Dusty Kid, A Raver’s Diary

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Non è da poco avere praticamente ogni fine settimana impegnato a suonare in giro per il mondo, aver remixato gente come Moby o Armand Van Helden, pubblicato singoli suonati nei dancefloor di mezzo mondo e a soli 26 anni essere considerato uno dei nomi forti della musica elettronica italiana. Eppure la situazione di Paolo Alberto Lodde in arte Dusty Kid è esattamente questa: quella di producer e compositore cagliaritano di fama internazionale e pure testa d’ariete della ricezione della musica elettronica sarda in giro per il pianeta, in un periodo – peraltro – in cui il fermento a cui si assiste nell’Isola è di grande rilievo e interesse. In questi giorni è uscito il primo album vero e proprio, A Raver’s Diary, per l’etichetta tedesca Boxer recordings e darà vita già da questo venerdì ad una lunga tournée mondiale, con date a Berlino, Tokio, Londra, Barcellona, Leeds, Parigi, Roma… “Fare un album per me era un sogno e volevo un concept che lo giustificasse, altrimenti sarebbe stato solo una raccolta di singoli senza una concatenazione tra di loro”, spiega Dusty Kid. “Volevo che avesse un senso dall’inizio alla fine, che fosse un viaggio, che portasse l’ascoltatore in un mondo diverso per la durata intera del disco”. Il concept è legato all’immagine del rave e più che altro cerca di rappresentare il modo di vedere il rave dal punto di vista di Paolo, con immagini sonore legate alla sua percezione personale. “In effetti è il “diario di un raver”, non “diario del raver”. Ci sono suoni e idee che vogliono rendere conto dell’atmosfera di un rave, ma dal mio punto di vista. E peraltro con una visione piuttosto romantica”. Non a caso il disco presenta atmosfere molto variegate, da quelle techno che aprono il disco in modo squassante, a momenti più tranquilli che identificano tappe e situazioni diverse. “Ho preferito fare una cosa che passasse dai momenti in cui un ragazzo arriva al rave e magari sente delle cose pesanti, con un certo impatto, ad altri momenti come quelli del viaggio di ritorno in macchina, magari al tramonto del giorno dopo, quindi con un tono più tranquillo…”. Il disco in effetti si chiude con un pezzo praticamente pop, “Nemurs (Wall of Guitar)” con un ritmo piuttosto pacato a sostenere il suono di una chitarra, con Dusty Kid stavolta impegnato anche a cantare. C’è da dire inoltre che la sua musica è molto più complessa di come a prima vista potrebbe sembrare. Ci sono dentro stratificazioni sonore che attingono a piene mani da una cultura musicale che dal dancefloor passa con disinvoltura alla classica – del resto Dusty Kid ha studiato al conservatorio – agli ascolti rock e psichedelici che si porta dietro fin dalla primissima giovinezza. Tutto questo contribuisce a creare dei pezzi molto ricchi, dal piglio decisamente ballabile ma che si dimostrano appaganti anche ad un ascolto consapevole. “C’è un pezzo, The Fugue, che cerca di ricreare una fuga barocca alla Bach all’interno di un’atmosfera completamente diversa. Ritenevo che fosse una cosa estremamente psichedelica. Ma in tutti i miei pezzi c’è dietro una costruzione molto ricca”. Basta prendere come metro di paragone “America”, una delle vette del disco, diciassette minuti di musica che sono stati raccontati come un “viaggio western di Morricone che monta su un cavallo techno”, o qualcosa del genere… (Pubblicato ne Il Sardegna qualche tempo fa)

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Una Risposta to “Dusty Kid, A Raver’s Diary”

  1. Corrado Says:

    Hi kid,
    il disco è il paradigma della maturità della musica “elettronica” intesa come modus ma anche come contenitore di emozioni contemporanee.
    Il Dusty Kid è una realtà italiana che non teme confronti con quelle che girano in europa e nel mondo.
    Finalmente, vista la nostra “scarsa” italica attitudine ad essere rockers, a parte pochissime perle mal distribuite, ci si scopre, (ancora una volta) maestri nel fare “sound” per far ballare e far sognare.
    Questo per merito di persone come il Dusty.
    W l’Italia dei genietti ricercatori, fanculo le veline e i loro genitori.

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