’allestimento di mostre di sue opere (dai disegni alle sculture), il suo curatissimo website e, dopo trent’anni, un nuovo album con Brian Eno ( “Everything that happens will happen today”) e ad assistere a quanti più concerti possibile domandandosi perché sia sempre lo spettatore più vecchio; “Dove sono gli altri della mia età? Quelli che hanno iniziato a far musica quando ho iniziato io? A casa? A drogarsi? A guardare “Desperate Housewives”? O semplicemente non sono più interessati?” dice a Will Hermes del Times, e, quando questi gli chiede il perché del suo utilizzo massivo di vari mezzi artistici, risponde di non dimenticare che lui è un punk e secondo la filosofia del Do It Yourself, se ne frega del non essere un esperto in tutto perché conosce i suoi limiti ma per esprimersi anche se conoscesse solo 3 accordi se li farebbe bastare.
Intanto aspettiamo di veder completato un altro suo progetto, al quale ha lavorato con Norman Cook aKa Fatboy Slim: un musical (Here Lies Love) sulla vita di Imelda Marcos (yeah!) la quale passerà alla storia per aver sposato Ferdinand, per aver ricevuto un simpatico calcio in culo da un’altra donna (Cory Aquino) e, per quanto mi riguarda, per aver avuto 5400 paia di scarpe e per aver fatto la stronza coi Beatles (15). Poteva David Byrne non costruirci qualcosa attorno?

E abbasso lo sguardo sui miei ugg-boots.
Che generazione indegna.

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